di Sara Catalini

Il governatorato di Raqqa, dove ha sede il quartier generale del Califfato, ha due volti quasi incompatibili tra loro: uno, la sua facciata, è dipinta di nero, come i muri della città, sfregiati dalla vernice dei miliziani e scavata da un profondo senso di inaccessibilità. Non restano altro che macerie fumanti del suo epicentro, la Naem plaza, in arabo “paradiso”, prima nucleo di un luogo pulsante e vivo, ora nient’altro che rovina spettrale. “Molti cittadini di Raqqa si sono trasferiti nei villaggi confinanti, quelli rimasti vivono barricati in casa, escono solo per acquistare beni di prima necessità al mattino, come il pane. Le strade sono deserte. L’elettricità è razionata da quando è iniziata l’offensiva occidentale, abbiamo solo quattro ore di energia disponibile al giorno. Il carovita è alle stelle. Siamo terrorizzati.” D’altro canto, offre vari esempi di opere pubbliche realizzate con i fondi generati dalla privatizzazione del terrorismo, come il completamento di un nuovo suk, il mercato pubblico, molto apprezzato dalla popolazione locale. Inoltre lo Stato Islamico dispone di uffici che monitorano i livelli dei consumi di elettricità, installa linee elettriche e tiene corsi su come riattivare le vecchie. I militanti si occupano di riparare le strade danneggiate, di renderle agevoli con l’accomodamento di spartitraffico e gestiscono un ufficio postale e uno della zakat che, a detta del gruppo, pare aiuti gli agricoltori raccogliendo offerte caritatevoli. L’ISIS ha mantenuto attiva la diga di Tishreen, chiamata ora al-Faryq, sull’Eufrate.

La deformità dello scenario presentato si scontra inevitabilmente con un punto di fuga diverso, una prospettiva inedita, che lo Stato Islamico è riuscito a costruire per popoli persi nelle fratture di uno spaccato sociale degradato e caotico. La mano tesa e insanguinata ha creato uno spaccato del reale differente da quello più comunemente diffuso dai media, perché esistono figure, nei confini del Califfato, ben lontane dai sicari vestiti di nero ormai tristemente noti alle cronache: funzionari, medici, intrattenitori sociali. E’ interessante notare come il modo in cui l’ISIS ha dato vita a questa dicotomia, orrori da un lato e stabilità governativa dall’altro, si fondi sulla lucida e crudele consapevolezza del gruppo, che solo attraverso un progetto di inclusione/illusione sarebbe stato possibile consolidare il proprio potere nei centri nevralgici prescelti. Un progetto tanto macchinoso trae origine dal motto in cui si risolve l’identità dello Stato Islamico: “Baqiyya wa Tatamaddad”, ovvero “restare ed espandersi”. Il secondo termine è chiaramente riferito alla potenza bellica dell’ISIS, che gli ha garantito successi lampo nelle operazioni militari degli ultimi mesi, anche se non va dimenticata la complicità, in queste vittorie, della pesante instabilità e corruzione interna ai territori conquistati. Ma a questa forte mobilità corrisponde la concretizzazione del “restare”, che non significa soltanto resistere ai nemici, ma anche potenziare istituzioni attraverso programmi sociali ben strutturati. Al-Baghdādī e i suoi, in sostanza, non mirano a ergersi come casta superiore, ma desiderano fondare il loro stato moderno sul consenso, non prevendendo comunque una partecipazione attiva di cittadini di seconda classe come le donne, e basando il concetto di cittadinanza sul settarismo. Il supporto popolare viene ottenuto con l’offerta di programmi molto variegati: “In Siria e in Iraq l’ISIS aiuta a gestire panifici e fornisce frutta e verdura a molte famiglie, occupandosi anche della distribuzione delle derrate. A Raqqa l’ISIS ha istituito una mensa a disposizione dei bisognosi e un ufficio per gli orfani che ha il compito di trovare loro una famiglia. I militanti dell’ISIS hanno sviluppato programmi sanitari e assistenziali nelle enclave sotto il loro controllo, usando i fondi dell’organizzazione. I talebani potranno anche essere paranoici e scettici riguardo le campagne di vaccinazione, ma l’ISIS conduce campagne antipolio per arrestare la diffusione della malattia”

 Bisogna sottolineare come non sia mai stata immediatamente visibile la discesa verso un totale assoggettamento, poiché, solo dopo le prime operazioni e a insediamento avvenuto – se guardiamo quanto accaduto non solo a Raqqa, ma anche a Mossul, Aleppo e Ninive – si cominciano a concretizzare le avvisaglie della sottomissione, fino a quel momento travestita da compartecipazione. Le prime imposizioni si concretizzano sotto il velo della religione e riguardano le dawa, una sorta di attività pubbliche per “chiamare all’Islam” la popolazione, intrattenendola con lezioni di Corano e corsi per memorizzare le Sure con l’aggiunta di eventi-divulgativi rivolti soprattutto alle donne. Alla fase “formativa” segue l’attuazione dei servizi assistenziali sopra descritti: lo Stato Islamico penetra la società dal cuore per accattivarsi i favori delle popolazioni locali, garantendo sensibili miglioramenti nelle condizioni di vita di territori allo sbando in tempi rapidi. Questo momento dura giorni o settimane, poi subentra l’altro volto del Califfato. La polizia religiosa, Al-Hesbah, inizia a pattugliare le strade di Aleppo, Raqqa e Mossul, con l’incarico di segnalare ogni violazione: da come si indossa un chador – indumento tradizionale iraniano simile ad una mantella – all’entusiasmo nelle preghiere quotidiane. Le pattuglie femminili, al-Khansa, affiancano la polizia locale che gestisce le detenzioni degli arrestati nelle prigioni dello Stato Islamico. Ad Al-Hesbah tocca il compito di monitorare la presenza di minoranze non musulmane, nel caso di tratti di yazidi, considerati “pagani”, vengono uccisi o cacciati e spesso schiavizzati, i cristiani hanno l’obbligo di non professare pubblicamente la propria fede e di pagare un’imposta, chiamata “tassa di protezione” o jizya , annua pari a 720 dollari annui per ogni maschio adulto se vogliono continuare a vivere nel Califfato. I tribunali, così come la polizia, rivelano una duplice identità: includono il trattamento di cause lunghe di divorzi ed eredità, ascoltano lamentele, ma decretano anche con estrema facilità sentenze di giustizia sommaria da eseguire pubblicamente. Gli spettacoli truculenti, chiamati hudud, vedono riunita tutta la popolazione chiamata ad assistere a lapidazioni di donne adultere, mutilazioni di ladri, decapitazioni di “spie”. La brigata della polizia religiosa si occupa dell’arresto degli uomini, mentre quella femminile, composta al 90% da straniere, delle donne, che vengono catturate e obbligate a unirsi in matrimoni combinati. A queste è rivolto un cartone animato dell’ISIS in cui si istruiscono le “vere mogli jihadiste”: si insegna a rammendare abiti strappati e danneggiati dai combattimenti, fino a cucinare in modo semplice e veloce. I metodi di tortura maggiormente diffusi sono le percosse, eseguite con generatori di corrente, cavi solidi e bastoni per obbligare i detenuti a piegarsi o a restare in posizioni scomode.

Nella scuola sono abolite l’arte, la musica e la filosofia e cancellato ogni riferimento alle nazioni di Siria o Iraq, nessun contatto misto tra maschi e femmine con interruzione nei momenti dedicati alle preghiere. Le ordinanze stabilite dal Califfo, vengono emanate dall’editto del Dwan della Conoscenza, il ministero dell’Educazione del Califfato. La volontà di eliminare ogni riferimento agli Stati post-coloniali deriva dal desiderio di sedimentare l’idea nell’immaginario comune, che il Califfato è sempre esistito ed è destinato a durare. Nelle scuole da Aleppo a Baghdad è proibito studiare materie definite “diaboliche” e “fuorvianti” lasciando spazio solo alle scienze matematiche, fisiche e chimiche, limitatamente a tutto ciò che non è contrario all’Islam. Abolita dunque la teoria dell’evoluzione darwiniana, ma promosso lo studio di lingue straniere, soprattutto l’inglese, per permettere ai futuri jihadisti di circolare liberamente. Restrizioni anche sull’abbigliamento e sulla obbligatoria presenza di insegnanti dello stesso sesso degli alunni, che si concludono nell’editto con l’esplicita minaccia di severe punizioni corporali se qualcuno verrà sorpreso ad agire in contrasto con le norme prescritte. Il ritmo della vita di ogni giorno a Raqqa è scandito dal calendario del Califfo, che richiede agli abitanti di ascoltare tre sermoni in moschea il venerdì e mandare i figli nei campeggi dello Stato Islamico per indottrinarli. Nel caso i genitori rifiutino il reclutamento forzato, non si esita a rapirli o a offrire laute somme di denaro. Le scuole sono aperte due ore al giorno, le banche sono invece formalmente chiuse da quando al Baghdadi ha preso la città il 4 gennaio 2014 e gli stipendi vengono distribuiti dalla nuova Islamic Bank.

Mentre gli occidentali arruolatisi nell’esercito vivono come re, pagati profumatamente e viziati dai jihadisti, la vita per gli altri è triste e deprimente. A sentire i residenti di Raqqa che contattano i media arabi, le tensioni maggiori sono proprio nei confronti dei miliziani americani, britannici, tedeschi e altri europei, che usufruiscono di privilegi da parte del governo. Chi possiede più di una casa a Raqqa deve donarla ai jihadisti e versare tasse in crescendo per coprire le spese degli stranieri. Chiunque sia sorpreso in strada è obbligato a recarsi in Moschea a pregare, dottori non ce ne sono più, nonostante i trionfalistici video diffusi che mostrano un sistema sanitario in crescita e modellato su quello anglosassone, per la maggior parte vengono uccisi se offrono le loro prestazioni a combattenti nemici. Cresce il malcontento soffocato dalla paura e il terrore, così come il sospetto tra gli abitanti, che si fanno spie per ottenere favori e agevolazioni.