L’esercito iracheno è pronto a chiudere i conti con l’ISIS a Mosul; la terza città del paese infatti, dopo la liberazione della sua parte ad est del fiume Tigri, adesso si appresta a vivere al suo interno i combattimenti per la definitiva caduta dei miliziani anche nei suoi quartieri occidentali, abitati da circa cinquecentomila civili. E’ la terza fase della battaglia per la riconquista di Mosul: la prima è partita il 16 ottobre ed ha previsto un avanzamento da est verso ovest fino ad arrivare nella periferia orientale della città, la seconda è partita a dicembre ed è consistita in una battaglia feroce strada per strada nella sezione ad est del Tigri, adesso si spera che l’ultima fase porti alla fine delle sofferenze per una città da tre anni alle prese con l’occupazione degli uomini in nero di Al Baghdadi.

Lo sdegno e le precarie condizioni di vita sotto la minaccia dell’ISIS serviranno solo in parte ad evitare futuri scivolamenti verso avventure come quelle del califfato, pur tuttavia le ragioni che hanno portato all’emersione delle violenze settarie permangono e rischieranno nuovamente di tornare d’attualità dopo l’abbattimento del comune nemico a Mosul.

Proprio il califfo, autoproclamatosi come tale nella più grande moschea di Mosul nel luglio del 2014, sarebbe già da parecchio tempo fuori dall’Iraq e quindi anche dalla città ed avrebbe trasferito tutti i principali componenti dell’ISIS a Raqqa e nel deserto siriano. Pur tuttavia, i circa duemila miliziani ancora presenti nella terza città irachena non sembrano voler desistere facilmente e cedere all’avanzare delle forze di Baghdad; così come accaduto nei primi momenti della riconquista, l’ISIS renderà cara la pelle e, cosa ancora più grave, non risparmierà dall’utilizzare la popolazione civile come scudo per cercare di rallentare l’avanzata dei regolari. Già nei giorni scorsi gli stessi jihadisti hanno cercato di distrarre le forze irachene impegnando i soldati nella zona di Tal Affar, importante centro ad ovest di Mosul da cui passano le principali vie di comunicazione verso le province del deserto siriano; la cittadina è ancora in mano all’ISIS, ma le milizie filo – governative, sciite nello specifico, nei mesi scorsi hanno ripreso gran parte del territorio circostante ingabbiando quindi i terroristi presenti nella regione di Ninive ed impedendo ulteriori fughe verso la Siria, le quali invece si sono verificate all’inizio della battaglia ad ottobre dopo i primi raid americani. E’ proprio qui che, per l’appunto, l’ISIS ha provato a riguadagnare terreno per riaprire una breccia nelle vie di comunicazione principali della zona, pur tuttavia esercito e forze alleate hanno respinto l’attacco e dunque l’assedio a tutta la provincia di Ninive rimane ed i comandi iracheni hanno potuto prendere l’iniziativa ed inaugurare questa terza fase.

I blindati dell'esercito iracheno si preparano ad entrare in città.

I blindati dell’esercito iracheno si preparano ad entrare in città.

In tutto l’Iraq si aspettano notizie positive da Mosul, il paese trattiene il fiato in vista della definitiva riconquista di una città importante culturalmente ed economicamente; è stato lo stesso Primo Ministro, Al Abadi, ad annunciare in tv in un discorso alla nazione l’avvio dell’ultima spinta verso la cacciata definitiva dell’ISIS dall’antica Ninive. La battaglia per la presa di Mosul è l’unico collante di un paese sfinito tra una guerra prolungata al nord, una grave crisi economica che sta colpendo da diversi mesi la zona autonoma del Kurdistan e l’insofferenza della popolazione sciita nel sud per un livello di corruzione che non ha mai consentito una certa ripresa dopo l’invasione USA del 2003, tanto da portare migliaia di persone nella ‘Green Zone’ di Baghdad per protestare contro la classe politica. E’ lecito quindi chiedersi cosa ne sarà dell’Iraq dopo la cacciata del califfato, oramai sempre più prossima; è vero che le milizie sciite stanno supportando l’avanzata nel cuore dell’Iraq sunnita, visto che la lotta contro l’ISIS continua anche nell’Al Anbar, così come gli stessi sunniti più ortodossi hanno in gran parte tolto l’appoggio ai miliziani jihadisti, pur tuttavia a guerra finita ricomporre il mosaico delicato dell’unità nazionale appare impresa ardua e le condizioni economiche non aiutano.

Guida al terzo assalto dell'esercito iracheno: nel circolo rosso, in evidenza, i luoghi in cui al momento si stanno consumando degli scontri armati.

Guida al terzo assalto dell’esercito iracheno: nel circolo rosso, in evidenza, i luoghi in cui al momento si stanno consumando degli scontri armati.

Lo sdegno e le precarie condizioni di vita sotto la minaccia dell’ISIS, serviranno solo in parte ad evitare futuri scivolamenti verso avventure come quelle del califfato, pur tuttavia le ragioni che hanno portato all’emersione delle violenze settarie a metà anni 2000 e dello stesso jihadismo sunnita negli ultimi anni, permangono e rischieranno nuovamente di tornare d’attualità dopo l’abbattimento del comune nemico a Mosul; al di là delle condizioni sociali ed economiche e delle vessazioni patite da migliaia di cittadini tra l’embargo americano pre-guerra 2003 e tutto quanto capitato dopo il secondo conflitto del Golfo, a preoccupare è soprattutto il mancato inserimento nella vita politica degli ex membri del partito Baath, la formazione di Saddam Hussein il cui smembramento e la cui emarginazione a metà anni 2000 hanno costituito un decisivo errore strategico che ha portato alla ramificazione dell’estremismo e dell’ISIS in suolo iracheno.

La battaglia per la presa di Mosul è l’unico collante di un paese sfinito tra una guerra prolungata al Nord, una grave crisi economica che sta colpendo da diversi mesi la zona autonoma del Kurdistan e l’insofferenza della popolazione sciita nel Sud.

Da sottolineare, per quanto concerne il ‘dopo Mosul’, anche il ruolo della coalizione a sostegno delle forze irachene; gli USA, in particolar modo, hanno supportato l’esercito di Baghdad soprattutto nella prima fase, scattata a pochi giorni dalle presidenziali di novembre, in un’operazione volta più che altro a fare da contrappeso mediatico ai successi russo – siriani ad Aleppo. Nei mesi successivi, specie nella transizione tra l’uscente Obama e l’eletto Trump, è stato l’esercito iracheno ad effettuare il grosso del lavoro; sorge quindi spontanea la domanda circa il posizionamento internazionale dell’Iraq. Baghdad, da un lato, fino a pochi anni fa aveva diversi battaglioni USA schierati nel proprio territorio, poi a poco a poco il governo dominato dalla componente sciita si è progressivamente distaccato da Washington anche se, tra forniture militari ed altro, gli americani non sono mai andati del tutto via dall’Iraq; con la fine della guerra contro il califfato, Baghdad (che ha forniture, pur se di minor peso, anche dalla Russia) potrebbe definitivamente far parte dell’asse sciita che va da Teheran fino a Damasco e Beirut, pur tuttavia bisognerà vedere quali margini di manovra il governo avrà in merito alla definitiva riconsiderazione dei rapporti con gli USA.

Non manca molto quindi per la fine della battaglia di Mosul, ma sono anche molti i temi sul piatto per quanto concerne il dopo Mosul; finita la guerra contro il Califfato, finite le battaglie volte a liberare le province di Ninive e dell’Al Anbar dalla presenza dell’ISIS, l’Iraq dovrà risolvere le tante ed annose questioni inerenti il proprio futuro, sia a livello interno che a livello di politica estera: in ballo non c’è soltanto il ripristino di uno Stato demolito 14 anni fa, ma anche un pezzo evidente ed importante per la stabilità dell’intero Medio Oriente.