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Sin da prima che mancassero poche settimane al fatidico election day abbiamo assistito a numerose dichiarazioni di Donald Trump relative alla possibilità che i risultati delle votazioni possano essere manipolati. Apparentemente la sua opinione non sarebbe neppure troppo di nicchia: un sondaggio condotto da Politico/Morning Consult ha riportato che il 41% degli intervistati sia d’accordo con l’ipotesi che il candidato repubblicano possa perdere la corsa alla Casa Bianca a causa di una frode elettorale condotta a vantaggio di Hillary Clinton. Naturalmente le percentuali si distribuiscono differentemente fra repubblicani – fra qui il rapporto è 3 elettori su 4 d’accordo con l’affermazione – e democratici – con il 17% convinto della possibilità di brogli –, mentre il 60% degli americani ritiene che sia necessario porsi domande relative ai risultati elettorali, a causa delle capacità di Governi stranieri o votanti fraudolenti di poter influenzare l’esito delle votazioni. Anche Hillary Clinton sta sostenendo con sempre più convinzione la possibilità che i risultati elettorali vengano manomessi: i documenti riservati messi in rete da Wikileaks prima del secondo dibattito fra i candidati (il 9 ottobre) sono per la democratica una scintilla da cui far partire un autentico incendio nei confronti della Russia, accusata di essere responsabile di un cyber-attacco ai danni degli Stati Uniti e volto a minare l’esercizio democratico con azioni propagandistiche come il dossieraggio nei suoi confronti. Del resto già il 31 luglio era apparsa su l’Independent la notizia dell’accusa di hackeraggio dei computer del Democratic National Committee mossa da Clinton ai danni di Putin, il quale punterebbe ad indebolire gli Stati Uniti facilitando la vittoria di Donald Trump. A quanto pare della democrazia statunitense non si fidano in molti, a cominciare dai candidati.

Usa 2016 Trump rilancia la denuncia di un voto truccato

Alcune conferme di quanto il sistema di voto degli USA sia vulnerabile a manipolazioni le fornisce Al Jazeera, con un articolo pubblicato l’8 ottobre. Per avere un quadro più chiaro della situazione, bisogna tenere presenti alcuni numeri: attualmente solo 16 Stati (su 50 più Washington DC) richiedono una foto identificativa ai votanti; uno studio, riportato il 6 agosto 2014 dal Washington Post come articolo ospite scritto da Justin Levitt – professore presso la Loyola Law School a Los Angeles –, ha riscontrato che esistano solo 31 casi credibili di furto d’identità a fini elettorali – l’unico reato che un documento di identità ha possibilità di prevenire – in 14 anni; le elezioni statunitensi sono amministrate da più di 8000 giurisdizioni, adoperando regole differenti e impiegando soprattutto volontari con scarsa preparazione professionale. Al contrario di quanto si possa pensare, vi sono stati dei tentativi di intervento da parte dell’autorità federale, seppur con scarsi risultati: il Congresso ha stanziato più di 4 miliardi di dollari a disposizione dei 50 Stati federati per aggiornare i macchinari elettorali, senza alcun successo. Le autorità elettorali hanno utilizzato gran parte dei fondi per comprare macchine a schermo touch-screen digitale che hanno confuso ulteriormente gli esperti di cybersicurezza essendo spesso connesse al Wi-Fi – notoriamente semplice da hackerare –. La sostituzione delle vecchie macchine a touch-screen con i più affidabili dispositivi a scansione ottica ha richiesto in Virginia più di dieci anni.

A resident, left, votes in an electronic voting machine at the Francis Myers Recreation Center polling location in Philadelphia, Pennsylvania, U.S., on Tuesday, April 26, 2016. Donald Trump is poised to sweep five Northeast primaries today and Democrats Hillary Clinton and Bernie Sanders will compete as well in the contests in Connecticut, Delaware, Maryland, Pennsylvania and Rhode Island in what's become known as the Acela primary because of the Amtrak route through the region. Photographer: Andrew Harrer/Bloomberg via Getty Images

Voto con una macchina elettorale in Philadelphia, Aprile 26 2016. Andrew Harrer/Bloombertg

Sull’argomento si è pronunciato anche il professore di informatica Andrew Appel, il quale ha condotto una ricerca assieme ad un gruppo di collaboratori presso l’università di Princeton: durante un congresso ha definito le macchine vulnerabili agli hackers, capaci di intaccare il database ed ottenere i nomi dei votanti o anche infettare il software dedicato alla ripartizione dei voti. Installare “un programma ruba-voti in una macchina elettorale richiede sette minuti a macchina con un cacciavite”, così ha affermato il professore. Non si dica, però, che si tratti solamente di un rischio ipotetico: a Memphis, lo scorso ottobre, centinaia di voti sono stati cancellati, determinando il risultato delle elezioni locali. L’unica soluzione che ridurrebbe il rischio sarebbe la reintroduzione del voto cartaceo, ma in più di una dozzina di stati sono presenti macchine senza un registro di back-up cartaceo che possa essere controllato in caso di necessità. Qualora gli elementi forniti non venissero considerati sufficienti per poter parlare di una grave carenza democratica, si può considerare il lavoro di investigazione compiuto da Project Veritas, blog diretto da James O’Keefe che ha indagato a vari livelli sui tentativi di frode elettorale compiuti dal Partito Democratico durante le elezioni del 2016. Il tea di O’Keefe ha rivenuto prove di un coordinamento fra la campagna elettorale di Hillary Clinton e i PACs (Political Action Committees, i gruppi di elettori incaricati di organizzare le raccolte fondi, le campagne a favore o contro un determinato candidato ed altri eventi), coordinamento che è considerato un reato.

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I risultati di una simile stortura possono essere compresi più facilmente con approccio empirico: nel secondo di una serie di video dedicati alle manovre dei PACs democratici per influenzare gli esiti elettorali si viene a conoscenza per bocca di Scott Foval, Deputy Political Director presso People For The American Way, di un piano che prevedrebbe il trasferimento in massa di persone fra Michigan e Indiana, adoperando o pullman o – per rendere impossibile da provare la premeditazione – automobili noleggiate, il tutto per poter pilotare gli esiti elettorali. Le risorse per attuare il piano, per quanto ingenti, non sembrano mancare stando alle parole di Foval, anche perché People For The American Way è largamente finanziata da George Soros – una persona a caso! –. Immaginate dunque centinaia, magari migliaia di individui che si recano a votare con le premesse delineate: quale affidabilità può vantare una democrazia che consente pratiche del genere? Evidentemente, al contrario di quanto pensavano autori come George Orwell, non occorre un Governo tirannico ed onnipresente per trasformare una democrazia in un regime: è molto più efficacie, apparentemente, un Governo debole, assente, distratto. L’occhio che vede ogni cosa può individuare i dissidenti, ma l’occhio appannato non può smascherare i furbi.