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Le priorità nazionali italiane, congiunturali più che strutturali, possono essere efficacemente riassunte in un trittico: ricostruzione post-terremoto, disoccupazione giovanile e, al posto di crisi dei migranti, la Libia. Perché i barconi e i cadaveri che affollano il Mediterraneo non sono un problema in sé ma conseguenza dell’instabilità della nostra ex colonia che per inerzia cinetica si sta cronicizzando, incubando i batteri di una pestilenza che potenzialmente potrebbe provocare un effetto contagio in tutto il Nord Africa. Stabilizzare la Libia ed evitare la sua somalizzazione deve essere per Roma uno degli interessi nazionali primari se non preminente; in gioco non c’è infatti solamente la sicurezza energetica ma il rischio che il caos interno allo “scatolone di sabbia” di Gaetano Salvemini si estenda ad un Egitto già in precario equilibrio e alle confinanti Tunisia, Algeria, Ciad, Niger e Sudan. A quel punto il problema non sarebbe più il Nord Africa ma la tenuta del Mediterraneo, il baricentro più importante della sicurezza e del capitale politico italiano; la Libia non è importante quindi solo perché fornitore di energia, appalti e crediti da riscuotere ma perché uno dei perni attorno cui ruota il grande mare.

Libya est omnis divisa in partes tres. La situazione sul terreno, tra il 2014 e il 2016, è stata caratterizzata da un perenne proliferare di frammentazione caratterizzata però da una insolita dinamicità dei vari fronti i quali, più che un monolite, sono stati incredibilmente fluidi, liquidi. Dopo la morte di Gheddafi e la caduta del regime, la Libia ha attraversato un periodo di relativa calma, caratterizzato da un conflitto a bassa intensità tra miliziani ed ex-gheddafiani protrattosi fino alle elezioni del luglio 2012 che videro un buon successo dei principali partiti islamisti. Quella prima tornata elettorale permise la creazione del Congresso Nazionale Generale (GNC) a cui furono demandati i compiti di formare un governo ad interim e di stendere una nuova Costituzione; primo ministro della nuova Libia fu Ali Zeidan, ex ambasciatore in India ritiratosi in volontario esilio a Ginevra e che avrebbe avuto un ruolo importante nel convincere Sarkozy a muovere guerra al Colonnello. Il suo governo fu effimero e, dopo un tentativo di rapimento all’Hotel Corinthia di Tripoli, nel marzo 2014 fu costretto a rassegnare le dimissioni e a passare il testimone ad Abdullah al-Thani.

Nonostante la scarsa rappresentanza di etnie e tribù, il GNC decise nello stesso periodo di votare per l’applicazione di una variante della sharia e di estendere il suo mandato, senza considerare le proteste e la perdita di Bengasi, conquistata nel settembre di due anni prima dalle milizie di Ansar al-Shar’ia. La reazione non si fece attendere e in maggio il generale Haftar, con il supporto delle milizie Zintan, lanciò l’operazione Dignità per riconquistare Bengasi e assediare il Parlamento, chiedendo immediatamente nuove elezioni.  Il GNC, stretto tra le componenti moderate e le forze di Haftar, si vide costretto ad accettare ma al secondo giro elettorale solo il 18% degli aventi diritto al voto si presentò alle urne, sancendo comunque la sconfitta delle componenti islamiste.

Il nuovo parlamento, a causa della crisi in corso a Tripoli, decise di insediarsi nella cittadina di Tobruk mentre le milizie tripoline e quelle di Misurata passarono al contrattacco scatenando l’offensiva Alba Libica, i cui sforzi furono diretti a sottrarre l’aeroporto della capitale alle milizie Zintan che, nonostante il supporto aereo garantito dai caccia degli Emirati Arabi Uniti, furono costrette a ritirarsi. La frattura tra Tripolitania e Cirenaica si consolidò nel giro di qualche mese e ad agosto 94 membri del disciolto GNC decisero di non presentarsi all’inaugurazione del nuovo parlamento e si proclamarono Nuovo Congresso Nazionale Generale con il già noto Nuri Busahmein Presidente e Omar al-Hasi primo ministro. Il governo di Tobruk, presieduto dal richiamato al-Thani con Presidente il giurista Aguila Saleh Issa, sconfessando la precedente inimicizia decise in risposta di appellarsi al pragmatismo politico e riconoscere il generale Haftar come interlocutore legittimo e capo del ricostituendo Libyan National Army (LNA).

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Forze in gioco nel marasma libico 2017

Nella confusione che seguì, la comunità internazionale decise di schierarsi con il parlamento uscito dalle ultime elezioni promuovendo però, in settembre, l’apertura di negoziati sotto la direzione dell’inviato UN Bernardino Léon. In poco meno di un anno si poté osservare una Libia spaccata a metà dove, a rendere ancora più grave la situazione, il 3 ottobre giunse la dichiarazione del Consiglio dei Giovani Islamici di Derna dell’adesione allo Stato Islamico di al-Baghdadi. Non si trattò propriamente di un fulmine al ciel sereno in quanto numerosi analisti avevano previsto che, con la perdita di terreno in Siria e Iraq, il Califfato avrebbe puntato a riprodursi altrove sfruttando brodi di coltura già in ebollizione.  Tra novembre e ottobre 2015 la composizione delle forze sul terreno continuò a mutare in parossistici sforzi di conquista di pochi chilometri o poche città, mentre gli obiettivi più succosi come terminali petroliferi e impianti estrattivi divennero bersaglio di offensive e controffensive di milizie e tribù. Sempre a novembre 2014 il gruppo di Misurata e i Tuareg attaccarono i Tebu per prendere controllo del campo petrolifero di Sharara, mentre in dicembre si spostarono verso Sidra e Ras Lanuf sulla costa contro la Guardia degli Impianti Petroliferi (PFG) di Jadran, l’ennesima milizia semi-privata dagli interessi ondivaghi.   L’ISIS fece invece parlare di sé tra febbraio e maggio 2015 quando espresse la sua massima capacità espansiva consolidando le sue posizioni ad Harawa e a Sirte, decapitando 21 cristiani copti e rivendicando la paternità di diversi attentati.

L’inserimento a Sirte avvenne principalmente grazie ad una emorragia di defezioni nel campo di Ansar al-Shar’ia che permise all’ISIS, con il sostegno logistico e organizzativo degli emissari di Abu Bakr al-Baghdadi giunti dall’Iraq, di consolidare il controllo su una fetta di costa della Cirenaica e della Tripolitania. Ma la sua ascesa è stata fulminea quanto la sua caduta; a Derna si trovò a combattere contro il gruppo islamista del Consiglio Consultivo dei Mujaheddin e a parare i colpi dell’apparato militare di Haftar e dei droni americani.Il rilancio dei negoziati tra Tobruk – il cui parlamento votò l’8 ottobre per l’estensione del suo mandato – e Tripoli, avvenne tra la fine di dicembre e i primi di gennaio 2016 con l’arrivo dell’ambasciatore Martin Kobler, in sostituzione del dimissionario Léon, e con la Conferenza di Pace tenutasi a Roma il 13 dicembre alla quale parteciparono delegazioni di entrambi i parlamenti. Da quell’incontro, a cui l’Italia aveva lavorato alacremente nei mesi precedenti cercando sponde in Egitto, Russia e Stati Uniti, si giunse ad un passo importante che fu la firma, a Skhirat, del Libyan Political Agreement (LPA), un accordo per la formazione di un governo di unità nazionale che tuttavia non incontrò il voto favorevole delle due Camere a causa dell’opposizione dei rispettivi presidenti.  Fayez al-Serraj, deputato di Tobruk, figlio di un funzionario che fece carriera con Re Idris, prese così la Presidenza del Consiglio Presidenziale Libico in qualche modo azzoppato dalla mancata ratifica interna ma legittimato dal riconoscimento internazionale.

Nel tentativo di sfruttare l’impasse politica, ai primi di gennaio lo Stato Islamico decise di lanciare una seconda offensiva a est di Nofaliya per catturare i porti petroliferi di Sidra e Ras Lanuf, chiusi da più di un anno in seguito ai combattimenti che si erano verificati tra le forze PFG e le milizie di Alba Libica. Gli uomini di Jadran riuscirono a respingere l’ISIS che tuttavia fu in grado di assicurarsi il controllo di Ben Giauad, a ovest di Sidra. I continui combattimenti tra forze jihadiste e miliziani indussero al-Serraj a tentare di forzare la mano a Tobruk che, dopo aver votato per la ratifica dell’LPA, aveva rinviato sine die il riconoscimento formale del governo opponendosi ad un articolo che garantisce al Consiglio presidenziale i poteri per nominare e rimuovere i vertici militari, un chiaro segnale di sostegno a Khalifa Haftar. Al-Serraj chiese allora alla comunità internazionale di disconoscere e interrompere i rapporti con i due governi, sbarcando a Tripoli alla fine di marzo ed esautorando di fatto l’autorità dell’islamista Khalifa Ghwell; l’Unione Europea accolse con prontezza la richiesta del nuovo Governo di Accordo Nazionale (GNA) e impose una serie di sanzioni nei confronti di Aguila Saleh Issa (Presidente del Parlamento di Tobruk), Nuri Busahmein (Presidente del Nuovo GNC) e il già citato Ghwell (Primo Ministro del Nuovo GNC). Forti di questa iniziativa, numerosi deputati del parlamento tripolino votarono a favore dell’LPA e formarono ai primi di aprile il Consiglio di Stato, la camera alta del nuovo ordinamento, il cui Presidente divenne il misuratino Abdulrahman al-Swehli, nipote del famoso leader della resistenza al colonialismo italiano Ramadan al-Swehli.

Al marzo 2016, le due opposte formazioni di Dignità e Alba Libica giunsero quindi ad evolversi dopo una ossimorica stagione di stasi fluida. La prima, rappresentata come detto dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, la cui componente maggioritaria è data dal partito Alleanza delle Forze Nazionali, è ancora controllata dal governo al-Thani ed estende la sua influenza sulla Cirenaica e sulla regione del Gebel Nefusa, da cui provengono le milizie Zintan – che contano all’incirca 20.000 uomini – e quelle Warfalla di Bani Walid.  Ma il vero peso politico, forse più fittizio che reale, è dato dall’LNA del generale Haftar, un esercito di circa 25.000 uomini composto principalmente da federalisti ed ex-gheddafiani, quest’ultimi, come avvenuto in Iraq con i baathisti del regime di Saddam, confluiti tanto nelle nuove forze armate quanto nei focolai dell’ISIS.  Oltre all’LNA Haftar controlla anche i Sahwat (Risveglio), gruppi civili riforniti di armamenti per combattere gli islamisti a Bengasi e dispone altresì di vecchi tank T-55, artiglieria e lanciarazzi campali, una decina di Mig-21 e Mig-23 e la garanzia dei rifornimenti egiziani attraverso il porto di Tobruk.

Margherita Paolini mostra gli interessi energetici Italiani in Libia

A rendere più complicata la possibilità di raggiungere un compromesso tra i due rami libici vi sono poi chiaramente gli interessi eterodiretti di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Russia che, nel governo di Tobruk, vedono le maggiori garanzie, se non le uniche, ai loro scopi ultimi. Sono loro a incidere più profondamente sul peso negoziale che può avere un uomo come Haftar, generale di Gheddafi caduto in disgrazia durante la guerra con il Ciad negli anni ’70, emigrato negli Stati Uniti dove con qualche pranzo insieme ad agenti della CIA è divenuto cittadino a stelle e strisce, e ritornato nelle prime fasi della rivoluzione per prendersi la rivincita. Una rivincita che passa attraverso lo sradicamento delle componenti islamiste, in primo luogo quelle ispirate ai Fratelli Musulmani, proliferate dopo la caduta del regime, assolutamente assimilabili, nella logica del generale, ai gruppi jihadisti.

Non è del tutto casuale che lo zoccolo duro della guerra civile sia proprio in Cirenaica. Nel 2011, quando i ribelli si asserragliarono dentro Bengasi, Gheddafi mandò immediatamente la sua aviazione e preparò forze terrestri per la riconquista. A differenza di Parigi e Londra infatti, il regime libico aveva fatto i compiti a casa e sapeva che se la Cirenaica fosse stata persa in quelle prime fasi della rivolta l’intera unità della Libia sarebbe stata messa in discussione. L’unione delle tre grandi regioni fu infatti eredità degli artifici coloniali italiani, nulla di più, e le esperienze di Volpi e Balbo ben dimostravano quanto i separatisti e federalisti cirenaici fossero refrattari all’obbedienza ma, nella mente di Gheddafi, la grande jamahiriya araba socialisteggiante non poteva esistere se non come entità unificata.

Ad ovest di Tobruk la situazione risultava ancora più articolata e sfuggente. Alba Libica traeva la sua fonte di potere dal Nuovo GNC di Nuri Busahmein, nel quale la componente islamista del Partito Giustizia e Costituzione (PGC) rappresentava la declinazione libica di un ramo della Fratellanza Musulmana. Il governo di Tripoli, guidato prima da Omar al-Hasi e successivamente da Khalifa Ghwell, era sostenuto invece da una multiforme varietà di sigle e gruppi inter-etnici, non sempre alleati per convinzione ma piuttosto per opportunità, e da Turchia e Qatar.

Le Brigate di Misurata erano la forza più consistente, all’incirca 40.000 uomini ben addestrati e sufficientemente equipaggiati che nel 2012 sono confluiti nel rinnovato Ministero degli Interni assumendo la denominazione di Scudo Libico. Questo gruppo, coinvolto nei combattimenti per la conquista dell’aeroporto di Tripoli, non va confuso con i sui cugini dello Scudo Occidentale e dello Scudo Libico 1; il primo ha servito il Nuovo GNC e sarebbe guidato dal leader qaedista Abd al-Muhsin al-Libi, altrimenti noto come Ibrahim Ali Abu Bakr (spesso confuso, per via della medesima kunya, con Abu Anas al-Libi, responsabile degli attentati contro le ambasciate americane in Africa nel 1998), il secondo farebbe parte invece di un ramo di Ansar al-Shar’ia e attualmente è collegato al Consiglio dei Rivoluzionari di Bengasi.  Sempre facendo riferimento all’universo islamista, le milizie della Camera Operativa dei Rivoluzionari Libici (LROR), create dall’ex Presidente Busahmein e guidate dal jihadista Abu Obeida Zawi, rappresentano il secondo gruppo di sostenitori di Alba Libica a cui si aggiungono la Brigata di Tripoli, una milizia vicina al partito conservatore al-Watan di Abdelhakim Belhadj, un ex LIFG vicino ad al-Qa’eda, e la Brigata dei Martiri 17 febbraio situata a Bengasi.  Il quadro è poi reso più fumoso, come già anticipato, dalla sovrapposizione di moventi politici a spinte etniche tanto che una grossa fetta di territorio del Fezzan e della Tripolitania è proprio controllata da minoranze Tuareg e Amazigh.

Ma con gli accordi di Skhirat e la nascita del GNA guidato da Fayez al-Serraj, l’intera Alba Libica ha subito un vertiginoso ridimensionamento soprattutto con l’allontanamento di Ghwell e la formazione del Consiglio di Stato da parte di parlamentari del Nuovo GNC. A dispetto delle numerose difficolta e ostacoli incontrati, come sporadici ma continuativi e quasi puntuali tentativi di sovversione da parte del precedente governo, Serraj è riuscito comunque ad ottenere un certo controllo su Tripoli e ha incassato il sostegno delle milizie misuratine, delle Forze Speciali di Deterrenza (RADA) di Abdel Raouf Kara e del PFG di Ibrahim Jadran. Specialmente quest’ultima affiliazione ha permesso di riportare almeno nominalmente il controllo dei terminali petroliferi sotto il GNA, sebbene Haftar abbia voluto recentemente mettere le cose in chiaro e muovere nuovamente contro i terminali sulla costa.

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Si chiamava Libia

Tra marzo 2016 e gennaio 2017 infatti, la spaccatura ha iniziato ad assumere un nuovo baricentro che ha da un lato il GNA, con le sue problematiche interne al controllo della Tripolitania, e il parlamento di Tobruk che non è ostaggio ma certamente passivo dialogante rispetto alle intenzioni di Haftar che, almeno finora, non ha espresso alcuna intenzione di scendere a patti con al-Serraj. Rimandare la conciliazione nazionale all’indomani della sconfitta dei jihadisti, che per il generale sono tutti gli islamisti senza distinzione alcuna, specialmente quelli vicini alla Fratellanza Musulmana così invisa al suo sponsor al-Sisi, è un modo come un altro per guadagnare tempo e consolidare potere e posizioni. Si spiega così la pervicace ostinazione nell’affrontare, dopo aver respinto nel maggio 2016 l’ISIS da Sirte, il Consiglio Consultivo di Derna, le Brigate di Difesa di Bengasi e a settembre attaccare i porti controllati dal PFG e le cittadine di Harawa e Ben Giaud. Sfruttando la scarsa presa del GNA sui territori più distanti, tanto che nell’agosto scorso al-Serraj dovette chiedere ufficialmente agli Stati Uniti di attaccare con aerei e droni le posizioni dello Stato Islamico, Haftar ha ottenuto un vantaggioso accordo con la National Oil Company (NOC) per riprendere le esportazioni di petrolio e l’attività dei principali porti sulla costa.

Controllare la mezzaluna petrolifera, al-hilal al-nafti, e i suoi oleodotti, cioè quasi il 70% delle risorse di idrocarburi del paese, significa avere tra le mani la rendita energetica libica. Non bisogna dunque sorprendersi se, dal 2013, questa strisciolina di terra sia stata protagonista della maggior parte dei combattimenti più aspri i quali hanno avuto come conseguenza immediata il crollo delle esportazioni da 900.000 barili al giorno a poco meno di 300.000, cioè la quantità residua che giunge rispettivamente ai porti di Tobruk e Tripoli. Se si pensa che ai tempi di Gheddafi la produzione superava 1.600.000 barili di cui solo 150.000 riservati al consumo interno, è facile capire quanto il blocco petrolifero sia incidente sulle possibilità di rilancio economico e di ricostruzione del paese. Ma la cassa libica, di cui nessuna fazione, con ipocrita pragmatismo, ha tentato di impedirne il funzionamento, oltre al petrolio è composta anche dalla Banca Centrale Libica (CBL) e dall’Autorità per gli Investimenti Libici (LIA); attualmente soltanto la CBL possiede vero potere di spesa e grazie anche agli sforzi di Italia e Regno Unito dal 2015 ha ripreso l’erogazione degli stipendi e dei sussidi sui prezzi, un fattore non secondario visto che l’80% della forza lavoro in tutto il paese, milizie incluse, è mantenuta da salari governativi. Ma con il crollo dell’esportazione di idrocarburi i soldi non bastano e la Banca è stata costretta ad attingere alle proprie riserve, consumando nel giro di un anno metà della sua liquidità (sebbene i 20 miliardi rimasti siano molti di più di quanti non ne abbia l’omologa istituzione egiziana). Grazie a manager e politici accorti, anche la LIA è riuscita a mantenersi lontana dalle grinfie dei due governi e nelle sue casse ci sono quasi 100 miliardi di dollari in patrimonio mobiliare e immobiliare, accumulato in decenni di rendita petrolifera; la maggior parte di questi asset finanziari si trova sparsa principalmente in Europa e specialmente in Italia, sebbene una quota considerevole fosse nelle disponibilità della famiglia del colonnello e dunque ancora congelata in seguito alle sanzioni del 2011.

L’insieme di questi dati rende oggettiva l’importanza della stabilizzazione della Libia, un obiettivo che deve rientrare pienamente tra gli interessi nazionali italiani. Dopo la nascita di Alba Libica e Dignità, l’Italia identificò tre priorità a cui dover fare fronte: la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, la tratta dei migranti e la diffusione di cellule dello Stato Islamico. Nessuna di esse poteva accettare come soluzione il mantenimento dello status quo, dunque vi era la necessità di agire rapidamente e la strategia più consona sembrò a Roma quella del contenimento e della sterilizzazione della crisi.  Di fronte al rischio che la frattura tra Tobruk e Tripoli divenisse irreversibile, il governo Renzi decise da un lato di avviare trattative diplomatiche per tramite delle Nazioni Unite al fine di scongiurare tale eventualità, dall’altro di assicurarsi la sopravvivenza degli interessi italiani in Tripolitania per coprire almeno il capitolo sicurezza energetica. Diversificando le fonti di approvvigionamento, con l’attenzione rivolta al Caspio e al Nord Stream, l’Italia è riuscita così a garantire la continuità del flusso di risorse importando comunque dalla Libia il 7% del gas e l’8% del petrolio necessario al proprio fabbisogno, grazie anche ai numerosi giacimenti offshore protetti dalla Marina Militare e da dispositivi di Forze Speciali.

Ma gli accordi tra NOC ed ENI non sarebbero stati sufficienti sul lungo periodo, la necessità di un governo di unità nazionale, affinché Tobruk non minacciasse l’integrità tripolina, serviva non solo alla Libia in sé ma per la sicurezza di Algeria e Tunisia, infiltrate dal jihadismo e importanti per l’Italia tanto per il Transmed quanto per i giacimenti vicino a Wafa’. Allo stesso tempo via XX settembre e Palazzo Chigi vennero messi in allarme dalla comparsa dei primi cappucci neri dell’ISIS sulle coste libiche; una minaccia troppo vicina al suolo nazionale per essere sottovalutata e troppo distante dagli interessi della Casa Bianca per sperare di subappaltare il problema agli alleati americani. Durante un incontro a Palazzo Baracchini, nel quale ufficiali dello Stato Maggiore italiano illustrarono una serie di opzioni militari nel caso la guerra fosse degenerata, le controparti statunitensi fecero spallucce e spiegarono che Washington era interessata unicamente ad operazioni di targeted killing per colpire singoli leader e disarticolare la loro capacità aggregativa sul territorio.

Il governo Renzi decise allora di correre ai ripari e sfruttare un canale già oliato come quello dell’Egitto di al-Sisi, con il quale il premier intratteneva ottimi rapporti. Avere una sponda con lo sponsor principale di Haftar e di Tobruk avrebbe permesso di poter contare su di un piano B e su di una leva utilizzabile nei confronti dei più ricalcitranti attori rispetto alla soluzione diplomatica; inoltre l’avvicinamento al Cairo venne facilitato dal fatto che tali rapporti non nacquero per la Libia ma per il triangolo d’oro degli appalti sul Mar Rosso destinati alle aziende italiane grazie alla mediazione degli Emirati Arabi Uniti, grandi finanziatori del regime egiziano. Non a caso il Presidente Renzi fu l’unico capo di governo europeo presente alla conferenza di Sharm el-Shayk, dalla quale emersero notevoli opportunità anche per società del settore difesa come la Piaggio Aerospace.  Ma questa doppia strategia interna, tripolina ed egiziana, contraltare a quella esterna portata avanti dalla Farnesina di Paolo Gentiloni, vide una brusca interruzione con la morte di Giulio Regeni, probabilmente perito tra le mani di una frangia ostile ad al-Sisi del Mukhabarat cairota. Ma il raffreddamento dei rapporti con l’Egitto, evento accolto con gioia dalla Francia e dal Regno Unito, posizionate a favore della Cirenaica e con proprie truppe sul terreno, significò la perdita del piano B e il rafforzamento della convinzione di Haftar che ormai chiunque volesse avere accesso alla Libia sarebbe dovuto comunque passare per il suo LNA.

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Libia le forze in campo

All’Italia non restò che puntare sull’opzione diplomatica, lavorando affinché si smussassero i contrasti con la Russia a livello europeo per sperare in un ruolo più incisivo del Cremlino, i cui interessi per la Libia risalgono ai Trattati di Pace del 1947 quando chiese di vedersi garantita la propria presenza in Nord Africa. Una presenza che, dopo l’intervento in Siria a settembre 2015, si è concretizzata anche con l’avvicinamento all’Egitto di al-Sisi tanto che ROSNEFT, il gigante petrolifero russo, ha rilevato dall’ENI il 30% delle quote del giacimento di gas offshore al-Zhor e nel gennaio scorso è riuscita a sottoscrivere un ulteriore contratto con la NOC libica. Con la formazione del GNA tra dicembre e gennaio 2016, Roma decise allora di sostenere apertamente gli sforzi di Fayez al-Serraj sperando in questo modo di poter isolare Haftar e le velleità franco-britanniche ed emiratine e trovare una soluzione al problema migratorio. Rendendosi conto delle difficoltà a cui stava per andare incontro, il generale Haftar ha deciso così di alzare la posta attaccando la mezzaluna petrolifera e recandosi a Mosca per fare una offerta ai russi assai più concreta di quelle che, attualmente, potrebbe avanzare il GNA.

La scarsa capacità di controllo sulla Tripolitania di Serraj, senza considerare il mancato riconoscimento di Tobruk, ha impedito l’implementazione degli accordi firmati a Roma per chiudere il rubinetto migratorio nel Fezzan e ha costretto il nuovo governo di Paolo Gentiloni ad accelerare sulla ricomposizione etnica e tribale di quella regione. Risultato è stato il positivo accordo siglato al Viminale ai primi di aprile, dopo una riunione segreta di 72 ore, tra delegati degli oltre 60 clan del Fezzan per il riconoscimento del governo di accordo nazionale, il contrasto alla criminalità, la chiusura dei corridoi dell’immigrazione, il pattugliamento dei confini e la ricostruzione economica. Se, come spera Palazzo Chigi, questa intesa dovesse resistere, si potrebbe aprire una fase importante per il consolidamento della presenza italiana nel Fezzan e per la ripresa della piena capacità produttiva e di esportazione del Green Stream (importante per abbassare i costi di importazione delle risorse energetiche). Ma oltre a gas e petrolio, nella sua ex colonia l’Italia esporta prodotti derivati dalla raffinazione degli idrocarburi (circa 1.211 milioni di euro), macchine di impiego generale (95 milioni), apparecchiature di cablaggio (76 milioni), macchine per impieghi speciali, prodotti di colture permanenti (52 milioni), frutta e ortaggi (51 milioni), tutti settori che dopo il 2014 avevano visto, a livello di interscambio, un crollo da 15 milioni ad appena 7. Numerose sono poi le imprese italiane che devono riscuotere milioni di euro di crediti insoluti e altrettante, circa 130 secondo la Camera di Commercio ItalAfrica, quelle con interessi diretti nel paese come Snam Progetti, Edison, Tecnimont, Saipem, Impregilo e Bonatti, Garboli-Conicos, Maltauro, Enterprise (costruzioni e opere civili), Iveco, Calabrese, Tarros, gruppo Messina, Grimaldi, Alitalia, (trasporti) Sirti, Telecom, Martini Silos (settore dei mangimi), Cosmi, Chimec, Technip e Gemmo (impiantistica).

Quali scenari immaginare nel prossimo futuro?

La tenuta del GNA di Fayez al-Serraj sembra essersi consolidata perlomeno nei confini della capitale, ma questo non basta a garantire sufficiente forza negoziale per convincere i fedelissimi di Haftar a votare per il suo riconoscimento. Il generale stesso ha ben chiarito che vuole essere parte della partita e che non accetterà nessuna retrocessione rispetto alle posizioni di potere che ha acquisito, specialmente dopo aver guadagnato l’appoggio di Mosca e quello più o meno confidenziale di Parigi. L’intervista rilasciata pochi mesi fa al Corriere della Sera dimostra però un fatto: a differenza di quanto voglia far credere, Haftar sa perfettamente di avere bisogno dell’Italia (e dell’ENI) per ottenere l’unità effettiva del paese, che passa per la fine della guerra e la ricostruzione socio-economica, e un ruolo nella nuova Libia. Non è un caso che egli sia un buon amico del vicedirettore dei servizi di intelligence della Repubblica. Inoltre tutto il mondo è paese e la tenuta dell’LNA dipende dal pagamento degli stipendi erogati dalla Banca Centrale, la quale trae i maggiori introiti dal mercato del greggio che è soggetto alle decisioni della NOC.

Se la strada tracciata dalle Nazioni Unite si rivelasse buona e il GNA in grado di mettere radici, per evitare che la guerra civile degeneri su posizioni oltranziste l’Italia potrebbe sfruttare il peso politico della Banca Centrale e convincere Haftar che la ripresa economica e delle esportazioni potrà avvenire solo e soltanto attraverso il NOC e non con accordi privati la cui garanzia è data dagli AK-47 delle sue milizie.  Inoltre, sempre per ammorbidire le posizioni di Haftar e dell’Egitto, oltre a convincere Serraj a dare limitate garanzie sulla presenza dei partiti di ispirazione islamista in seno al governo, si potrebbe andare alla radice e riprendere ad intessere rapporti con gli Emirati Arabi Uniti, unico vero interlocutore capace di stemperare le preoccupazioni cairote (che schierano una forza di tre brigate meccanizzate e aeromobili sui confini).  Una buona iniziativa, che si connette a quanto proposto, è stata quella della visita di Stato del Presidente della Repubblica Mattarella in Russia per ribadire la visione italiana di Mosca quale partner nella lotta al terrorismo. Se gli attori di peso in Libia dovessero aumentare, come dimostra l’ingresso di Rosneft sul mercato e la gita di Haftar sulla Kunetsov, è imperativo infatti creare contatti, sigillare i nostri interessi e mantenere spazi per avere margini di manovra. Un accordo con la Russia per la Libia non può decisamente prescindere dalla capacità di Roma di influenzare alcuni meccanismi decisionali dell’Unione Europea, soprattutto con riferimento al caso dell’Ucraina e di North Stream.

Ma tutto questo dipenderà dall’ipotesi che il GNA di Fayez al-Serraj sia in grado di portare avanti le sue politiche e rafforzarsi. In caso contrario la quarta sponda potrebbe fare un passo indietro e tornare al binomio Tripoli-Tobruk aprendo a quel punto la strada a due ipotesi: la somalizzazione e quindi la perdita della Libia o la sua divisione nelle regioni storiche.  Nel primo caso le milizie e i vari gruppi armati tornerebbero a combattersi per il controllo delle piazze, della tratta dei migranti, delle risorse petrolifere, rendendo la regione ancora più permeabile alle infiltrazioni jihadiste, solleticando magari gli appetiti bellicisti, frutto della paura del contagio più che di abulia territoriale, di Algeria, Tunisia ed Egitto. La divisione nelle sue regioni storiche potrebbe essere invece uno sbocco raggiunto per inerzia o per volontà negoziale, magari rimandando a tempo indeterminato una soluzione confederale tanto da accontentare la Cirenaica. Una soluzione al ribasso tanto per il popolo libico quanto per Roma. L’Italia infatti potrebbe permettersi di sacrificare l’unità della Libia solo nel momento in cui l’ipotesi di una sua somalizzazione si profilasse seriamente all’orizzonte e se gli interessi italiani in Tripolitania fossero così certi da non temere da una eventuale spartizione; una soluzione che comunque non può essere scartata fideisticamente perché, tra una Libia divisa e una guerra aperta in Nord Africa potenzialmente lesiva della sicurezza del Mediterraneo, la scelta sarebbe chiara.