Ha fatto molto discutere la sentenza emessa dal Wto nei giorni scorsi. L’organizzazione mondiale del Commercio ha infatti stabilito che gli Usa potranno imporre dazi all’Europa per un valore di 7,5 miliardi in cambio dei danni subiti a causa dei fondi pubblici concessi illegalmente ad Airbus. Non c’è nulla di certo, ma sembra che dal 18 ottobre entreranno in vigore dazi imposti al 25% sull’agroalimentare. A pagarne il prezzo maggiore saranno Francia e Italia. Come si inquadra questa operazione all’interno dello scenario politico mondiale? Ne abbiamo parlato con Germano Dottori, docente di Studi Strategici alla Luiss, Consigliere Scientifico di Limes e consulente parlamentare. Nel 2019 ha pubblicato La visione di Trump. Obiettivi e strategie della nuova America” per Salerno editore. 

Il Wto ha concesso agli Stati Uniti di porre dei dazi allUe come risarcimento di un danno ricevuto più di quindici anni fa. Il nostro mercato dellexport ne verrebbe fortemente penalizzato. LItalia che centra?

Il fatto che l’Italia sia stata inclusa nei dazi ritorsivi che l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha permesso agli Stati Uniti di varare contro l’Ue per i sussidi ad Airbus si spiega a mio avviso con la volontà di segnalare all’Italia una certa insoddisfazione americana. L’amministrazione al potere a Washington usa infatti dazi e tariffe anche a scopi di segnalazione politica. La nostra adesione alle vie della seta cinesi non è piaciuta, perché abbiamo offerto una sponda ad un’iniziativa di Pechino che gli Stati Uniti giudicano eversiva rispetto agli attuali equilibri internazionali ed alla loro supremazia mondiale. Firmando il memorandum d’intesa che ci ha fatto entrare nella Belt and Road Initiative, noi italiani abbiamo accettato le finalità politiche del progetto. Abbiamo così perso l’occhio di riguardo che in qualche modo ci aveva garantito una certa immunità in precedenza. Poi, siamo andati a rilento anche sul potenziamento del golden power, che gli americani ci raccomandavano con insistenza, temendo che i settori più avanzati e strategici della nostra economia potessero finire in mani cinesi. Comunque, si tratta per ora di misure dall’impatto tutto sommato contenuto e temporaneo, sempre reversibili.

Qual è lo scopo della politica commerciale statunitense?

La politica commerciale americana ai tempi dell’amministrazione Trump ha scopi economici e politici. I primi sono più immediati e forse intuitivi, ma quelli più importanti sono i secondi. L’ascesa cinese deve essere fermata o rallentata e certe misure di limitazione degli scambi possono rivelarsi utili. A noi italiani, economicisti per cultura, potrà sembrare strano: ma per frustrare le ambizioni di Pechino, Trump è disposto a pagare anche un prezzo economico elevato. Lo scopo della politica non è infatti il guadagno, ma il potere. La recessione in arrivo deve non poco alle tensioni commerciali tra le due sponde del Pacifico e tra le due rive dell’Atlantico, provocate dagli Stati Uniti per ragioni politiche che hanno a che fare con il loro status nel mondo. Ma Trump non arretra. Magari chiede alla Federal Reserve di stampare più dollari o prestarli a costo zero, ma non fa passi indietro.

È possibile che Trump possa utilizzare i dazi come ricatto per far approvare il TTIP? Cosa rischiamo?

Mi stupirebbe, dato che al TTIP si erano opposti anche molti settori dell’economia americana, temendo di dover fronteggiare la competizione degli europei in alcuni comparti ritenuti vulnerabili. Io penso invece che le misure commerciali possano servire soprattutto a condizionare alcune scelte politiche di allineamento. Rispetto alla Cina, ad esempio, o in materia di apporto alla sicurezza internazionale, campo in cui gli americani ci rimproverano di fare e spendere troppo poco. Comunque non escludo sorprese.

Rispetto al passato le guerre tra stati non si fanno più con le bombe e le barricate. Le nuove armi sono gli strumenti finanziari e commerciali. Quali sono gli scenari per il futuro? Si può dire che ci stiamo avvicinando ad un conflitto economico mondiale?

È una pericolosa illusione immaginare che la guerra sia uscita dalla storia. Ne è invece ancora pienamente parte. Non viviamo nell’era della pace kantiana ed il fatto che Stati Uniti e Cina stiano spendendo cifre favolose in armamenti la dice lunga su come la pensino. Parliamo di circa mille miliardi di dollari all’anno, di cui il 70% spesi dai soli americani. Si combatte in molte zone del mondo, anche a noi vicine, come la Libia o la Siria. Finanza e commercio non sono armi nuove, fanno da tempo parte della strumentazione a disposizione degli Stati, che vi fanno ricorso nel contesto di precise strategie costantemente aggiornate. Trump ritiene che l’accesso al mercato americano sia attualmente un mezzo meno rischioso dell’impiego delle Forze Armate quando si tratti di perseguire gli interessi nazionali degli Stati Uniti.

È un bene che sia così. Ma se le armi economiche fallissero, rimarrebbero sempre le altre, “l’estrema ragione dei re”. Le maggiori potenze del mondo stanno intensificando i preparativi: stanno riarmando anche Francia e Gran Bretagna. Quest’ultima ha appena messo in mare due portaerei da oltre 60mila tonnellate ciascuna. Inoltre, senza che nessuno se ne accorgesse, negli ultimi mesi è iniziata una corsa alla militarizzazione dello spazio che non promette nulla di buono. È nato un comando americano per le forze spaziali e ne hanno creato uno anche i francesi. Il fatto che possano scoppiare guerre dovrebbe indurre anche noi ad atteggiamenti più responsabili, specialmente sotto il profilo della programmazione degli investimenti in campo militare. Tagliare sulle spese per la Difesa potrebbe rivelarsi imprudente in questa fase storica.