Un’operazione senza precedenti; in un colpo solo le forze di sicurezza russe, coordinate da FSB e Ministero degli Interni, hanno decapitato l’intera cupola dell’Emirato del Caucaso, organizzazione jihadista nata dalle ceneri della Repubblica Cecena di Ichkeria ed affiliata ad al-Qaeda. Il blitz è avvenuto domenica scorsa 19 aprile nel villaggio di Gerei-Avlak, nei pressi di Bunyaksk, nel Daghestan centrale; dopo un breve conflitto a fuoco con le forze speciali sono rimasti uccisi Aliaskhab Kebekov, leader dell’Emirato del Caucaso; Shamil Hasanov Balakhani , a capo della jamaat daghestana di Untsukul e Omar Magomedov. Colpite a morte anche Zahra Abdullayeva e Jamila Magomedova, le rispettive mogli di Kebekov e Magomedov. 1 Sulla scena dello scontro sono state sequestrate sette auto, nonché otto lanciagranate, armi da fuoco e una grande quantità di munizioni. Diversi siti islamisti tra cui il Kavkaz Center, Vilayat Daghestan e Arrahmah hanno reso nota la morte del comandante dell’Emirato del Caucaso, citando l’evento come “martirio”. 2 3

Kebekov, un profilo insolito

Un profilo insolito quello di Aliaskhab Kebekov (1972), meglio noto come “Ali Abu Muhammad al-Daghestani”, etnia avara e primo non-ceceno a capo dell’Emirato. Nel 1996 venne multato di 759 mila rubli per traffico di vodka contraffatta, non prese parte alle due guerre di Cecenia e all’inizio del 2000 si recò in Siria, all’Università Abu Nur, per studiare Sharia. Unitosi ai ribelli nel 2009, per un breve periodo fu “qadi” (giudice) per un tribunale sharaitico della “Wilayat Daghestan” e successivamente dell’Emirato del Caucaso (in seguito alla morte di Magomedali Vagabov). Il 18 marzo 2014 Kebekov prese il posto dell’ex leader dell’Emirato del Caucaso, Doku Umarov, ucciso nel settembre 2013 in circostanze misteriose ed era ritenuto dalle autorità russe uno degli organizzatori dell’omicidio del maestro sufi Said Afandi al-Chirkawi nell’agosto del 2012 e degli attentati di Volgograd del 2013. Il 28 dicembre 2014, Kebekov fece pubblicare un video nel quale metteva in guardia i membri della sua organizzazione dal passare nelle file dell’ISIS, col rischio di espandere la “fitna” (discordia) all’interno dell’Emirato del Caucaso, legato ad al-Qaeda. Nell’estate del 2014 Kebekov parteggiò per Ayman al-Zawahiri, durante una disputa del leader qaedista con al-Baghdadi. Fervente wahhabita, Kebekov avversava qualsiasi tipo di espressione islamica che non rispecchiasse tale ideologia e in particolare l’Islam praticato in Daghestan, fortemente legato alla tradizione sufi.

La fine dell’Emirato

L’Emirato del Caucaso era da tempo entrato in una fase di forte declino, le minacce di compiere attentati ai giochi olimpici invernali di Sochi, lanciata da Doku Umarov nell’estate del 2013, erano rimaste soltanto parole; i giochi si erano svolti regolarmente, grazie anche alle imponenti misure di sicurezza ordinate da Mosca e l’Emirato non era riuscito ad andare oltre gli attentati di Volgograd. Attentati che hanno oltretutto generato un effetto controproducente per quanto riguarda l’immagine dell’organizzazione, in primis perchè gli attacchi di Volgograd sono sembrati un ripiego al mancato colpo su Sochi e hanno messo in evidenza le carenze organizzativo-strategiche dell’Emirato. In secondo luogo gli attentati di Volgograd dell’ottobre e dicembre 2013, che hanno causato la morte di quaranta civili, hanno danneggiato l’immagine dell’Emirato, inimicandogli ulteriormente la popolazione del Caucaso settentrionale, stanca dell’ideologia wahhabita dopo anni di continui attacchi. Kebekov aveva capito che la strategia messa in atto dall’Emirato non portava a nulla di buono e aveva ordinato ai suoi di sospendere gli attacchi contro i civili, vietando anche l’utilizzo delle cosidette “vedove nere” (parenti dei jihadisti morti o arrestati, disposte a farsi esplodere). L’ex leader dell’Emirato del Caucaso aveva inoltre intenzione di implementare una strategia di infiltrazione propagandistico-ideologica a livello sociale e culturale ma non aveva messo in conto tre elementi fondamentali:

1- La propaganda radicale fa breccia con molta fatica nel tessuto sociale ceceno e daghestano. La popolazione locale non vede di buon occhio gli estremisti wahhabiti, tanto che già nell’estate del 1999, durante la Guerra in Daghestan, la popolazione non appoggiò i jihadisti guidati da Shamil Basayev ed Amir Khattab (penetrati nel paese dalla Cecenia il 7 agosto 1999); al contrario, si formarono milizie anti-wahhabite nelle zone rurali e i soldati russi vennero addirittura accolti con entusiasmo.

2- I vertici dell’Emirato non erano più in grado di controllare le varie jamaat locali che spesso sovrapponevano il jihadismo con attività criminali e che non ci pensavano due volte a colpire anche i civili con attentati. Un chiaro esempio è l’attacco avvenuto in un ristorante di Makhachkala nel gennaio 2014, con tanto di lanciagranate.

3- La propaganda dell’ISIS stava facendo breccia tra le nuove generazioni jihadiste appartenenti all’Emirato, tanto che diversi comandanti delle jamaat locali avevano recentemente lasciato l’organizzazione per giurare fedeltà al leader dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi, mandando su tutte le furie Kebekov. Molti sono tutt’oggi i volontari caucasici che militano nelle file jihadiste in Siria, con conseguente depotenziamento delle cellule in territorio caucasico.

Al resto hanno pensato le forze di sicurezza russe, che negli ultimi due anni hanno messo in atto una campagna anti-terrorismo con notevoli risultati, tanto che in Daghestan nel 2014 gli episodi di terrorismo sono diminuiti del 20%. Molte delle cellule locali sono state estirpate, circa 180 jihadisti sono stati uccisi e più di 200 gli arrestati.