Come un fiume in piena, la Russia di Vladimir Putin ha riversato consistenti mezzi ed energie nel teatro mediorientale in cui è tornata attore di primo piano e di influenza preponderante. Il martellamento continuo delle posizioni dell’ISIS, tanto consistente da rendere al confronto punture di spillo le incursioni aeree della coalizione a guida USA, si accompagna con un’azione diplomatica continua, incisiva e fruttuosa, che ha al tempo stesso evitato possibili escalation nella contrapposizione allo schieramento occidentale, rivelato l’ambiguità di quanti al suo interno portavano avanti un palese doppio gioco (in primis il governo turco), ricucito almeno parzialmente certi strappi con gli USA, con i quali il governo di Putin ha raggiunto un’intesa di massima sulla road map per la cessazione delle ostilità in Siria, e affermato la posizione di Mosca come potenza di riferimento nelle trattative in evoluzione.

Il ruolo giocato dalla Russia in Medio Oriente è testimoniato dal suo essere al centro degli interessi di tutte le parti in campo: il legittimo governo siriano ne ha a lungo invocato il sostegno militare poi accordatogli; sauditi e israeliani l’hanno blandita essendo desiderosi di trovare, dopo aver sperimentato in prima persona le ambiguità e le debolezze della politica estera di Washington, un modus vivendi con Mosca offrendo concessioni rispettivamente in campo energetico e militare; gli iraniani hanno stretto sempre di più i loro rapporti col potente alleato, siglando accordi di valore sempre maggiore per forniture militari e investimenti infrastrutturali, saldando con gli affari un’alleanza dal grande fondamento politico e ideologico (trattata in uno dei capitoli conclusivi del saggio “Russia – Rinascita di un impero” scritto col contributo della redazione esteri de “L’Intellettuale Dissidente”); l’Iraq e i curdi del Rojava beneficiano di riflesso dell’intervento del Cremlino, che ha concesso loro ampio respiro costringendo l’ISIS a un’ampia emorragia di mezzi e uomini da est verso ovest per ripianare le perdite inflitte dagli attacchi aerei e missilistici russi. A tre mesi dall’intervento richiesto da Assad e accordato da Putin, è possibile fare un primo bilancio delle azioni portate avanti dalle rinnovate forze armate russe nello scenario siriano.

Non c’è dubbio che l’inizio dei raid della VVS (l’aviazione militare di Mosca) e il susseguente avvio dell’offensiva navale, con l’impiego delle flottiglie del Mar Caspio e del Mar Nero quali gigantesche batterie missilistiche mobili, abbia segnato una discontinuità probabilmente decisiva nella guerra multinazionale contro l’ISIS. Per la prima volta, si sono messe alla luce le reali debolezze militari del sedicente Califfato, tali da rendere difficile la spiegazione dei suoi precedenti successi: in primo luogo, esso è assolutamente carente nella difesa antiaerea, dato che l’unico velivolo perso dalla VVS sinora è stato il Su-24 abbattuto da caccia turchi nell’incidente del 17 novembre e le uniche armi che ha a disposizione provengono dal saccheggio degli arsenali dell’esercito iracheno durante la sua rotta nel giugno 2014. L’esercito dello Stato Islamico non ha neppure alcuna strategia a tal proposito: essendo stato costruito per tutt’altro tipo di guerra, i suoi reparti disorganizzati in campo aperto patiscono lo stesso spaventoso tributo di sangue che subirono i Talebani sotto l’urto dei B-52 nel 2001: a esemplificare l’enormità delle perdite umane tra miliziani e foreign fighters basta il singolo esempio dei 600 membri dell’ISIS uccisi da un singolo attacco missilistico lanciato dalla Flottiglia del Mar Caspio il 20 novembre scorso sulle posizioni del Califfato presso Deir Ex-Zor1.

Seconda grave debolezza dell’ISIS fatta emergere dall’energica azione russa è la fragilità del suo controllo sul territorio. Esso si è costituito su un’ampia area più per debolezze altrui che per reali capacità dei suoi leader in campo politico, strategico o militare. Nei fatti, buona parte del territorio controllato dal sedicente Califfato è semplicemente deserto, mentre i gangli vitali del potere degli uomini di Al Baghdadi si trovano concentrati nei pochi centri urbani degni di nota, quali ad esempio Raqqa e Ramadi, e nei pozzi di petrolio vitali per il finanziamento dell’organizzazione. Gli strateghi russi hanno capito sin da subito questa delicata debolezza del nemico, al contrario degli omologhi occidentali che continuano tuttora a sferrare inutili incursioni aeree contro dune e pietraie, martellando in continuazione i centri di comando, i campi d’addestramento, i depositi di munizioni, le già esigue linee di comunicazione e, soprattutto, le infrastrutture petrolifere. La sempre maggior coordinazione con l’esercito di Assad ha portato a una continua erosione del territorio occupato dall’ISIS, che ora si trova sotto attacco da tre lati, dovendo subire anche la baldanza dei curdi del Rojava, forti della loro unità interna e della loro rodata forza armata, e la ripresa dell’esercito iracheno, che proprio in queste ore ha ingaggiato la battaglia decisiva per la liberazione di Ramadi, occupata dai miliziani il 17 maggio scorso2. Entrambi i punti di debolezza rilevati dalle operazioni a guida moscovita portano allo scoperto due critiche parallele che si possono muovere riguardo le contemporanee azioni della coalizione a guida statunitense, più volte sottolineate con chiarezza dal generale Fabio Mini nei pungenti articoli che scrive per il “Fatto Quotidiano”: l’esiguità dei raid, sia in termini numerici quanto in termini di aerei impiegati, e l’incapacità di scegliere obiettivi adatti. Gli attacchi dei caccia occidentali, nei fatti, si rivelano forieri di danni limitati e non competono ai danni subiti dall’ISIS in maniera tale da giustificare le roboanti parole di Hollande e Obama, sempre pronti a dichiararsi eredi di Napoleone ma nei fatti impossibilitati a dar seguito a tanto grandi dichiarazioni coi fatti.

Ma il più grande contributo della Russia allo sfaldamento dello Stato Islamico è arrivata in maniera indiretta: l’escalation dell’impegno russo in Medio Oriente ha di fatto portato alla messa in discussione delle idee fondanti dell’ISIS. Autodefinitosi Califfato, rappresentante universale della umma, desideroso di inglobare nei suoi confini la totalità del Dar el-Islam (la comunità dei credenti), il prodotto della fervida immaginazione di Abu Bakr Al-Baghdadi e dei suoi accoliti altro non è nella realtà delle cose se non un assembramento di bande armate unite dalla fedeltà dei suoi aderenti a una divinità terrena che promette ben altri privilegi che l’immortalità eterna nel Paradiso delle hari: il Bottino, per il cui conseguimento l’ISIS ha avuto libertà d’azione nei mesi in cui è riuscito ad incunearsi nell’anarchia generale venutasi a creare tra la Siria sconvolta dalla guerra civile e l’Iraq allo sbando dopo il ritiro del contingente occidentale. La decisa reazione del regime di Assad aveva già contribuito a infliggere pesanti danni, d’immagine ancor prima che materiali, alle armate contrassegnate dalla bandiera nera, ma negli ultimi tre mesi lo scompiglio creato nelle loro linee dal deciso supporto russo a Damasco ha, direttamente e indirettamente, gettato nel panico la leadership di Raqqa. Gli attacchi di Parigi possono essere letti proprio in questa ottica, come il colpo di coda di un’organizzazione allo stremo in cerca di pubblicità, desiderosa di tornare a far presa nell’immaginazione collettiva per poter sperare di attrarre ancora uomini nelle sue file. Per quanto trovino difficoltà a trovare un’unità d’azione, i nemici dell’ISIS sono in numero tale da cagionargli danni considerevoli. E l’unità d’intenti tra il suo più strenuo combattente sul terreno (l’esercito di Assad) e il più deciso supporter internazionale (la Russia) ha avuto l’effetto di colpire al cuore il sedicente Califfato.

Allo stato attuale delle cose, l’impalcatura pericolante dell’ISIS potrebbe venir travolta da un momento all’altro; la vera partita per la pacificazione della Siria si gioca nei tavoli diplomatici che cercano di trovare un’intesa tra le posizioni di Assad e quelle dell’opposizione; nei fatti, sembra quasi che i due contendenti tengano in vita lo Stato Islamico per rimandare l’ora del confronto decisivo. Come l’offensiva irachena in corso ha dimostrato, oggigiorno le parti in campo hanno le potenzialità materiali per travolgere definitivamente l’ISIS. E a questa situazione ha dato un contributo decisivo l’azione della Russia, che continua imperterrita a condurla, forte del generale consenso che Putin ha compattato a livello politico nei confronti dell’intervento. L’orso affonda sempre di più, i tagliagole sono nel caos. Nella speranza che la pace arrivi al più presto per una terra martoriata, c’è da sperare che la sconfitta di ISIS possa favorire la definitiva cessazione delle ostilità in Siria e il ritorno alla normalità di una nazione che, negli ultimi anni, di “normale” ha visto solo la violenza.