La Polonia fa il bis; dopo aver a sorpresa eletto nello scorso mese di maggio Andrzej Duda come nuovo capo di Stato, adesso i polacchi affidano anche il parlamento a forze considerate conservatrici e soprattutto ‘euroscettiche’ le chiavi del paese. Come sottolineato proprio in occasione dell’elezione di Duda, è da questo dato che bisogna ripartire per capire l’importanza delle consultazioni di domenica scorsa; la Polonia negli ultimi cinque anni, è stata più volte citata come esempio di grande successo dell’espansione dell’UE nei paesi dell’ex cortina di ferro. Per Bruxelles, mostrare una Varsavia (città da cui prese origine quel Patto che sancì la divisione dell’Europa in due blocchi) in pieno boom economico, con tassi di crescita importanti e con una produzione industriale ai massimi livelli, ha rappresentato un vero e proprio spot da sbandierare a tutti gli euroscettici. Ma proprio la Polonia per ben due volte in cinque mesi volta le spalle alla linea politica comunitaria; paese in crescita ed in espansione, così è stata più volte presentata la situazione dell’economia polacca, ma quei governi che hanno favorito una maggiore integrazione nell’UE sono stati di fatti sonoramente mandati a casa dagli elettori.

Domenica ha vinto il PIS, che avrà la maggioranza assoluta dei seggi e governerà senza alleanze; la formazione vincitrice, che ha già designato Eva Kopacz come nuovo primo ministro, preme molto sulla questione della sovranità della Polonia, dichiarandosi non favorevole all’ingresso nell’Euro, non d’accordo con le politiche sull’immigrazione comunitarie ed in generale puntando sul primato delle decisioni di Varsavia rispetto a quelle di Bruxelles. Evidentemente ai polacchi questo approccio nuovo alla politica è piaciuto e così il voto ha premiato il PIS, il cui leader più carismatico è quel Jaros Kaczynski fratello gemello di Lech, presidente deceduto nel 2010 a causa dell’incidente aereo in Russia e premier egli stesso tra il 2006 ed il 2007. Kaczynski viene ora ritenuto il vero ‘padrone’ della Polonia, essendo lui a guidare un partito che esprime adesso presidente e primo ministro; lo stesso Kaczynski, in una recente intervista, ha dichiarato che una sua candidatura diretta per il PIS avrebbe fatto perdere consensi al partito, facendo intendere insomma che anche se non direttamente al governo, le fila del nuovo esecutivo saranno personalmente rette dall’ex premier.

Ma il programma del PIS non deve comunque essere confuso con quello di altri partiti euroscettici che già nell’Europa orientale sono al governo, primo tra tutti con quello portato avanti da Orban; Kaczynski non è né un rivoluzionario e né un reazionario: la Polonia non cambierà politica estera, la russofobia nel paese è radicata tanto nella popolazione quanto nella classe dirigente, Varsavia non si opporrà ad un’espansione delle basi NATO nel suo paese e l’unica novità che potrebbe emergere riguarda quella di un maggior rigore nella chiusura delle frontiere ai migranti ed in questo senso una maggiore collaborazione con il ‘fronte orientale’ apertosi nell’apice della crisi dei rifugiati provenienti dalla cosiddetta rotta balcanica. Da queste elezioni comunque, emergono ugualmente importanti schiaffi a Bruxelles: la Polonia, paese dell’attuale presidente del consiglio europeo, non è più quel paese ‘modello’ da mostrare come vanto (e monito) a tutti gli altri governi ed a tutti gli euroscettici. Tra le varie forze politiche in campo, i polacchi hanno scelto quelle più lontane da Bruxelles e dalla sua linea politica ed economica; inoltre, il voto polacco fa intuire una certa insofferenza nei confronti dell’Euro, essendo il nuovo governo assolutamente contrario ad ogni ingresso di Varsavia nell’eurozona. Inoltre il PIS ha previsto in campagna elettorale un innalzamento delle tasse per le banche e le multinazionali; forse in questo, si può ravvisare la vera influenza di Orban nelle future politiche del partito di maggioranza polacco. Addio per sempre quindi ad una Polonia supinamente piegata ai diktat dell’UE e ad una Varsavia utilizzata come manifesto per mostrare i progressi dell’Europa e grazie all’Europa; anche se eterogeneo, da Praga a Budapest, da Varsavia a Bratislava, i paesi dell’ex cortina di ferro stanno lentamente organizzando un nuovo fronte orientale destinato inevitabilmente ad influenzare anche quello più geograficamente vicino a Bruxelles