I ripensamenti nelle strategie di politica estera e il valzer di alleanze che si prospetta quasi quotidianamente all’interno delle stanze dei bottoni di nenniana memoria trovano un’ennesima conferma nelle dichiarazioni che seguono ogni fatto che, in modo eclatante e scioccante, turba la routine della politica e dell’opinione pubblica. L’eco assordante del qualunquismo dilagante che si propaga con gli hashtag di condanna degli attentati terroristici di Parigi consegna alla manipolazione dell’opinione pubblica nuovi pretesti per consolidare posizioni di convinzione di superiorità del modello occidentale, come vessillo di difesa dei valori democratici e di libertà. Il medesimo tragico bilancio recato da contemporanee stragi di civili in altri luoghi del mondo, a carico di altre forze di governo professanti dottrine differenti dall’unipolarismo di casa nostra, è passato in sordina rispetto alla mattanza del nero venerdì francese. Nessuno, a livello ufficiale, ha pianto i 224 turisti del volo 9268 diretto a San Pietroburgo, o le 43 vittime del quartiere di Beirut vicino ad Hezbollah, o ancora i 200 cadaveri di Boko Haram in Nigeria. Il Presidente siriano Bashar-al-Assad ha prontamente ribattuto alla costernazione generale sottolineando come la Siria vive questo clima di terrore da cinque anni, mentre i burocrati occidentali si spellavano le mani in una corsa a chi dovesse sollevare per primo la testa del dittatore di Damasco come trofeo di una guerra contro il male, contro il terrore, contro un mostro che cavalca l’onda mistica della religione per rivendicare lo sterminio di infedeli e dissidenti.

Putin per primo ha intrapreso la via concreta della lotta al terrorismo, moderato e non, mentre insorgeva ipocrita la comunità occidentale, preoccupata per la perdita di vite umane tra i civili siriani. Oggi che, invece, la Francia ha invocato ed ottenuto per la prima volta la clausola per la difesa comune al paragrafo 7 dell’articolo 42 del Trattato di Lisbona, che prevede l’attivazione di un meccanismo di difesa comune da parte dei paesi dell’Unione Europea qualora uno degli stati membri venga attaccato, sarà dunque un caso che un passaporto indistruttibile sia un pretesto più che valido per muovere guerra ad uno Stato che non esiste geograficamente, ma che dilaga prepotentemente nella culla delle civiltà. Subito ci si affanna a guadagnarsi un pezzo di gloria, andando a scaricare una ventina di ordigni in mezzo al nulla o che, al più, mietano delle vittime civili di cui non facciamo sapere nulla (ancora una volta). In tal caso, vale anche la regola del “chi è nemico del mio nemico è mio amico”. Ci affrettiamo tutti, da Obama all’ultimo dei filo-americani, a rivalutare la posizione di Putin e la bontà della sua politica che, fino a qualche settimana fa era lo spregevole dittatore amico di un altro criminale efferato. Ora che sul carro ci vogliamo saltare tutti, incalziamo nel chiedere la creazione di una coalizione internazionale che combatta Daesh, mentre fino al mese scorso lo coprivamo di dollari e armi.

L’Occidente, però, deve fare i conti con l’uomo più astuto e potente del mondo, il quale non sarà accomodante e disponibile ad perdonare le nostre scaramucce e cancellarle con un colpo di spugna. Il mea culpa dei Paesi occidentali non è che la solita pantomima inscenata ad hoc per poter raggiungere subdolamente i propri obiettivi economici e politici. E il canovaccio è sempre lo stesso, stucchevole, stantio e ritrito, nel quale noi facciamo la parte dei salvatori, e crediamo anche di essere i più bravi e i più furbi. Ci sarà da scommettere su un salato conto che Putin sottoporrà a Bruxelles e a Washington una volta concluse queste operazioni belliche ma, in pieno stile Guerra Fredda, saremo rappresentati da questo lato del mondo come coloro che riescono a conciliare gli interessi internazionali nel modo più efficace e giusto possibile.