È giunta alla dodicesima edizione, possiede uno formato accattivante da tabloid inglese, un’impaginazione degna delle migliori case editrici, elementi di infografica a supporto della veridicità della notizia verbalmente riportata, classifiche, ma soprattutto contraddizioni, giochi linguistici e strategie comunicative plurali, puntualmente evocate a seconda del target di riferimento. Il suo nome è Dabiq e postula una serie di effetti politico – sociali, poiché invoca una città vicino ad Aleppo [1] ricostruisce l’immaginario collettivo riproponendo il luogo simbolico in cui si è svolta l’ultima battaglia tra musulmani e crociati; ed è quella che è stata apostrofata come “la rivista patinata” dell’Isis. I dubbi relativi ai famigerati scontri etnici sono fugati dal caso in questione, poiché è evidente che le tecniche di produzione giornalistica ed i processi di costruzione della notizia passino dalle trame narrative dei discorsi “occidentali”, dal font all’uso “democratico” e politico delle immagini. L’efficacia comunicativa del “phamplet corale” passa attraverso le dimensioni del formato (semplici e facilmente distribuibili), dall’uso ridondante delle immagini, dal ricorso massiccio ai commentari religiosi e dall’impiego di codici comunicativi specifici ed ancora una volta fortemente calibrati sul destinatario.

Curare l’immagine pubblica del gruppo, individuare strategie comunicative con l’obiettivo di attivare risposte comportamentali specifiche e subordinate al genere, piuttosto che al disagio sociale; insieme con l’uso di marcatori simbolici, pronti ad attestare l’appartenenza al medesimo, sono solo alcune delle competenze comunicative possedute, tatticamente studiate dai sodali del “Califfo” e puntualmente impiegate nei molteplici formati, ora dispostivi di efficacia e di identificazione sociale.

La retorica dell’immagine

La prima pubblicazione del “prontuario” jihadista è avvenuta nel mese di luglio del 2014, pochi giorni dopo la proclamazione del sedicente Stato e ricorreva al “ritorno del Califfato” nel titolo della stessa. La rivista, che in realtà è un documento politico a tutti gli effetti ed un genere imbastito, che pone notevolmente l’attenzione al destinatario, poiché impiega diversi codici e registri: inglese, russo, francese, turco; mostra l’importanza delle dimensione comunicativa in ogni atto strategicamente creato. A determinare l’efficacia comunicativa del “manifesto propagandistico” dei sodali di al- Baghdadi è indubbiamente il ricorso alle tecniche pubblicitarie, a tutti gli editor testuali, ma è anche il paratesto a fare la differenza. Le strategie di legittimazione, passano attraverso citazioni ed inframezzi coranici, che ne attestano la contestualizzazione ed al contempo la contestualità attualizzata. Sessantasei pagine per l’ultimo prodotto editoriale che titola: Just Terror. Un’immagine di copertina contraddittoria, ma forse più che chiara, poiché ripropone una scena degli attentati di Parigi di venerdì 13 novembre e nella fattispecie in primo piano uomini del personale sanitario e vigili del fuoco, davanti ad una barella. In dissolvenza, cadaveri e corpi stipati e ricoperti con lenzuola bianche. La tecnica fotografica ed il senso polisemico tutt’altro che iconico, veicolano un chiaro significato politico delle immagini. La retorica della stessa, di Barthesiana memoria, è compiuta. Quali sono i colori evidenziati? Il nero e l’arancione. Rispettivamente il simbolo del vessillo e dell’esercito di al-Baghdadi ed il colore delle tute dei prigionieri di Guantanamo, puntualmente fatte indossare agli ostaggi decapitati. Possibile che la tecnica pubblicitaria impiegata giochi con la cromia ed evochi una delegittimazione inversa? Il senso subliminale rievoca le decapitazioni ed al contempo attesta l’autoreferenzialità dell’immagine pubblica dei miliziani. Analizzando il contenuto degli editoriali, infatti, non compare un riferimento all’immagine di cui sopra. Vi è quindi uno scarto tra forma e contenuto. Per contro, il sommario e la prefazione segnano al contempo le direttrici della comunicazione politica jihadista tipicamente propagandistica. Dopo una breve citazione che ripropone i moniti di Al- Zarqawi, che legittima il nome della “rivista”e segno politico, che attesta come i disconoscimenti tra gruppi e le origini dell’organizzazione esistano e lo dimostra il successivo articolo che si rivolge agli alleati di Al Qaeda in Yemen, il testo plurale, apre con un commentario che ripropone la disfatta degli occidentali. Ed è qui che si compie l’apologetica. Il linguaggio retoricamente teocratico si mescola con il registro del proselitismo e legittima l’anacronostico uso di espressioni passate, che enfatizzano lo scontro. Gli attentati di Parigi sono legittimati ed il processo di socializzazione è compiuto.

Ma sono le immagini a dominare la precisa impostazione grafica e didascalica della propaganda: i frammenti del metrojet russo precipitato nel Sinai con tanto di schede anagrafiche di “passeggeri russi”, anch’esso simbolo di questa comunicazione politica. Segue, l’immagine dell’ordigno rudimentale, anch’essa tutt’altro che iconica, poiché presenta una lattina con tanto di spoletta e miccia contenente l’esplosivo. Se non fosse posta al fianco della prima immagine, ci limiteremmo ad una rappresentazione fuorviante, poiché il senso politico è palesemente rivolto alla sfida “belligerante” retoricamente subalterna. Il caso vuole, che l’immagine successiva riproponga la moneta del “Califfato” e rivendichi la natura statuale ed al contempo istituzionale del “nuovo” soggetto politico. Dabiq è dunque, più che una rivista. Nella seconda parte conferisce consigli ai combattenti, argomenta le motivazioni che hanno determinato la scissione con Al Qaeda in Siria, ma soprattutto invoca la legittimità delle pratiche matrimoniali tra le giovani donne, inneggiando alla liceità della poligamia, ed affida a John Cantlie un commentario politico alla fine, dopo avere riproposto le modalità di reclutamento e socializzazione dei giovani adepti. Immagini viventi ed un tempo aniconiche, insieme alla classifica dei video, chiudono le rappresentazioni politiche del sé dei miliziani. Target, registri linguistici e pluralità comunicative decretano dunque le determinanti della comunicazione politica dell’Isis.

[1]M. Paolini, «Il ‘Califfato’ e i giochi petroliferi iracheni» in «Limes» n. 9/09/2014, p. 57