Si può respingere un golpe restando al potere eppure risultare il grande sconfitto della partita? A quanto pare si, e Recep Tayyp Erdogan potrebbe essere la risposta più sintetica a una domanda non scontata. Il caos che si sta consumando in queste ore da Ankara a Istanbul può dirci una sola cosa: fallimento su tutta la linea per un intero Paese. Il primo fallimento, il più immediato, è quello dei golpisti: una parte dei quadri militari è di punto in bianco sceso in strada in nome della laicità dello Stato e dei diritti civili, bloccando i social media, bombardando il palazzo dell’intelligence, occupando la sede dello Stato Maggiore e la tv di stato dichiarando la presa del potere e il varo in breve tempo di una nuova Costituzione. Nel giro di poche ore la situazione era completamente rovesciata e dopo scontri con la popolazione (anch’essa divisa) e la polizia fedele al governo, il golpe poteva dirsi sventato con il costo di 194 morti, oltre 1000 feriti e quasi 3000 militari arrestati, secondo le più recenti stime pubblicate da Il Fatto Quotidiano. A tal proposito la foto di un poliziotto che infierisce con il manganello su un militare può essere considerata l’emblema visivo del fallimento golpista.

13705272_10209353997069967_1182951541_nCredits to Reuters

Ma questi “colonnelli” dell’Anatolia non sono gli unici a uscire con le ossa rotte dalla vicenda. Il sultano Erdogan, l’uomo forte di un Paese che si considerava cardine della NATO nel quadro mediorientale e punto di contatto tra Occidente (particolarmente l’Unione Europea) e Oriente, ha visto andare in frantumi il progetto ideologico neo-ottomano coltivato con lustri di duro lavoro e detenzione quasi autoritaria del potere. “Zero problemi con i vicini” è stato il leitmotiv propagandistico di Erdogan il quale però si è ritrovato in questi anni a scontare l’astio non solo di quasi tutti i Paesi confinanti, ma anche di entrambe le maggiori potenze mondiali, USA e Russia. Partendo dalle rivalità storiche, la Turchia neo-ottomana non è mai riuscita a ricucire gli strappi con i suoi due vicini cristiani: Cipro, in parte occupata dall’esercito turco dal 1974 e Armenia, con cui ha deciso di bloccare i rapporti diplomatici e addirittura chiudere le frontiere dal 1993 a seguito della crisi nel Nagorno-Karabak a sostegno dell’alleato Azerbaijan; ça va sans dire, nemmeno i rapporti con il vicino persiano sono stati dei migliori in questi anni. Iran e Turchia, oltre alla nota differenza in tema di confessione religiosa hanno alacremente lavorato per crearsi una sfera di influenza autonoma nella medesima regione, accreditandosi come proxy fedeli delle rispettive potenze tutrici: Stati Uniti/NATO, e la Russia di Putin. Uno dei punti di attrito più forti fra questi due Paesi è stata la crisi in Siria e in Iraq con il sorgere di un autoproclamato Stato Islamico. Il sostegno militare iraniano al regime di Assad è noto quasi quanto quello finanziario della Turchia all’ISIS. Proprio l’opposizione ad Assad e il sostegno, almeno indiretto, della Turchia alle bande di terroristi islamici che infestano la regione ha determinato altresì la fine del sogno “zero problemi” anche con la Siria e l’Iraq – che a dicembre 2015 veniva occupato parzialmente dalle truppe turche, arrivate fino a Mosul e poi ritirate – dove una delle componenti di resistenza più forti allo Stato Islamico è senza dubbio quella delle organizzazioni paramilitari curde, non proprio i migliori amici del regime turco.

Ma non solo i vicini di casa, il sultano era riuscito a far innervosire amici e nemici potenti con l’abbattimento di un aereo da guerra russo che sorvolava il confine nord siriano. La reazione della Russia era stata durissima e un simile azzardo non poteva non aver fortemente preoccupato i vertici dell’Alleanza atlantica di cui la Turchia è partner strategico fondamentale. Dopo gli azzardi, i retrofront a tutto campo: l’AKP che aveva incassato il plauso di Hamas dopo la vittoria elettorale, chiude la controversia con Israele sui fatti della Freedom Flottilla, chiede sostanzialmente scusa alla Russia (umiliando i militari) e cambia gioco sulla Siria tentando di ricucire i rapporti con Assad. Evidentemente lo stallo politico ha determinato l’avvicinamento di certi ambienti militari a forze esterne nella comune volontà di voltare pagina. Quanto il golpe possa essere eterodiretto lo si può intuire dalla totale moderazione che per ore ha caratterizzato i commenti di USA, Russia e Unione Europea. Gli Stati Uniti in particolare hanno espressamente dato il loro sostegno al governo turco solo ore dopo che il golpisti erano scesi in strada e particolarmente quando si era ormai capito che il governo non sarebbe stato rovesciato.

13728315_10209354051631331_495620604_oCredits to Reuters

Un’altra immagine può essere evocata a simbolo del fallimento neo-ottomano: la rotta seguita dall’aereo presidenziale nelle ore del caos: un andirivieni senza meta in giro per l’Anatolia cercando un riparo o la ribalta, comunque palesemente senza un piano. Il volo presidenziale come la Turchia, gira intorno a se stessa nel ciclone che si è creata.