In un Occidente ormai in mano ai mercati, ove l’individualismo impera sovrano e dietro ogni personaggio pubblico si staglia imperiosa l’ombra di lobbisti o finanziatori occulti, ove l’arricchimento sfrenato acceca ogni vero ideale o pensiero morale, capita che sia impossibile comprendere realtà distanti e diverse. La versione corrotta della straordinaria civiltà occidentale figlia della riduzione di cultura e tradizione a sussidiari dell’unica vera Ideologia ammessa, il Neoliberismo, stentano a emergere grandi personaggi, che vengono presto o tardi ricacciati nel limbo. The Machine macina il mondo, macina gli uomini. L’Occidente guarda dunque di traverso e inquadra in categorie riduttive e fallaci i grandi personaggi di oggi che decidono di uscire dalle regole del suo gioco, imprimendo un vigoroso marchio sulla Storia, etichettandoli come “dittatori”, “despoti”, “zar” o “tiranni” senza pesare in maniera coerente i loro meriti e i loro demeriti. Ecco dunque che Putin o Chavez appaiono alla stregua di un Amin Dada o di un Bokassa. Tra coloro a cui è spesso stato impresso il marchio dell’infamia rientra anche il leader kazako Nursultan Nazarbayev. Personaggio straordinario, il 75enne leader della formazione politica Nur Otan è stato recentemente confermato per il quinto mandato presidenziale.

Una storia di successo quella del “presidente eterno” del paese centroasiatico, che regge le sorti del Kazakistan sin dalla sua nascita, venticinque anni or sono: un governo che, lungi dal deviare in dispotici regimi come quelli di numerosi altri paesi limitrofi quali Kirghizistan o Turkmenistan, ha portato il paese a essere un attore attivo nello scacchiere regionale e un paese in continua crescita economica e sociale che sta gettando le basi per una sempre maggiore influenza internazionale. Nazarbayev è considerato dal suo popolo come un vero e proprio “padre della patria”: a lui si deve la coesione di uno stato in cui convivono 130 etnie e 34 fedi religiose, e il programma che ha contraddistinto l’ultima tornata elettorale sembra rappresentare un vero e proprio lascito alle generazioni che verranno, il sigillo a questa definizione più che appropriata alla luce dei risultati incredibili riconosciuti da tutti gli osservatori non prevenuti alla sua amministrazione. Mentre diverse nazioni annaspano cercando soluzioni di compromesso per sopravvivere nel lungo termine, il governo kazako guarda al futuro e ha impostato il piano Kazakistan 2050: un programma di ampio respiro, a tutto campo, i cui fini sono l’edificazione di un sistema economico sostenibile, di nuovi principi di welfare e istruzione, basando la politica estera sulla difesa degli interessi nazionali alla luce del patriottismo fondato sulla multietnicità e la multiconfessionalità. Nonostante alcuni problemi transitori e strutturali, come un tasso di corruzione ancora elevato nonostante numerose politiche volte a controllarlo e l’emergere di alcuni centri speculatori, i dati indicano come il venticinquennio Nazarbayev abbia portato a risultati impensabili: tra il 2000 e il 2015 il PIL, inferiore ai 40 miliardi di dollari, è schizzato sino ai 231 miliardi di dollari grazie a accurate politiche di gestione delle fonti energetiche in mano al paese; il Kazakistan ha inoltre rinunciato alle dispendiose armi nucleari di derivazione sovietica e ha mantenuto una politica di equilibrio rispetto agli altri partner regionali, salvo poi saldare i vincoli con la Russia. Attualmente, Astana ha un volume di traffici commerciali non indifferenti con tutti i paesi BRICS, e guarda con interesse anche alla futura unione bancaria che farà da contraltare al FMI.

Sulle orme di Ataturk, Nazarbayev ha poi deciso di spostare la capitale del paese, dalla periferica Almaty alla moderna Astana. Nel gelo della steppa, è stata costruita una città modernissima: il palazzo presidenziale Ak Orda rivestito di marmo bianco e il Palazzo della Riconciliazione simboleggiano il nuovo corso della città che oggi esporta il suo nome nel mondo cavalcando l’onda dei successi della squadra ciclistica che da essa prende il nome: un team costituito dal governo kazako stesso, con forti investimenti, nell’ultimo decennio sulla cresta dell’onda grazie a alfieri come Alberto Contador e Vincenzo Nibali, diventato recentemente un idolo in Kazakistan in seguito al trionfale successo al Tour de France. Il simbolico atto di consegna di una maglia gialla al presidente Nazarbayev da parte di Aleksandar Vinokourov, icona sportiva del paese, simboleggia il nuovo corso del Kazakistan. Sembra oramai preistoria il tempo in cui il film “Borat” irrideva il paese dipingendolo come una landa sperduta abitata da pittoreschi nomadi ingenui: il progetto del “presidente eterno” di costruire uno Stato partendo dalle macerie del comunismo sovietico sta venendo coronato dal successo; la transizione lenta ma inesorabile verso un sistema pluralistico avverrà una volta che si sarà formata una classe dirigente matura e consapevole. Una via di “importazione interna” della democrazia che presuppone un avvenuto sviluppo economico e sociale, una controtendenza rispetto alle politiche occidentali che sinora i fatti stanno premiando. E la maggior parte del merito va ascritto al padre della patria, a Nazarbayev che, da Nibali ai BRICS, sta rendendo il Kazakistan sempre più soggetto e sempre meno oggetto delle dinamiche internazionali.