Colonialista, imperialista, invasiva: la politica estera americana è stata negli anni catalogata con tutti questi aggettivi e, di conseguenza, ha conquistato l’estremo odio o l’immenso amore dell’opinione pubblica mondiale. In tutto il ‘900 è difficile trovare anche solo una guerra, una campagna, una battaglia a cui gli Stati Uniti, direttamente o indirettamente, non abbiano partecipato. Riguardo alla potenza americana, si possono annoverare grandi trionfi bellici del passato, come anche grandissime delusioni e fallimenti: tra tutti, quelle che ancora gli Usa non riescono proprio a digerire, sono sicuramente la guerra di Corea, in Vietnam e la campagna, svoltasi nei primi anni ’90, in territorio somalo. Ma, nonostante alcune guerre non fossero andate proprio come il governo di Washington si sarebbe aspettato, talvolta anche a causa dell’antagonismo della Russia comunista, molti altri conflitti invece si risolsero positivamente. Proprio questi conflitti hanno garantito agli Usa la supremazia sul resto del globo e li hanno resi ciò che oggi ancora sono, la più potente e determinante potenza mondiale.

Tutto questo di cui stiamo parlando accadeva nel passato. E oggi? Cosa accade nel presente? Ora come ora ci troviamo davanti, almeno per quanto riguarda la geopolitica mediorientale, una nazione che si comporta sempre come una superpotenza imperialista, ma quanto mai confusa e priva di spunti. E’ innegabile che, negli ultimi tre anni, la situazione in Siria sia del tutto sfuggita di mano agli strateghi di Obama, i quali pensavano di poter controllare determinati gruppi terroristici a loro piacimento contro Assad, senza però aver fatto i conti con la follia di alcuni dei capi di queste fazioni. Di conseguenza, per ovviare al madornale errore protratto addirittura per tre anni, essi hanno provato a creare una rapporto quanto mai ambiguo con queste forze militari, caratterizzato da una commistione di lotta e collaborazione ( collaborazione coadiuvata dagli Emirati Arabi), con sempre e solo un nemico comune, Bashar Al-Assad. Ma perfino questo piano sta avendo delle difficoltà, causate dalla solita Russia “impicciona”. E’ di oggi la notizia che Sergey Lavrov, ministro degli esteri russo, abbia avuto una discussione telefonica con John Kerry, segretario di Stato americano, proprio sul tema della guerra in Siria. In un comunicato del Dipartimento di Stato russo si legge:” Il segretario di Stato americano ha telefonato a Lavrov in mattinata per discutere della situazione in Siria, in particolare dei timori degli Stati Uniti in merito al piano di rafforzamento del potenziale militare della Russia nel paese. Come evidenziato, Kerry ha fatto capire che, se le informazioni riguardo il rafforzamento dovessero essere vere, allora tale piano andrebbe a portare un’ulteriore escalation del conflitto e a maggiori vittime tra i civili.” Davanti a tali affermazioni sembra palese che aleggi una forte preoccupazione tra i muri del Pentagono e della Casa Bianca, e che tale preoccupazione riguardi proprio il possibile intervento della Russia nel conflitto siriano. Ciò potrebbe annientare il difficile equilibrio che gli Usa sono riusciti a creare tra i loro stessi interessi, quelli dei terroristi, degli Emirati e delle fazioni rivoluzionarie più moderate (oramai molto ridotte numericamente). L’intervento russo potrebbe sconvolgere tutto, anche perché arriverebbe in aiuto di Assad, il quale è, nello scacchiere americano, l’unico protagonista della guerra che non deve assolutamente riconquistare terreno.

Ma abbandoniamo il tempo presente e passiamo a parlare del futuro: i candidati americani alle prossime elezioni presidenziali. In mezzo a tanti volti noti, a nomi uditi migliaia di volte e ad altri che non suscitano alcun tipo di interesse, svetta invece Donald Trump, il più istrionico, carismatico e discusso candidato delle prossime elezioni. Molti dicono che Trump abbia notevoli possibilità di vittoria poiché molto amato da una larga parte del paese, oltre che per la sua eccelsa capacità comunicativa, pressoché assente nella stragrande maggioranza dei suoi avversari. Ebbene, proprio ieri il Signor. Trump è caduto in maniera grossolana sulle domande di politica estera fatte da un noto conduttore radiofonico repubblicano: ha fatto confusione tra i curdi e la Quds Force, falange iraniana di cui non sembra nemmeno conoscere l’esistenza, e non ha saputo dire nemmeno un nome dei leader delle tre organizzazioni jihadiste principali ( Is, Al Qaeda, Al- Nusra). Infine, quando le domande dell’intervistatore stavano diventando sempre più incalzanti, ha sbottato dicendo:” Non mi interessa sapere chi sono Al Baghdadi o Zawahiri, tanto da qui a quando verrò eletto saranno tutti cambiati”. Se queste sono le premesse, se queste sono le frasi dette dal favorito alla corsa alla Casa Bianca, allora è proprio il caso di dirlo: si salvi chi può.