La volontà di Obama di riavvicinarsi a Cuba e il suo recente viaggio a L’Avana hanno scosso il mondo intero. Tra chi urla al tradimento dei Castro e chi al pacifismo del presidente statunitense le idee sono poco chiare. Abbiamo posto alcune domande ad Andrea Virga, dottorando in Storia Politica con un progetto di ricerca su Cuba presso IMT Alti Studi Lucca, tornato recentemente dall’isola dove ha svolto le sue ricerche.

Andrea Virga, in che ottica va vista la volontà di Obama di togliere l’embargo a Cuba? Vuole tornare a rappresentare quell’icona di cambiamento per gli Stati Uniti che lo ha portato ad essere eletto, o cambia soltanto la strategia per destabilizzare il governo Cubano?

La decisione di Obama va considerata sotto due punti di vista. Da una parte, è in piena continuità con le sue iniziative diplomatiche distensive, come le trattative con l’Iran, attraverso le quali il Presidente statunitense conta di mantenere almeno parzialmente le promesse di pace con le quali era stato eletto e uscire di scena in maniera dignitosa. Dall’altra, è chiaro che il cambio di strategia nei rapporti con Cuba – qualcosa di simile si era avuto nel 1976 con Carter – non costituisce affatto una rinuncia all’obiettivo ultimo di rovesciare il sistema politico cubano in favore di una democrazia liberale multipartitica aperta agli investimenti statunitensi.

Cosa comporterebbe effettivamente per Cuba la fine dell’embargo? Come potrebbe influire dal punto di vista economico, sociale e politico?

La fine del blocco economico, in sé ancora tutta da vedersi, dato che Obama non ha la maggioranza al Congresso necessaria per questo tipo di cambiamento, avrebbe un impatto molto positivo sull’economia cubana. In primo luogo, Cuba potrà commerciare direttamente con il suo vicino, abbassando di molto i prezzi di molti beni di consumo disponibili a Cuba, e ora importati dall’Europa o dall’Asia orientale. In secondo luogo, il turismo aumenterebbe di centinaia di migliaia di unità, senza trascurare peraltro la possibilità di sviluppare tutto il settore del turismo medico, con il risultato di ulteriori entrate tanto per il governo quanto per i privati cittadini cubani. Molti lavoratori autonomi, infatti, sono attivi nel settore ristorativo e alberghiero.

Quest’accresciuta prosperità smorzerebbe eventuali tensioni politiche, ma accelererebbe le dinamiche di diversificazione sociale ed economica tra i Cubani, cui abbiamo già assistito negli ultimi vent’anni. Naturalmente, verrebbe a cadere, per il governo, il comodo alibi dell’embargo come causa principale dei mali dell’isola, ma il fatto di presentarlo – per altro correttamente – come una vittoria della Rivoluzione, permetterebbe di compensare sul piano propagandistico. In ogni caso, per le aziende statunitensi sono in vigore le stesse regole applicate a quelle degli altri Paesi. Se vorranno investire a Cuba, saranno le benvenute, ma non godranno di trattamenti di favore rispetto ai loro colleghi europei, russi, cinesi, brasiliani.

Il popolo Cubano come considera il riavvicinamento degli Stati Uniti?

I Cubani, in generale, anche quelli molto critici verso il governo non hanno un’opinione così positiva del governo statunitense e non si aspettano che un eventuale ritorno al libero mercato possa risolvere i problemi di Cuba. In particolare, la lunghezza dei tempi dei negoziati ha subito stemperato i facili entusiasmi. Allo stesso tempo, sanno bene che il cambiamento politico è preminente rispetto a quello economico, per cui finché il Partito Comunista resterà al potere, la fine dell’embargo non influirà radicalmente sulla società cubana. Nondimeno, sono consapevoli delle opportunità economiche della fine del blocco, specie coloro, come i lavoratori autonomi, che sperano di beneficiarne.

Obama ha incontrato i dissidenti Cubani all’ambasciata statunitense e li ha elogiati per il loro “straordinario coraggio”. Che schieramenti ci sono tra i dissidenti al governo Castrista, e di che portata è quest’opposizione? Il governo dovrebbe temerla o, nonostante il cambio generazionale, ha ancora l’appoggio della quasi totalità del popolo?

Obama ha incontrato vari esponenti dell’opposizione attiva a Cuba, la quale non è ideologicamente compatta, ma composta di vari gruppi e personaggi, con differenti moventi e maniere di manifestare il proprio dissenso. Si va della Damas en Blanco come Berta Soler, agli scioperanti della fame come Guillermo Fariñas, ai difensori dei diritti LGBT. Di fatto, non c’è nulla di paragonabile a un’opposizione endogena di massa come poteva essere Solidarnosc. Si tratta di gruppuscoli autoreferenziali finanziati dagli Stati Uniti, ma con scarsa notorietà a livello locale e la cui efficacia è minima.

Non a caso, il governo cubano non sembra ritenerla pericolosa più di tanto, per cui la repressione – anche per motivi d’immagine internazionale – è oggi limitata ad arresti temporanei, vessazioni, sorveglianza ed altre misure volte a contenere l’opposizione più che ad annientarla. Alle ultime elezioni amministrative, l’anno scorso, si sono presentati anche candidati esplicitamente controrivoluzionari, ma senza successo, dato che chi è scontento del regime preferisce l’astensione.

Questo non significa affatto che il governo castrista goda di un consenso pieno. Anzi, la grave crisi economica degli anni ’90 ha distrutto il sostegno di massa di cui godeva prima del 1991, grazie agli aiuti sovietici. Oltre a uno zoccolo duro comunista minoritario, c’è una parte importante di Cubani che continua a sostenere il sistema socialista, ma con una serie di riforme e cambi, e un’ampia zona grigia scettica o critica che tira a campare, senza però impegnarsi direttamente contro il governo. Queste posizioni sono socialmente trasversali, con figli di Comandanti della Rivoluzione dichiaratamente controrivoluzionari (es. Juanito Almeida), e umili braccianti orgogliosamente fidelisti.

In ogni caso, se guardiamo all’opposizione “reale” cubana, ancorché non organizzata, prevalgono gli orientamenti social-democratico e cristiano-democratico, che vedono una Cuba democratica e multi-partitica con un’economia sociale di mercato, in cui le conquiste sociali della Rivoluzione non siano messe in dubbio. Tutt’altro discorso per la comunità cubano-americana di Miami, dove prevalgono ancora posizioni conservatrici e anticomuniste che mirano a riottenere i beni espropriati dalla Rivoluzione.

Le future elezioni Statunitensi come potrebbero influire sul processo di riavvicinamento a L’Avana? Obama è stato criticato dai Repubblicani per essersi recato a Cuba invece di restare a Washington a occuparsi di sicurezza: con la vittoria di questi il riavvicinamento si fermerebbe drasticamente? Se invece vinceranno i Democratici possiamo pensare che continuerà, o subirà cambiamenti?

È molto difficile che si arrivi ad una piena normalizzazione prima della fine dell’anno, per cui queste elezioni saranno decisive. Per ora, ben due cubano-americani, sono candidati alle primarie del Partito Repubblicano: Ted Cruz e Marco Rubio. Quest’ultimo è esponente diretto e perfettamente rappresentativo degli esuli di Miami: cattolico, conservatore, liberista, anticomunista. L’elezione di uno dei due significherebbe un raffreddamento immediato nei rapporti tra Cuba e Stati Uniti, o addirittura un inasprimento dell’embargo, anziché una sua abolizione. Certo, è veramente difficile che, in queste circostanze geopolitiche, possano arrivare ad usare la forza contro Cuba, atto che alienerebbe agli Stati Uniti le simpatie di molti alleati, specie nel continente americano. Invece, Trump sarebbe più pragmatico al riguardo, e rifletterebbe semmai la posizione di numerosi repubblicani della Corn Belt, che chiedono l’abolizione del blocco per poter vendere cereali a Cuba.
Le posizioni filocubane e anticubane sono trasversali rispetto ai due partiti principali, per cui lo stesso Obama è stato criticato fortemente su Cuba anche dall’ala interventista del Partito Democratico. Infatti, la lobby cubana di Miami ha un peso importante in uno Stato cruciale come la Florida. Hillary Clinton si fa interprete di questi umori, per cui la sua elezione a Presidente rallenterebbe sicuramente la normalizzazione dei rapporti con Cuba, iniziando a pretendere cambiamenti rilevanti da parte cubana. Sanders, invece, proseguirebbe la politica di Obama, con minore aggressività, e costituirebbe quindi, probabilmente, la migliore possibilità per i Cubani di arrivare a conseguire i propri obiettivi.

Per concludere, molti parlano di tradimento della rivoluzione, di voltafaccia o addirittura di tragedia geopolitica: è così? Chi ne trae veramente vantaggio dal riavvicinamento?

Tralasciando le anacronistiche invettive dei nostalgici veterocomunisti, il mal di pancia maggiore era stato espresso da Mosca, con la tempestiva visita di Lavrov all’Avana, subito dopo l’annuncio delle trattative nel dicembre 2014. Il Ministro degli Esteri russo ne era stato comunque rassicurato, tant’è che le relazioni si sono mantenute buone. Cuba continuerà a restare uno Stato indipendente, senza convertirsi in un’altra portaerei statunitense nei Caraibi. Anzi, da parte sua, ha subito posto come condizione necessaria la restituzione di Guantanamo Bay. Se poi gli Stati Uniti abbiano chiesto sottobanco di impedire la concessione di basi ai Russi da parte cubana, non lo escludo, ma non ne sono al corrente.

Il governo cubano ha superato indenne momenti ben più ostici, per cui mi sembra molto dubbio, realisticamente parlando, che questa normalizzazione dei rapporti, peraltro non scontata, possa portare ad un collasso del socialismo cubano. A maggior ragione, anche ad essere cinici, se consideriamo che un’eventuale democratizzazione dell’isola implicherebbe un ridimensionamento delle Forze Armate, è chiaro che questo non potrebbe essere accettato dai militari, i quali detengono sostanzialmente il potere a Cuba. Certo, questi sviluppi offrono maggiori opportunità agli Stati Uniti di tentare con le buone ciò che non era riuscito con le cattive, ma al tempo stesso le aperture economiche rafforzeranno il Paese, rendendone più difficile la destabilizzazione.

In conclusione, per la classe dirigente cubana la normalizzazione dei rapporti costituisce sì una sfida, ma ampiamente alla portata della nuova generazione di dirigenti rivoluzionari, formatisi negli anni ’80 e tempratisi con le difficoltà del Período Especial. Naturalmente, è sempre problematico pronunciarsi sul futuro, ma parlare di tradimento o voltafaccia è del tutto fuori luogo, specie mettendo a confronto le piccolezze di certi critici occidentali con i successi della Rivoluzione Cubana.