Era il 15 novembre del 1977, praticamente 37 anni fa esatti, quando a Venezia si tenne una storica Biennale del dissenso. Storica in quanto al centro della manifestazione vi era l’opera dei dissidenti nell’Urss, e l’argomento scottava. Il PCI (e la sinistra extraparlamentare) esercitavano un’influenza seconda a nessuno sul piano culturale, frutto di una lunga strategia portata avanti negli anni. Nelle università, nel teatro, nei media e nel mondo culturale in genere la scena era egemonizzata dai temi portati avanti dai comunisti, e chiunque se ne discostasse rischiava l’emarginazione. Ma la beffa della Biennale era doppia, visto che a promuoverla si trovava in primo piano il PSI, un partito che da anni vegetava all’ombra dei “fratelli maggiori” comunisti. Una classe dirigente inadeguata si era dimostrata incapace di concepire tematiche e strategie indipendenti, ma con il nuovo segretario (eletto nel 1976) le cose stavano cambiando. Il leader socialista fu infatti l’unico dei politici italiani a partecipare alla manifestazione in questione, lanciando un coraggioso guanto di sfida. Stiamo parlando ovviamente di Bettino Craxi.

L’evento descritto dice molto sulla personalità del politico milanese, che sin dagli anni giovanili maturò uno spiccato amore per l’autonomia, sia del suo partito che del suo paese. Si occupò di politica estera in profondità tanto da divenire responsabile delle relazioni internazionali del PSI nel 1974, rinnovando l’immagine di un partito in cui le questioni internazionali erano troppo spesso lasciate in secondo piano. Per Craxi invece «fu una costante l’idea che l’efficacia di una politica sta nel sapersi muovere in grandi forze capaci di esercitare effettivamente un ruolo geopolitico», come ha notato Pietro Craveri. Ogni suo passo fu elaborato considerando sempre il contesto internazionale. Anche per queste caratteristiche Craxi si rivelò ben lontano dall’essere quel «signor Nulla» descritto nelle pagine dell’Unità dopo la sua elezione a segretario. Il giovane leader, invece, grazie a eventi come la Biennale e a una intensa attività culturale (si pensi alle pagine di “Mondoperaio”) riuscì a dare nuova linfa al PSI, tanto da divenire capo del governo sette anni dopo. Da dove riuscirà a promuovere la modernizzazione e le imprese italiane fino a cogliere uno dei maggiori successi dell’Italia repubblicana: il quinto posto tra i paesi industrializzati, superando la Gran Bretagna. Nel frattempo, già sul caso-Moro e sugli “euromissili” aveva dimostrato un decisionismo di rilievo proponendosi come politico credibile e innovatore.

La scelta dell’installazione dei missili americani in Italia in funzione anti-sovietica segnò uno spartiacque decisivo nella politica italiana ma anche mondiale. Con questa, i socialisti si affrancavano da una visione “terza forzista” in favore dell’atlantismo, contribuendo a indebolire l’URSS e a convincere altri paesi (come la Germania) a fare la stessa scelta. La rottura con i comunisti divenne insanabile. Già il “Vangelo Socialista” firmato dallo stesso Craxi aveva profondamente scosso e rinnovato le radici culturali del PSI. Al posto di Marx ora c’erano Rosselli, Gilas, Russel e Proudhon, ma l’autonomia non veniva certo meno. Oltre al celebre “terremoto” di Sigonella, infatti, il leader socialista si rese protagonista di altri episodi significativi della politica internazionale italiana. Tra questi, possiamo citare il discorso parlamentare in cui, scatenando grandi polemiche, difese le ragioni dell’OLP contro Israele. «Io contesto all’OLP l’uso della lotta armata non perché ritenga che non ne abbia diritto, ma perché sono convinto che non porterà a nessuna soluzione. (…) Non contesto la legittimità della lotta armata, che è cosa diversa. (…) Quando Giuseppe Mazzini, nella sua solitudine, nel suo esilio, si macerava nell’ideale dell’unità ed era nella disperazione di come affrontare il potere, lui, uomo così nobile, così religioso, così idealista, concepiva e disegnava e progettava gli assassini politici. Questa è la verità della storia. E contestare a un movimento che voglia liberare il proprio Paese da un’occupazione straniera, la legittimità del ricorso alle armi, significa andare contro le leggi della storia». Una statura politica evidente, che oggi si fatica a ritrovare.

Il suo sostegno, anche finanziario, ai movimenti socialisti e rivoluzionari spaziò dai paesi del Medio Oriente fino all’Africa e all’America Latina. In Cile l’impegno contro Pinochet fu tra i più sentiti e importanti. Anche all’interno dell’Internazionale Socialista e nel contesto europeo l’attività fu frenetica. Già nel 1979 candidò il dissidente cecoslovacco Jiri Pelikan al parlamento Europeo. Una delle tante “randellate” inferte ai comunisti. Ma fu proprio quando la storia sembrò dare ragione alle sue battaglie e intuizioni, paradossalmente, che cominciò il declino (culminato con tangentopoli). Craxi pagò una certa tendenza di “spettacolarizzazione” e “americanizzazione” (secondo Biagio De Giovanni) della vita pubblica, oltre che l’incapacità di rinnovare a fondo il sistema politico italiano, in cui le tangenti erano connaturate al sistema. Ma non cedette mai davanti a chi pianificò la svendita del patrimonio pubblico italiano, facendo di lui il capro espiatorio. Cioè il PCI ormai “mutato geneticamente” e la magistratura che salvò chi era stato coperto di rubli fino a due minuti prima. Bisogna inoltre notare che prima che venisse accusato, pur in un clima di sfiducia popolare, Craxi era indicato come maggior candidato alla presidenza del Consiglio nel 1992. E ha scritto giustamente Ugo Finetti a proposito: «Il ritorno di Craxi a Palazzo Chigi è visto con avversione, si configura come la riaffermazione di una centralità del potere politico e di riflesso dello Stato. Alla sua pretesa di “dialettizzare” i vertici imprenditoriali sostenendo l’emergere di nuovi soggetti si aggiunge la riluttanza che sempre più manifesta alla cessione di porzioni strategiche che sono in mano pubblica. In un paese come l’Italia ogni smottamento è frutto di una pluralità di concause. Per i più – magistrati, uomini d’affari, operatori culturali – l’anticraxismo è stato molto semplicemente un’opportunità professionale. Nel rifiuto di assurde dietrologie non bisogna negare l’evidenza e cioè il fatto che Craxi è stato colpito per via extraparlamentare, da forze extraparlamentari e che all’epoca in Italia la più consistente opposizione a Craxi non era nel mondo politico, ma in quello economico-finanziario». Un mondo che ancora oggi è il nemico numero uno dell’Italia.