Articolo pubblicato in esclusiva su Gli Occhi della Guerra (Il Giornale)

Da Isfahan e Teheran – Nella piazzetta centrale di Jolfa, quartiere armeno a maggioranza cristiano di Isfahan, alcuni uomini sulla settantina si sono radunati di primo mattino. Seduti sulle panchine e sui muretti, all’ombra del pino per ripararsi dal caldo, parlano del più e del meno. Tutto intorno la vita scorre normale. Le studentesse si incamminano zaino in spalla per l’università di storia dell’arte situata ad un centinaio di metri da lì, i commercianti aprono i loro negozi, gli operai ricominciano i lavori. Gli edifici bassi color terracotta, i sampietrini disseminati sul pavimento stradale e i campanili di fianco alle chiese ricordano alcuni piccoli borghi europei. Eppure siamo in Iran. A ricordarcelo è una donna col velo sul capo che chiama suo figlia in farsi. “Ani! Ani! Vieni qui!”, grida. Jolfa si è trasformato in un quartiere armeno da quando i sopravvissuti al genocidio del primo Novecento scelsero di raggiungere i loro fratelli che qui vivevamo già da secoli. Poi col tempo questo si è “iranizzato” fino a diventare un luogo di convivenza pacifica tra cristiani e sciiti. Per strada gli uomini passeggiano insieme a braccetto, alcuni tengono in mano il rosario, altri iltasbihquello islamico senza la croce. E accanto alle moschee sorgono la cattedrale di Vank e le dodici chiese circostanti alle mura del suo immenso cortile. Abbiamo visitato una di queste, quella di Santa Caterina, per conoscere i fedeli che ogni venerdì, giorno di preghiera per tutte le confessioni, vengono a pregare.

Prima di entrare all’interno del luogo di culto il custode ci invita a levare le scarpe. In Oriente molte pratiche islamiche sono diventate essenza stessa del cristianesimo. “Quando due religioni convivono da secoli e si rispettano vengonO condivisi gli usi”, racconta il vecchio uomo che ci apre le porte. Da fuori si sentono canti e applausi. “Oggi è un giorno di festa per la nostra comunità, venite che vi offriamo un thé caldo”.  Il piccolo monastero assomiglia a quello della Cattedrale di Vank, madre di tutti i luoghi di culto cristiani di Jolfa e costruita nel 1655 dagli armeni arrivati dopo la guerra tra l’Impero Safavide e l’Impero Ottomano. Situata a meno di un chilometro  dalla piccola chiesa di Santa Caterina. Un grande campanile domina il cortile e sovrasta la cupola panciuta della chiesa, non molto diversa da quella delle moschee islamiche. All’interno invece le alte pareti con l’arco arrotondato, elemento di persianità, sono interamente decorate con dipinti ad olio. Qui le geometrie orientali si mescolano con l’iconografia biblica. E’ sincretismo positivo.

Il clero sciita figlio della Rivoluzione Islamica del 1979 non ha smantellato tutto, anzi, ha fatto in modo di tutelare questo mosaico etnico-culturale plurisecolare. Perché in fondo ogni società tradizionali adora il Sacro. Sulla propria Costituzione (art. 13) il governo ha persino sottoscritto di riconoscere la presenza delle tre religioni minoritarie (cristianesimo, ebraismo e zoroastrismo) concedendogli la libertà di culto e altri diritti fondamentali. Così i circa 350mila cristiani che vivono in Iran vengono riconosciuti dalla legge, tollerati in pubblico ma sottoposti ad alcune regole, come quella sull’evangelizzazione. Eppure le campane e le croci sono in bella vista, non solo ad Isfahan. A Teheran per esempio nei dintorni del celebre murales con sopra la scritta “down with the USA” stampata su una bandiera americana rivisitata (i teschi hanno sostituito le stelline e i missili le strisce), si assiste ad  uno scorcio inimmaginabile: la parete di un edificio ritrae la Guida Suprema Ruhollah Khomeini, e di fronte sorge la chiesa cattolica armena di San Sarkis. Non è giorno di preghiera ma da fuori si sentono i canti religiosi, è in corso il matrimonio tra una coppia di armeni. Mais Matevosian, vice parroco, ci invita a partecipare, e alla fine della celebrazione ci presenta Padre Arestagal, giovane parroco armeno, che ci concede un’intervista sulla condizione dei cristiani in Iran. “Sono anni, secoli, che viviamo in questo Paese. Siamo iraniani prima di tutto per questo ci sentiamo parte dell’intera società. Con i musulmani il rapporto è buono perché non ostacolano il nostro credo religioso, anzi, il governo stesso ha sottoscritto delle leggi che ci tutelano”, racconta in esclusiva per Gli Occhi della Guerra. Da decenni la stessa comunità cristiana d’Iran elegge i suoi parlamentari al Majlis (il Parlamento), ed è proprio in questa direzione che il presidente Hassan Rohani ha convocato di recente un ministero che gestisce i rapporti tra minoranze religiose e governo. Tra questi anche gli ebrei. Perché a differenza da quello che si pensa, escludendo la terra di Israele, quella iraniana rappresenta ancora oggi la comunità ebraica più numerosa dell’intero Medio Oriente. Le origini sono antichissime, si dice che gli ebrei vivono qui da più di 2500 anni, da quando giunsero in Persia liberati da Ciro il Grande, dopo la schiavitù di Babilonia. Nel 2016 se ne contano 30mila, di cui il 50 per cento vive a Teheran, la capitale dalle 11 sinagoghe che ospitano persino le scuole ebraiche. Gli altri invece sono dislocati nelle grandi città come Isfahan e Shiraz, ma anche in alcune più piccole come Yazd, Sanandaj e Hamedan, dove si trova la tomba dei biblici Ester e Mordecai, il luogo di pellegrinaggio più importante per gli ebrei iraniani. Ai tempi dello Scià erano circa 100mila ebrei, poi con la Rivoluzione Islamica del 1979 molti sono scappati non sapendo quali diritti gli sarebbero stati concessi. E invece all’indomani dei sollevamenti popolari, l’Ayatollah Khomeini li dichiarò, al pari degli altri gruppi religiosi, una minoranza protetta e libera di pregare il suo Dio.

La comunità ebraica in Iran dunque è stata riconosciuta ufficialmente da parte del governo, e, come per cristiani e zoroastriani gli è stato assegnato un seggio nel Parlamento, o Majlis. Abbiamo incontrato Samiak Moreh Sedgh, unico deputato di confessione ebraica, eletto per la terza volta consecutiva, all’interno dell’ospedale Dr. Sapir, il più grande dell’Iran, e di cui è direttore generale. Siamo entrati in questa struttura gigantesca al centro di Teheran che ruba l’attenzione dei passanti per la sua grande insegna con la scritta in alfabeto ebraico. La maggior parte dei suoi pazienti e del personale sono musulmani. “Benvenuti in Iran” afferma a gran voce Moreh Sedgh aprendoci la porta del suo ufficio, “ebrei e sciiti difendono insieme la vita, non vi sembrerà vero!”, continua. Ci offre una sigaretta e un caffè prima di cominciare l’intervista: “Vedete questa parete? fotografatela e fatela vedere dalle vostre parti”. Di fianco alla bandiera iraniana posta sopra un’asta, due ritratti degli Ayatollah Khomeini e Khamenei sovrastano un quadro che raffigura Mosé e Aronne. Tutto intorno, tra le mensole, si intravedono oggetti legati alla cultura ebraica: una targa con il candelabro a sette bracci, qualche kippah, la Torah. Samiak Moreh Sedgh è un uomo sulla sessantina, molto carismatico e auto-ironico, dalle occhiaie sul viso traspare una vita dedita al lavoro. Il suo cellulare squilla costantemente. “Quattro giorni alla settimana mi trovate qui all’ospedale, gli altri sono al Majlis, ma amici italiani sono a vostra disposizione”.

Il tema centrale è ovviamente quello dell’integrazione. “Gli ebrei in Iran sono liberi di pregare e vivere dove vogliono, pensate che durante l’Olocausto molti ebrei sono venuti qui per mettersi al riparo dalle persecuzioni. Oggi gli unici problemi che abbiamo sono gli stessi degli iraniani di confessione islamica: il lavoro e la crisi economica mondiale. Siamo una componente attiva di questa nazione, qui non esistono ghetti, siamo mescolati con le altre etnie. Abbiamo un passato comune, prima della Rivoluzione del 1979 molti ebrei che erano contro il regime dello Scià furono sbattuti in carcere, e molti di noi ebrei sono andati a combattere sul fronte nella guerra contro l’Iraq per difendere il Paese. Noi ebrei siamo pronti a difendere di nuovo l’Iran, anche in futuro, se qualcuno vorrà attaccarlo”. Gli domandiamo perché la comunità ebraica viene ignorata dal resto del mondo e come viene considerata dagli ebrei che vivono fuori dall’Iran. “Siamo ebrei, ma pensiamo in persiano, apparteniamo alla nazione iraniana. Per questo siamo diversi dalla maggioranza degli ebrei nel mondo, eppure noi ebrei iraniani, siamo riusciti a convivere per secoli con i musulmani, ci rispettiamo da sempre”. E allora come conciliare le posizioni antisioniste degli Ayatollah con la religione? “La nostra posizione è quella del governo iraniano, il conflitto mediorientale non può essere risolto se non si rispetta l’autodeterminazione dei popoli, in particolare quella dei palestinesi. Non si può parlare di pace – afferma Moreh Sedgh – fin quando non verranno concessi i diritti primordiali al popolo palestinese”. A sentire il deputato iraniano di confessione ebraica verrebbe da dire solo una cosa: antisionismo e antisemitismo non sono affatto sinonimi.