La “primavera araba” in Tunisia – scoppiata nel 2011 probabilmente in maniera autentica, spontanea, dal basso, per motivi economici, di rapporto di classe, per assenza di giustizia sociale – si è trasformata velocemente in un inverno freddo che ha visto cadere l’ex presidente Ben Ali, una figura autoritaria, corrotta e nel passato infeudata dall’Occidente, ma anche laica, socialista e impermeabile a derive terroristiche nel Paese. Eppure all’indomani dei sollevamenti popolari nella patria dei gelsomini si è affermato Ennahda (dall’arabo, “movimento della rinascita”), un partito politico legato a doppio filo con i Fratelli Musulmani e emarginato nel 1989 da Ben Ali per il orientamento integralista, poi legalizzato dal nuovo governo di unione nazionale.

Il suo ingresso dopo decenni di clandestinità nell’agone parlamentare ha scatenato una vera e propria diaspora di militanti integralisti – salafiti in primis – che hanno visto nella partecipazione del partito di Rachid Ghannouchi alla vita democratica tunisina (rifiutando di restaurare un Califfato islamico come invece chiedeva Al Qaeda) un tradimento. La rivoluzione del 2011, così come il lassismo ragionato di Ennahda nei confronti dell’integralismo religioso almeno in un primo momento, ha permesso l’uscita allo scoperto di questi gruppi – collegati probabilmente con gli attentati che hanno colpito a marzo il Museo del Bardo e a giugno la spiaggia di Sousse – i quali vogliono distruggere quel patrimonio laico forgiato dal padre della Tunisia post-coloniale Habib Bourguiba, che negli anni immediatamente successivi all’indipendenza operò in direzione di una laicizzazione del Paese pur affermando l’identità arabo-musulmana dello Stato tunisino come indica l’articolo primo della Costituzione del 1959.

L’attuale presidente Beji Caid Essebsi con l’appoggio di Ennahdha – che ha finalmente preso una posizione netta – sta reagendo in questi giorni con estrema durezza alle derive terroristiche nel Paese. Le indagini svolte dalla polizia di Tunisi dopo gli attacchi al museo Bardo e alla spiaggia di Sousse, così come il rapimento dei quattro tecnici italiani a Mellitah, in Libia, a pochi chilometri dal confine tunisino, hanno portato ad identificare proprio il Sud del Paese come la regione dove la presenza dei jihadisti è più consistente, grazie ai legami con le cellule libiche. Retate di arresti – un centinaio in meno di un mese – e blitz dei militari hanno portato a scoprire a Tataouine un deposito di 20 mila proiettili destinato a gruppi terroristi, sempre di origine libica. Mentre l’esercito è impegnato in operazioni anti-terrorismo nei pressi del Monte Mghila, nella delegazione di Jelma a Sidi Bouzid (centro-sud del Paese). Entro la fine di quest’anno invece verrà costruita una barriera di 168 chilometri lungo la frontiera tra la Libia e la Tunisia. Non solo. Le misure anti-terrorismo avranno anche una valenza semantica.

La commissione Legislazione Generale del Parlamento tunisino ha infatti approvato un articolo che prevede il divieto di accusa di apostasia (in arabo Takfir) e punisce l’incitazione alla violenza e all’odio nei confronti delle minoranze religiose o tra le religioni. Di conseguenza, la corrente integralista islamica del takfirismo – teorizzata nel 1971 da Moustafà Choukri, il quale fa della giustificazione della violenza come mezzo di insegnamento e proselitismo costola del wahabismo (corrente dominante in Arabia Saudita) – verrà per la prima volta nella storia della giurisprudenza islamica equiparato al terrorismo. La nuova norma recita: “Sarà punito con pene che possono arrivare fino alla condanna a morte, chiunque accuserà altri di apostasia (Takfir), o inciterà altri a farlo, o ancora chi incita alla diffusione dell’odio tra le minoranze religiose o tra religioni. Le pene saranno più pesanti a seconda che questi atti di incitazione portino o meno alla violenza fisica”. E se è vero che le prime vittime dei fanatici del nichilismo in Medio Oriente sono i musulmani è giusto che ad adottare misure anti-terroristiche rigorose siano quei Paesi tradizionalmente identitari e laici allo stesso tempo. La Tunisia, come l’Egitto del Generale Al Sisi e l’Algeria di Adbelaziz Bouteflika, si colloca definitivamente sul fronte avanzato della lotta al crimine armato.

Fonte: Il Giornale