La rivoluzione pacifista e democratica contro Bashar Al Assad e il suo partito Baath è una lontanissima fantasia. Ormai è un dato di fatto che in Siria è in corso una guerra internazionale dove non c’è posto per le armi bianche. Gli attori in gioco sono tanti: servizi segreti, mercenari, eserciti regolari, milizie speciali, generali stranieri. I massmedia di tutto il mondo non possono più nascondere l’evidenza. Se da una parte l’aviazione russa bombarda il nemico alla luce del sole, dal canto loro gli americani continuano la loro guerra segreta e non dichiarata al fianco di soldati difficilmente identificabili che combattono ufficialmente sia contro l’Isis che contro Assad: i cosiddetti “ribelli democratici”.

All’inizio del conflitto la strategia della Casa Bianca, insieme agli alleati della “mezzaluna sunnita” (Turchia, Arabia Saudita e Qatar), era stata quella di sostenere due formazioni organizzate a tavolino fuori dai confini siriani: il Consiglio Nazionale Siriano (CNS) che rappresenta la principale coalizione di gruppi di opposizione in esilio (a Washington, Ankara o Riad), e l’Esercito Siriano Libero (ESL) che sarebbe formato da disertori dell’esercito regolare e che si è costituito caso vuole a Istanbul il 29 luglio del 2011. Attualmente il CNS è presieduto da un certo Khaled Khoja, un uomo che ha sempre vissuto fuori dalla Siria, mentre molti di quei cosiddetti soldati passati all’ESL (finanziato, armato e addestrato fin dall’inizio dalle potenze occidentali e sunnite anti-governative com’è stato affermato pubblicamente dal senatore repubblicano McCain “i raid russi colpiscono i ribelli addestrati dalla Cia”) sono confluiti negli altri gruppi terroristici dominanti come Al NusraAhrar al-Sham e Isis. Tanto che lo stesso Pentagono ha deciso di interrompere il programma (da 580 milioni di dollari) di addestramento dell’Esercito Siriano Libero destinato ufficialmente a combattere il califfato islamico. Ora l’amministrazione Obama ci riprova perché non può lasciare a Vladimir Putin il successo militare dopo quello diplomatico decretato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Anche gli Stati Uniti insomma vogliono la loro fetta di torta in caso di vittoria. La nuova tattica è quella di appoggiare Jasad (Esercito Siriano Democratico), una coalizione nata al confine tra Turchia e Siria col sostegno degli americani che hanno mandato domenica 50 tonnellate di armi e munizioni. Secondo imassmedia arabi si tratterebbe di un’unità militare di 50mila uomini che si presenta “contro l’estremismo, per la democrazia e il laicismo”, formata in larga parte dalle Milizie di Difesa popolare curde (YPG) con una partecipazione minoritaria di arabi sunniti delle regioni settentrionali di Raqqa, Aleppo e Hasake, riuniti intorno al gruppo Sanadid e di assiri cristiani del Mawtbo Fulhoyo Suryoyoe (MFS). L’obiettivo dichiarato di Jasad è “liberare Raqqa”, dal 2013 in mano ai terroristi e capitale dello Stato Islamico, e il nord est del Paese, un’area di operazione lontana dal raggio dei raid russi, che si concentrano principalmente ad Ovest contro i miliziani che combattono il governo di Damasco.

Questa volta però il “jolly” curdo potrebbe rivelarsi meno affidabile del solito perché dall’altra parte c’è Bashar Al Assad, un uomo che da un lato nonostante le aperte ostilità ha preso in considerazione le loro richieste (è stato il primo presidente siriano a compiere un viaggio ufficiale nelle aree curde del Paese), dall’altra circola l’ipotesi di una “cooperazione tattica” tra il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e il partito Baath in funzione anti-Erdogan. Inoltre le Milizie di Difesa popolare curde e l’esercito regolare siriano hanno già collaboratocon successo nella provincia nord orientale di al Hasaka. E non è un caso che il leader politico dell’Ypg curdo siriano, Saleh Muslim, abbia incontrato tre giorni fa a Parigi il vice ministro degli esteri russo Mikhail Bogdanov. Più che un interlocutore Jasad sembra un doppio, se non triplo, giocatore.

Articolo pubblicato su Il Giornale