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Larga parte degli inebetiti media occidentali non hanno potuto esimersi dal definire il ritiro, da parte del governo Grindeanu, del controverso disegno di legge che avrebbe depenalizzato la corruzione come “una importante vittoria della società civile sugli eredi dello stalinismo sterminatore”. Questi stessi media, solo due mesi fa, erano pronti ad osannare l’eventuale scelta di Sevil Shadeh, donna musulmana di origini tatare, da parte dei medesimi eredi dello stalinismo sterminatore, come primo ministro. Il Partito Socialdemocratico romeno è di fatto l’erede del nazional-comunismo di Gheorghiu Dej e Nicolae Ceausescu. Questo Partito, l’unico che in Romania possiede una concreta struttura organizzativa e gerarchica, ha democraticamente vinto, all’interno di una coalizione col gruppo liberale ALDE, le elezioni del dicembre 2016: elezioni caratterizzate da una bassissima affluenza alle urne (intorno al 40%); segno evidente di una progressiva disaffezione nei confronti della politica da parte della popolazione che ha illustri precedenti in diversi altri paesi membri dell’Unione Europea. Principale gruppo di opposizione è risultato essere il Partito Nazional-liberale che ha ottenuto il 20% dei consensi; altro Partito dalla consolidata tradizione che dominò la scena politica romena nella prima metà del Novecento attraverso l’imposizione di una fitta rete corruttiva basata sulla concussione, sulla difesa dei grandi interessi economico-finanziari e la salvaguardia dei privilegi della classi abbienti.

Nessuno di questi due gruppi politici può dichiararsi completamente estraneo alle dinamiche corruttive che storicamente hanno caratterizzato la vita politica e la classe dirigente romena tanto che si è arrivati addirittura a parlare di un suo intrinseco “carattere cleptocratico”. E paradossalmente fu proprio il regime nazional-comunista di Ceausescu a cercare di combattere o quanto meno limitare, pur senza grande successo, con il suo sistema di rotazione dei quadri dirigenti del Partito e dell’amministrazione pubblica, la deriva corruttiva della vita politica romena. É tuttavia d’obbligo chiarire che la diffusione della corruzione nel sistema politico romeno, non inferiore alla media di altri paesi UE, allo stesso tempo, non è così superiore da giustificare un approccio retorico a tale tema che viene definito alla stregua di male assoluto. É quantomeno paradossale notare che le proteste degli ultimi giorni, definite le più grandi manifestazioni di piazza dalla fine del comunismo ad oggi con più di 300.000 partecipanti (anche se le autorità hanno ridotto il numero a 80.000, automaticamente declassando la manifestazione a più grande protesta dal 2014 ad oggi), siano state caratterizzate esclusivamente da questa retorica anti-corruzione, lasciando in secondo piano, o proprio dimenticando, quelli che sono realmente i problemi del paese: disoccupazione, immigrazione giovanile, grave crisi agricola, svendita del proprio patrimonio industriale e culturale a corporazioni multinazionali, totale asservimento del paese ai dictat europei e nordatlantici. Se il posizionamento geopolitico del paese non viene messo in discussione per ovvie ragioni culturali, come afferma lo storico Jean Marie Le Breton:

«Culturalmente e politicamente i romeni hanno sempre guardato ad Occidente senza troppo preoccuparsi del sistema di valori di cui esso era portatore ma piuttosto in un’ottica geopolitica di concreti rapporti di potere»

Il totale appiattimento ai dettami neoliberisti dell’Europa, mai messi in discussione dalle manifestazioni di piazza, e forse in larga parte causa della crisi economica galoppante, lascia comunque abbastanza sorpresi e fa quantomeno sorgere alcuni dubbi sull’effettiva ed assoluta genuinità di movimenti di protesta che negli ultimi anni hanno riscosso successi a ripetizione su governi, siano essi socialdemocratici o liberali, anch’essi mai del tutto ostili nei confronti di politiche volte alla progressiva limitazione dell’indipendenza politico economica del proprio paese. Soprattutto se teniamo in considerazione il fatto che il nazionalismo ha avuto un ruolo determinante nello sviluppo culturale e storico del popolo romeno. Neppure il regime comunista fu estraneo a tali istinti nazionalistici. Il nazionalismo ha, di fatto, rappresentato la posizione particolare della Romania nel campo socialista, tanto che la sua via verso il socialismo venne definita come “sovietizzazione etnica”. Tuttavia, neanche il regime comunista fu estraneo all’intrinseco carattere filo-occidentale della Romania e, alla pari della Jugoslavia di Tito, nonostante il suo posizionamento nel campo socialista, poté godere di cospicui aiuti finanziari occidentali. Di fatto, come ben sottolineò a suo tempo il geografo romeno Simion Mehedinti, la Romania, paese latino ma con influenze slave, ungheresi e turche, da un punto di vista geopolitico, e nonostante sia un paese ortodosso, ha sempre ignorato tali fattori di coesione con i suoi più immediati vicini.

Negli anni successivi al crollo del regime comunista, l’unico violento all’interno dell’ex campo socialista europeo, la scena politica romena è stata dominata dai socialdemocratici che, nel pieno dell’istante unipolare, hanno allineato totalmente le loro posizioni a quelle della NATO e dell’Europa. Una posizione che ha permesso al paese, considerate le differenze etniche al suo interno, di evitare la sorte toccata all’ex-Jugoslavia. Il processo di integrazione nell’Unione Europea, portato avanti a forza di privatizzazioni nel settore industriale, venne allora percepito come una potenziale fonte di prosperità economica. Tuttavia, tali privatizzazioni, come in altri paesi del defunto sistema socialista, andarono essenzialmente a favore di ex membri della nomenklatura del Partito, trasformatisi in oligarchi, e di compagnie multinazionali occidentali che acquistarono a prezzi stracciati i principali bacini industriali romeni (principalmente carboniferi). A partire dagli anni Duemila, in assenza di un partito politico capace di opporsi alle dinamiche del Partito-Stato imposte dai socialdemocratici, il Presidente di orientamento liberale e democratico Traian Basescu, eletto nel 2004, ha creato un complesso sistema in cui potere giudiziario (sottoposto alla sua stessa volontà – il Presidente nomina giudici e procuratori) e servizi di intelligence hanno potuto collaborare a stretto contatto non solo per combattere l’intrinseco fenomeno corruttivo romeno, ma anche per eliminare i più immediati oppositori politici del Presidente e delle sue politiche. Di fatto, Basescu, oltre a dare vita ad una immane campagna anticorruzione dai connotati estremamente ambigui, ha introdotto nel sistema politico romeno una sorta di principio non scritto secondo il quale il Presidente, in teoria organo istituzionale super partes di una Repubblica semipresidenziale, svolge, al contrario, un ruolo totalmente “partigiano”. Un ruolo sostenuto anche dall’attuale Presidente Klaus Johannis, liberale molto vicino alla Cancelliera tedesca Angela Merkel ed esponente della minoranza tedesca, unendosi e quasi capeggiando le manifestazioni e proteste di piazza degli ultimi giorni che, non sorprendentemente per gli analisti più attenti, non accennano a fermarsi anche dopo il ritiro del disegno di legge, dimostrando la mai del tutto celata volontà di rovesciare il governo.

Marcello Foa sulle rivoluzioni colorate, l’esempio ucraino

Ora, come afferma l’analista romeno Bogdan Herzog, appare abbastanza evidente la presenza sulla scena politica di due campi distinti: il primo, rappresentato dal Presidente e dal complesso sistema collaborativo tra organi di sicurezza nazionali, potere giudiziario e agenti esterni (Unione Europea a guida tedesca su tutti), capace di organizzare, attraverso l’utilizzo di gruppi di pressione e di ONG e della sempre in voga retorica anticorruzione, proteste di massa; il secondo, rappresentato da governo e parlamento, non meno pro Europa e pro Nato nella loro prospettiva geopolitica, ma colpevoli, al momento, di essere meno ossequiosi o forse di non sapersi vendere altrettanto bene agli interlocutori internazionali. In questo senso può aver giocato un ruolo non di secondo piano il fatto che il nuovo governo socialdemocratico abbia cercato di riallineare le sue posizioni su quelle della neoeletta amministrazione Trump negli Stati Uniti. In ogni caso, di fatto, si tratta essenzialmente delle due facce di una stessa medaglia. A dimostrazione di quanto appena detto, Il governo Grindeanu, oltre al controverso disegno di legge che, nella loro prospettiva, avrebbe fatto da preludio ad una più ampia riforma del sistema penale e giudiziario e favorito lo svuotamento delle sovraffollate carceri romene, dal momento in cui è entrato in carica, ha preso anche alcuni importanti provvedimenti che si muovevano in una direzione non proprio in linea con le politiche europee e del FMI. Di fatto, ha innalzato il livello dei salari minimi e proposto un’esenzione contributiva per i salari inferiori ai 500 euro.

Risulta dunque quantomeno strano il fatto che tali provvedimenti, improntati ad una maggiore giustizia sociale, non siano stati recepiti positivamente in un paese in cui la grande recessione degli ultimi anni ha prodotto esiti nefasti. Allo stesso tempo se il Partito Socialdemocratico non è riuscito a sganciarsi dall’intrinseco fenomeno corruttivo dei suoi esponenti (ed il caso del suo leader Liviu Dragnea, a processo per frode, è uno dei meno rilevanti), appare quasi paradossale, se non ridicolo, che sia proprio il Presidente Johannis, ex professore titolare (ovviamente a sua insaputa) di un cospicuo patrimonio immobiliare nella città turistica di Sibiu, a guidare una protesta che si muove sul binario cieco della mera retorica anticorruzione. Caso più unico che raro, le eventuali dimissioni del governo Grindeanu, rappresenterebbero il terzo caso nel giro degli ultimi cinque anni in cui un governo romeno venga rovesciato a causa dell’inusuale spirito combattivo della società civile urbana. La prima volta successe nel 2012, quando delle reiterate manifestazioni studentesche rovesciarono il governo di Emil Bloc; la seconda volta avvenne nel 2015, quando, a seguito della tragedia del Colectiv Club (in cui a causa di un incendio e di certificazioni di sicurezza comprate a suon di mazzette morirono 64 persone), il premier socialista Victor Ponta, assediato dalle proteste, fu costretto a rassegnare le dimissioni pur non avendo nessun tipo di coinvolgimento diretto nel caso. Tutte proteste che in un qualsiasi altro paese dell’Unione Europea (Italia in primis) difficilmente avrebbero raggiunto i medesimi risultati.

Settimo giorno consecutivo di proteste 
A contraddistinguere le vibranti proposte degli ultimi giorni, come quelle precedenti, non è tanto la più che genuina volontà di combattere la corruzione del sistema politico, ma la palese manifestazione del carattere intrinsecamente “sorosiano” del sistema-paese Romania, di fatto, trasformatosi, nel corso degli ultimi venticinque anni, nel campo d’azione preferito per le esercitazioni politiche della galassia di organizzazioni non governative legate all’ambiguo magnate di origine ungherese. Le élites e la società civile romena sono quasi totalmente plasmate dal lavoro delle ONG collegate alla Soros Foundation; una delle prime ONG ad avere sede in Romania già prima del crollo del regime comunista. Sandra Pralong, attuale consigliera del Presidente Klaus Johannis, è la più importante rappresentate di tale organizzazione in Romania. Mentre Mihai Razvan Ungureanu, ex premier e attuale direttore dei servizio di intelligence estero del paese, ha lavorato per la Open Society Foundation; altra ONG legata a George Soros. E la stessa galassia di ONG legate al gruppo Soros ha recentemente chiesto alla Corte Costituzionale romena la messa al bando del Partito Romania Unita; unica formazione, tra l’altro di modestissime dimensioni, che, nelle scenario politico romeno, propone una piattaforma ideologica di lotta alla globalizzazione ed all’assolutismo liberista.

L’assenza di una precisa coscienza storica critica e la scarsa conoscenza delle dinamiche socioeconomiche del proprio paese ha portato, come afferma l’analista franco-romeno Modeste Schwartz, parecchi giovani e meno giovani, indottrinati dalla retorica ultraliberale propugnata dalle suddette organizzazioni della società civile finanziate da Soros, a sviluppare una forma di mobilitazione permanente strumentalizzata e quasi inconsapevole dei reali obiettivi politici della loro quantomeno ambigua leadership. Il piazzamento geopolitico della Romania nel campo occidentale non è mai stato messo in discussione. Una posizione ulteriormente sottolineata dalla politica del “vettore orientale” che considera la Moldova un territorio storicamente romeno ed il governo filorusso della Transnistria come un governo criminale. Tuttavia, tale posizionamento non ha risparmiato alla Romania, con la colpevole partecipazione della sua classe dirigente, lo status di terreno fertile per l’esercitazione politica della mobilitazione del dissenso organico al sistema capitalistico globalizzato volto a presentare l’1% della popolazione di un paese non allineato come maggioranza assoluta.