Dopo appena tre mesi dall’incoronazione Salman bin Abdelaziz ha rimosso dalla carica di principe ereditario e di vicepremier Moqren bin Abdul Aziz bin Saud, sostituendolo con il proprio nipote Mohammed bin Nayef. Questi, già ministro degli Interni, manterrà il doppio incarico e, alla morte del re, occuperà il posto dello zio come re dell’Arabia Saudita. Il sovrano ha inoltre cambiato l’anziano ministro degli esteri Saud al Faisal con l’attuale ambasciatore a Washington Adel al Jubeir. In questo modo la monarchia saudita rinforza il potere del clan Sudairi all’interno della famiglia Saud e dà una netta indicazione delle linee guida per il futuro del Paese. Ufficialmente il valzer di cariche viene presentato come un modo per svecchiare la monarchia – entrambi sulla cinquantina e “giovani” rispetto ai loro predecessori – e dare l’idea di attuare una vera guerra ai gruppi salafiti radicali; i due infatti si sono dimostrati attivi nel combattere al-Qaida sia quando cercò di organizzare una insurrezione nei luoghi santi che nello sventare il piano terroristico sulle bombe nelle scarpe dei passeggeri provenienti dallo Yemen; eppure il vero messaggio di questo “rimpasto” è un altro: una nuova leadership che rinsalda gli storici legami con gli Stati Uniti, dopo un periodo piuttosto tribolato, e che sponsorizza una politica estera più diretta e conflittuale.

La scelta di nominare Mohammad bin Salman (34 anni) secondo in linea di successione al principe Nayef, chiarisce la volontà di dare un preciso segnale agli alleati e ai nemici regionali. Il giovane Salman, fino ad appena quattro mesi fa praticamente sconosciuto allo stesso popolo saudita, è stato catapultato dal ruolo di capo della corte di suo padre a ministro degli esteri artefice della campagna contro gli Houthi in Yemen. La sua faccia barbuta è costantemente nei telegiornali come volto della guerra ed è incensato dalla stampa per l’efficacia e la rapidità con cui ha messo in piedi la coalizione per Decisive Storm. Il rimpasto però ha anche coinvolto i vertici della compagnia petrolifera statale Aramco, dove il presidente Khalid al Falih è stato estromesso per andare a ricoprire la carica di ministro della Salute e lo stesso CEO deve ancora essere nominato.

Tutte queste manovre politiche – di cui la sostituzione degli eredi al trono sono le più evidenti – sanciscono come Salman di fatto sarà l’ultimo re figlio del fondatore dell’Arabia Saudita e sono una dichiarazione d’intenti per il futuro della regione. Riyadh palesa la precisa volontà di riaffermare il suo dominio regionale in maniera proattiva; è finita l’epoca degli accordi sottobanco e della “politica dietro le quinte”. Lo scontro con l’Iran e i suoi alleati – Siria e Yemen in primis – la vedrà sempre più esposta in prima linea e capace di formare alleanze militari non solo all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ma anche con tutti i Paesi sunniti che abbiano voglia d’impegnarsi militarmente nell’impresa. Per contrastare l’emergente potere sciita però occorre l’appoggio incondizionato di Washington e, non a caso la campagna aerea contro lo Yemen e le nuove nomine avvengono subito dopo la prima distensione sul nucleare iraniano; proprio per rinsaldare i legami con il vecchio alleato, in procinto di disimpegnarsi dal quadrante mediorientale. Il principe Nayef, tra tutti i membri della famiglia reale, è quello che gode i più stretti rapporti con i funzionari della Casa Bianca e la scelta di Jubeir come ministro degli Esteri si commenta da sola. Nonostante la certezza che Decisive Storm non risolverà la crisi politica yemenita ma anzi favorisca al-Qaida e l’ISIS, il suo scopo è già raggiunto: dimostrare la fermezza saudita nel contrastare con ogni mezzo Teheran e lanciare il messaggio al prossimo presidente americano (meglio se repubblicano) che il suo alleato è pronto militarmente a ogni opzione.