Ci sono state le Olimpiadi, è vero, e pure gli Europei di calcio, ma quest’estate le emozioni più grandi ce le ha regalate la politica internazionale. Il referendum britannico e i carri armati a Istanbul ci hanno tenuto col fiato sospeso, ci hanno fatto esultare, sognare e disperare più dei gol europei e delle medaglie olimpiche. La geopolitica ci ha appassionato più dello sport, ma la nostra forma mentis è sempre la stessa, così, anche quando parliamo di politica internazionale, è come se stessimo guardando una partita di calcio, ci dividiamo in tifoserie e ci lanciamo in analisi da Bar Sport, anzi, da social network.

Il referendum che doveva decidere le sorti dei rapporti tra Regno Unito e Unione europea non ha ancora iniziato a produrre effetti politici. La nuova inquilina di Downing Street, Theresa May, continua a ripetere che sì, «Brexit significa Brexit», ma al momento non esiste una strategia e il Governo ha bisogno di tempo prima di poter decidere se e quando appellarsi l’articolo 50 del Trattato di Lisbona per avviare trattative formali di uscita dall’Ue. Se Londra decidesse davvero di allontanarsi da Bruxelles, non solo comprometterebbe la sua «Special Relationship» con Washington, ma dovrebbe anche rinunciare ad essere il centro off-shore per le operazioni economiche e finanziarie della Cina – e di altre potenze emergenti – nel Vecchio Continente e l’isolamento britannico non sarebbe più così «splendido». Al di là della Manica, invece, anche se non sembrano esserci prospettive per un effetto domino, il voto britannico costringerà l’Ue a ripensare se stessa, ma in questo clima di incertezza generale il ruolo della NATO non è mai stato messo in discussione. Al summit di Varsavia l’Alleanza Atlantica non ha nascosto l’ambizione di rimpiazzare l’Unione europea, proponendosi, non solo come base della cooperazione tra Europa e Nord America, ma anche tra gli stessi Stati europei, diventando per essi un punto di riferimento politico, oltre che militare, continuando così ad impedire il sorgere di un’autentica unità europea.

Il tentato colpo di Stato in Turchia è fallito, ma ha rivelato tutte le ambiguità della politica interna e internazionale di Erdogan. Se internamente il Sultano ne esce rafforzato, perché ha approfittato della situazione per far arrestare migliaia di oppositori tra militari, poliziotti, magistrati, governatori, professori, intellettuali e giornalisti, sulla scena internazionale è quanto mai isolato. È impossibile che gli Stati Uniti fossero all’oscuro del golpe che si stava preparando. L’aereo cisterna che riforniva in volo gli F-16 dei militari ribelli è decollato dalla base di Incirlik, la stessa dalla quale partono i raid NATO contro l’ISIS e dove sono stanziati due squadroni USA con armi nucleari tattiche. Washington sapeva e hanno lasciato fare per mandare un chiaro avvertimento a un membro dell’Alleanza che si è preso fin troppe libertà ed è accusato di connivenza con lo Stato Islamico. Erdogan si sente tradito. Le scuse a Putin per l’abbattimento del SU-24 russo al confine con la Siria e il viaggio a San Pietroburgo, dove si è parlato anche del Turkish Stream, vanno letti come il tentativo di trovare nella Russia una sponda, non un’alleanza, perché non bisogna dimenticare che la Turchia è il secondo esercito NATO per numero di effettivi, dietro solo agli Stati Uniti. Il ruolo della Turchia nell’Alleanza Atlantica è troppo «prezioso» e pur di non perdere questo ponte geografico tra Europa, Asia Centrale e Medio Oriente, gli USA sembrano disposti a sacrificare le ambizioni kurde per la creazione di un proprio Stato, nonostante la Casa Bianca se ne sia servita fino a ieri come truppe di terra nella guerra all’ISIS. Un Kurdistan indipendente, infatti, è l’incubo strategico di Ankara, che darebbe forza alla minoranza kurdo-turca del PKK. È questa la ragione per cui Erdogan si è detto pronto a riconoscere Assad e l’integrità territoriale della Siria, nonostante per 5 anni la Turchia sia stata l’autostrada del Jihad, col preciso obiettivo di deporre il Presidente siriano.

La Cina continua a contendere al Giappone la sovranità sulle isole Senkaku (Diaoyu per i cinesi), mentre più a Sud, nel Mar Cinese Meridionale, rivendica il diritto di proprietà sugli arcipelaghi Spratly (Nansha) e Paracel (Xisha). Il tribunale dell’Aja ha sentenziato che «Pechino non ha titolo storico sulle acque di quel mare», ma i vertici del Partito Comunista definiscono la decisione della Corte una «farsa politica» e continueranno a costruire piste di atterraggio e installare batterie missilistiche su quelli che fino a pochi anni fa erano solo isolotti e scogli disabitati. Per la Repubblica Popolare controllare questi atolli significa mettere le mani su fondali ricchi di petrolio, gas naturale e riserve ittiche, ma anche tenere in pugno un corridoio marittimo dove ogni anno transitano merci e materie prime per un valore di 5 mila miliardi di dollari. Di fronte all’appropriazione alla militarizzazione cinese degli arcipelaghi Spratly e Paracel, gli Stati Uniti si sentono chiamati a garantire «la sicurezza della regione» e «la libertà di navigazione», ridimensionando la volontà di potenza del Dragone, nel timore che proprio dal Mar Cinese Meridionale la Cina possa lanciare la sfida all’egemonia globale statunitense.

Ma l’estate sta finendo – e non solo quella. Siamo nel bel mezzo di una fase di transizione che non sappiamo ancora dove ci porterà. La Russia è tornata ad essere una grande potenza e la Grande Muraglia sta sempre più stretta a questa Cina in rapida ascesa. Il Mondo sembra andare verso un futuro multipolare. Gli Stati Uniti perdono colpi e credibilità come leader mondiali e il nuovo Presidente, chiunque sarà, dovrà riconquistare la fiducia e gli spazi perduti, oppure assecondare questa tendenza al disimpegno militare, cercando di evitare il collasso economico. L’incertezza è massima e proprio per questo bisogna guardare il Mondo con una sguardo realista e non con gli occhi di un tifoso.