Il 25 ottobre l’Argentina andrà al voto per eleggere il nuovo presidente. Il voto sarà un test cruciale per verificare la tenuta del sistema politico del paese e, in generale, lo stato di salute dei governi progressisti affermatisi in tutto il continente in un periodo di maggiori difficoltà dopo l’apoteosi e i successi della “decade dorata” oramai terminata. Le difficoltà vissute in questi mesi dal vicino gigante brasiliano non hanno avuto, sinora, eguali in Argentina, tuttavia sarà fondamentale analizzare cosa gli argentini pensano del loro recente passato politico e come di conseguenza indirizzeranno il loro voto. L’Argentina parte con un punto di riferimento ben preciso: i dodici anni di amministrazione Kirchner; i coniugi Nelson e Cristina hanno garantito una guida politica sicura, stabile e decisa, ridando slancio al panorama politico argentino dopo anni di governi sostanzialmente uguali tra loro, connotati dalla continua spina a un sempre più stretto “abbraccio” al sistema liberista e culminati nel caos del 2001. Dodici anni che, come abbiamo avuto modo di ricordare in un precedente articolo, hanno portato a un progresso generale, sebbene differenziato da settore a settore, e in sostanza a una trasformazione del vecchio peronismo in “kirchnerismo”.

Il governatore di Buenos Aires, Daniel Scioli, sarà il primo nella storia del Frente para la victoria a connotarsi specificamente come kirchnerista, e parte avvantaggiato nei sondaggi. Egli incarna sostanzialmente la continuità del vigente governo progressista, mentre il dissidente Sergio Massa ha deciso di correre come rappresentante del vecchio peronismo di destra, giunto a una frattura insanabile con l’ala kirchnerista a causa delle decisioni in ambito di politica economica e sociale. Massa non è tuttavia il principale sfidante di Scioli: a contendere la Casa Rosada al governatore di Buenos Aires sarà il sindaco della città, Mauricio Macrì, noto in Europa soprattutto per il suo periodo passato alla presidenza del Boca Juniors, coinciso con l’epoca di maggior successo della storia del club. La coalizione che sostiene Macrì, Cambiemos, incorpora l’ampio spettro dell’opposizione ai Kirchner, finalmente unificatasi dopo anni di lotte intestine che hanno favorito l’opera ai coniugi-presidenti: sebbene le componenti conservatrici siano in essa predominanti, nella coalizione compare anche l’Unione Civica Radical, partito storicamente schierato a sinistra ma passato alla storia suo malgrado per essere il partito di De la Rua e Domingo Cavallo, il presidente e il ministro dell’economia del default 2001 dovuta all’imposizione scriteriata delle ricette neoliberiste.

In definitiva, per le elezioni Scioli parte avvantaggiato ma dovrà guardarsi dalla flessione nei sondaggi del suo partito dovuto a recenti scandali giudiziari che, sebbene non abbiano coinvolto direttamente la presidentessa Cristina, hanno sicuramente incrinato il gradimento degli argentini. È praticamente impossibile che il Frente possa vincere già al primo turno, previsto per il 25 ottobre: la strada pare tracciata verso un ballottaggio tra Scioli e Macrì, e in tal caso sarà l’area grigia degli indecisi, che costituirà nel primo turno il grande serbatoio di voto di Massa, a fungere da ago della bilancia. Chiaramente, un successo dell’opposizione significherebbe un parziale ritorno al passato, aprirebbe la strada allo smantellamento dell’impalcatura di stato sociale costruito dai Kirchner; tuttavia, non avrebbe la portata epocale che causerebbe, ad esempio, una vittoria delle forze conservatrici in Venezuela. Sicuramente, il nuovo presidente dovrà affrontare nei suoi primi mesi di governo situazioni dovute a cause esogene: sarà infatti in primis l’evoluzione delle dinamiche economiche e politici del Brasile di Dilma Roussef a determinare il futuro dell’America Latina e, di conseguenza, anche le prospettive geopolitiche dell’Argentina.