Se negli anni della Guerra Fredda era necessario avere un informatore che fotografasse di nascosto i missili SS-20 durante la parata del primo maggio in Piazza Rossa o di un aereo spia U2 per sorvegliare il programma nucleare sovietico a Semipalatinsk, oggi chiunque ha accesso ad internet è in grado di reperire informazioni su qualsiasi paese comodamente dalla scrivania di casa sua. Tranne per un unico buco nero a nord del 38° parallelo, al di là del confine più militarizzato del pianeta. Della Corea del Nord si sa poco o nulla. Parafrasando Winston Churchill, è “un rebus, avvolto in un mistero, dentro un enigma”. Il buio che avvolgeva l’Unione Sovietica all’indomani del 1917 è molto simile alla nebbia che aleggia oggi intorno a Pyongyang. Non si sa quanti siano gli abitanti (si stima 23 milioni), non si sa quanti siano i morti dovuti alla carestia degli anni Novanta (si stima 2 milioni), non si conosce il numero degli internati nei campi di rieducazione attraverso il lavoro. Non conosciamo neanche l’esatta età di Kim Jong-un (lo chef giapponese del padre, Kenji Fujimoto, ha dichiarato che dovrebbe essere nato l’8 gennaio 1983) o l’identità di tutti gli alti membri del partito comunista. Quel poco che sappiamo dipende dalle immagini satellitari, dalle testimonianze dei disertori (impossibili da verificare) o dalle dichiarazioni della stampa del regime. E di queste scarne informazioni molte sono anche farcite di propaganda. La Corea del Nord è un paese in cui il programma nucleare segreto è riuscito a creare uno stock pile di circa 15 testate nucleari ma le vecchie fabbriche sovietiche non sono in grado di produrre frigoriferi più moderni di quelli del 1963. La popolazione sopravvive grazie ai finanziamenti esteri di Cina, Pakistan e altri paesi più o meno compiacenti. Come è possibile allora che un paese poverissimo e comunista sia stato in grado di diventare uno Stato nucleare e di non sgretolarsi nel 1991 insieme all’Unione Sovietica? La risposta è duplice.

Pyongyang non è collassata come avvenuto ai paesi comunisti dell’Europa orientale perché la Cina non l’avrebbe mai permesso. Ancora oggi il regime coreano sopravvive solo perché Pechino non può permettere la caduta di un regime comunista sui suoi confini e rischiare una unificazione che lo porterebbe a diretto contatto con un paese capitalista filo-americano. Se pensiamo che l’invio di 500.000 soldati cinesi durante la guerra di Corea nel 1951 fu deciso in seguito all’avanzata dell’esercito americano verso i confini del nord, possiamo comprendere quanto importante sia per Pechino puntellare Pyongyang e farla sopravvivere. I vertici cinesi non posso permettere un cambio di regime perché questo avrebbe conseguenze delicate per la loro politica interna; se il comunismo fosse reversibile nel paese più chiuso al mondo cosa impedirebbe un effetto contagio nella stessa Cina? Una scommessa che il partito comunista cinese non può permettersi di affrontare a costo di subire le peggiori bizzarrie di Kim Jong-un e fare buon viso a cattivo gioco attuando sanzioni ma rifornendo di beni di prima necessità il paese tramite canali secondari. Bisogna poi considerare come la Cina stia tentando faticosamente di costruire la propria egemonia in Asia orientale e assistere passivamente alla caduta di un governo alleato non farebbe altro che mettere in dubbio di fronte alle altre potenze regionali la sua capacità di controllo del quadrante.

La seconda risposta riguarda la Corea del Nord stessa e il suo regime. Perché infatti spendere miliardi per un’arma nucleare quando sarebbe più logico impiegarli per sfamare la popolazione? Semplicemente perché si sono comprati un’assicurazione sulla vita. I nord coreani hanno imparato dalle precedenti esperienze: Saddam Houssein aveva un programma nucleare ed è stato deposto, Gheddafi aveva velleità nucleari ed è stato costretto ad abbandonarle per poi essere assassinato. Evidentemente la bomba atomica è per il regime di Pyongyang la garanzia che nessuno rischierà mai di vederla utilizzata pur far cadere il comunismo nel paese. L’opinione pubblica coreana inoltre, nel suo completo isolamento dal mondo esterno, è stata plasmata facendo leva sull’anticolonialismo, sul nazionalismo, sulle tradizioni eroiche della guerra del 1950-53 e sul rifiuto dell’imperialismo come logica delle relazioni internazionali. In parte con la forza e in buona parte con l’indottrinamento, la popolazione è quindi tutto sommato acquiescente allo status quo e, come riflesso delle paranoie del regime, realmente convinta di essere circondata da un mondo minaccioso e ostile. E questo è ancora più pericoloso se pensiamo che anche la leadership sta cominciando a perdere i contatti con la realtà del mondo esterno.

La costruzione della bomba atomica è da inquadrare in questo delicato contesto di alterata percezione e reali timori; ciò non significa assolutamente che la Corea del Nord intenda usare le sue armi strategiche per attaccare l’Occidente ma solo che potrebbe minacciare di usarle nel caso in cui il regime sembrasse in pericolo. L’arsenale coreano non supera infatti le 15 testate e a fronte delle 15.680 armi strategiche presenti nel mondo non rappresenta una concreta minaccia di first strike per nessuna delle grandi potenze. Ma i nordcoreani sono davvero riusciti a sperimentare una bomba termonucleare come dichiarato poche settimane fa? I maggiori esperti di proliferazione WMD (Weapons of Massive Destruction) non ne sono affatto convinti. Secondo l’Institute for Science and International Security sappiamo solo che il 6 gennaio la Commissione preparatoria per la messa al bando totale dei test nucleari ha registrato un evento sismico del tutto simile a quello registrato il 12 febbraio 2013 nell’area solitamente utilizzata dalla Corea del Nord per gli esperimenti. Questo dato però non è di per sé sufficiente a suffragare le affermazioni della televisione di Pyongyang la quale ha dichiarato di essere giunti con successo alla sperimentazione di una bomba H. Secondo analisti americani ed esperti indipendenti, in base alle informazioni in loro possesso sul programma nucleare coreano, è assai improbabile che ci siano riusciti veramente. Si sa per certo che la Corea del Nord ha fatto ricerche sul trizio, una delle componenti più problematiche nella costruzione dell’arma, ma è difficile che sia stata in grado di costruire un ordigno all’idrogeno basato sull’esplosione a due stadi che coinvolge prima fissione e poi fusione nucleare.

L’evento sismico registrato il 6 febbraio è stato infatti di gran lunga inferiore rispetto alla potenza che ci si aspetta venga sprigionata da una bomba H. Per fare una comparazione basta pensare che le bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki, Little Boy e Fatman, erano ordigni nucleari a fissione da 4 megatoni e distrussero interamente le due città provocando più di 200.000 vittime. La prima bomba termonucleare a fusione della storia, sperimentata durante l’operazione Castle Bravo nell’atollo di Bikini nel novembre 1952, aveva invece una potenza di 11 megatoni pari a 11 milioni di tonnellate di tritolo e vaporizzò le isole su cui venne sperimentata. Da quel primo ordigno le armi strategiche furono continuamente evolute e aggiornate e se pensiamo che la bomba Zar, sperimentata dai sovietici nel 1961, fu la più potente arma nucleare mai sperimentata con 50 megatoni di potenza e un fungo atomico che si alzò fino a 35 mila piedi (56 km) di altitudine, è assai improbabile che Pyongyang abbia sperimentato ordigni di tale potenza. David Albright ha sostenuto che forse, invece di una bomba H a due stadi, sia stata sperimentata solo un’esplosione ad uno stadio ma che anche in questo caso l’evento sismico sarebbe stato troppo debole per l’energia che si sarebbe dovuta sprigionare. Quindi non sappiamo esattamente cosa sia stato sperimentato il 6 gennaio nella regione di Kilju e questo, probabilmente, resterà l’ennesimo segreto di un enigma chiamato Corea del Nord che, essendosi dotata di armi atomiche, si è guadagnata la sua garanzia protettiva e continuerà a rimanere avvolta nella nebbia per lungo tempo.