La strage di Parigi e l’abbattimento del volo di linea russo inaugurano una nuova fase della guerra per lo Stato Islamico. Finalmente incalzati in Medio Oriente da un inferno di bombe e dall’offensiva dell’esercito siriano, curdo e iracheno; gli uomini del Califfo dirigono le loro operazioni contro i civili occidentali. In questo modo ottengono due importanti obiettivi: aizzare i teorici dello “scontro di civiltà” e risollevare il morale dei suoi miliziani, depressi in seguito al deciso intervento russo in Siria. L’Isis dimostra non solo di ribattere colpo su colpo agli attacchi dei suoi nemici – mantenendo così un elevato potere attrattivo per fare proseliti -, ma anche di avere ormai una vasta e capillare rete capace di organizzare e portare a termine attentati in luoghi e modalità distanti tra loro. Sinai, Beirut, Parigi; nel giro di pochi giorni sono state mortalmente colpite in modi differenti. Gli attacchi arrivano dritti al cuore: i gitanti di San Pietroburgo – e indirettamente il turismo in Egitto -, la roccaforte di Hezbollah e la capitale francese. Non potendoli affrontare direttamente in campo aperto, preferiscono colpirci dove siamo più deboli. Inutile dire che se in Russia e in Libano una sparatoria per strada rimane impensabile; è proprio la ville lumiere a sembrare la più vulnerabile. Dopo l’attacco di un anno fa poco o nulla è cambiato; gli attacchi sono arrivati addirittura a lambire lo stesso presidente Hollande presente allo stadio e la reazione delle forze dell’ordine è stata tardiva, consentendo ancora una volta la fuga di una parte del commando.

Un volo low cost, un concerto gremito, una partita di calcio della nazionale e dei ristoranti: quasi a sancire come il bersaglio sia il tempo libero stesso; i tipici luoghi di aggregazione e, subito, tutti il giorno dopo a parlare di “attacco alla libertà”, di solidarietà alle vittime – con il solito facile giochino lava coscienze tricolore di Facebook – e di ritorsioni. Semplici slogan al posto d’idee mentre si mandano i Mirage a bombardare Raqqa, a certificare l’assoluta inconsistenza di una vera strategia. Si è fatto in fretta e furia un G20 da cui sono sbrodolate fuori le solite roboanti dichiarazioni d’intenti, senza che si sia presa una sola decisione operativa. E se a questo aggiungiamo il solito sciacallaggio politico di chi non aspettava altro per riproporre la logora teoria dello “scontro di civiltà” per raccattare qualche voto in più alle prossime elezioni, lo scenario che si prospetta è desolante.

C’è molta più lungimiranza nelle azioni di Al Baghdadi che in tutta la classe dirigente europea. Purtroppo più che strepitare e fare inutili siparietti contro il “terrore” nessuno è disposto a fare quello che si dovrebbe per sconfiggere il Califfato, neppure ora che ha raggiunto il cuore stesso dell’Europa. Si prosegue in ordine sparso con la medesima ipocrisia, parlando di reazioni e coalizioni internazionali esistenti solo sulla carta; così rassegniamoci: questa guerra è già persa in partenza. Il fattore tempo gioca a nostro svantaggio, assieme a quello demografico; manca la determinazione a combattere e la volontà di snidare il nemico. Si tira qualche bomba – a esclusivo favore dell’industria bellica -, non ci si vuole impegnare sul terreno, si osteggia addirittura chi l’Isis la combatte veramente da anni! Date queste premesse la situazione non farà che peggiorare, mentre i vari Cameron, Hollande, Merkel e Renzi vagheggiano di mandare altri aerei e blaterano di “difesa della civiltà”; peccato che nessuno sia disposto a lottare per questa “civiltà”, perché lottare implica rischiare di perdere qualcosa; comporta di uscire dal torpore in cui vivono le nostre coscienze anestetizzate. Quanti tra coloro che si stracciano le vesti di fronte alla barbarie islamista sarebbero disposti a mandare un figlio in guerra o a boicottare quei Paesi che finanziano il terrore? Quale politico sarebbe disposto a congelare gli asset dell’Arabia Saudita e delle altre petromonarchie, finché non dimostrino di bloccare i flussi di denaro e di armi destinate ai tagliagole? Ci hanno inculcato il senso di colpa per il nostro passato (coloniale), per i nefasti effetti del nazionalismo e pure obbligato a cancellare le tracce della nostra identità religiosa e culturale. Eppure la Storia dimostra che solo i popoli orgogliosi e caparbi sono capaci di fare la guerra. Ecco perché il peggio deve ancora arrivare. Ecco perché solo la Russia ci può ancora salvare.