Muovere guerra ha i suoi costi ed oggi, in tempi di austerity ed in momenti in cui ampie fette di popolazione lottano anche in Europa per la sopravvivenza, imbarcarsi in avventure militari è quasi impossibile; se nel 2003 bombardare di notizie su armi di distruzione di massa ha convinto gran parte della popolazione americana che è stato giusto iniziare a lanciare le bombe (non mediatiche, ma vere) su Baghdad, nel 2016 nemmeno lo spauracchio dell’ISIS sulla sponda opposta del Mediterraneo è riuscito a far diventare popolare la possibilità di un conflitto in Libia. I governi occidentali, dopo la sconfitta americana in Vietnam, hanno iniziato ad avere una vera e propria ossessione sul fatto di rendere ‘appetibile’ all’opinione pubblica una guerra, pena lo spegnimento dei motori dei carri armati e degli aerei militari. Come detto, giustificare altri militari morti dopo il bagno di sangue in Afghanistan ed in Iraq e giustificare anche un esborso di somme non indifferente per andare in Libia, è impresa evidentemente più difficile dell’eventuale azione militare. Meglio quindi parlare in tv di ‘addestramento’ e ‘sostegno’ ad un governo che per qualche (sconosciuto, a dir la verità) motivo ha avuto legittimazione internazionale.

Da Vienna, dove nelle scorse ore si è tenuto un summit sulla Libia, trapela questo: niente truppe italiane, niente truppe USA, niente missioni occidentali. A prima vista, potrebbe sembrare quasi un dietrofront tanto degli USA, quanto dell’Italia visto fino a poche settimane fa, l’intervento militare a guida italiana è sembrato vicino all’ufficializzazione, adesso invece è emerso come gli ‘scarponi’ che lasceranno tracce sul deserto e sulle spiagge di Tripolitania e Cirenaica non avranno impronte occidentali. Ma questa decisione tutto è tranne che un dietrofront: in primo luogo, nostri soldati sono già in Libia e da diverso tempo, al pari di altri di diverse nazioni occidentali, sia per addestramento che per ricognizione del territorio. Sono presenti francesi, inglesi, americani ed anche italiani, oramai questo appare come un vero e proprio segreto di Pulcinella, nei giorni scorsi è anche apparsa sul web una foto di alcuni soldati italiani intenti ad imbarcare su un aereo militare alcuni miliziani feriti (molto probabilmente di Misurata).

L’altro importante motivo per il quale è impossibile parlare di dietrofront occidentale ed italiano sull’intervento militare armato in Libia, riguarda come detto la sua non economicità sia mediatica che in termini di somme da sborsare. Ed allora, ecco che da Vienna appare uscire il definitivo superamento della guerra tradizionale e la contestuale definitiva ‘vittoria’ del nuovo tipo di conflitto, ossia quello per ‘procura’ in cui i paesi occidentali non mettono più scarponi sul campo di battaglia, lasciando ad eserciti locali o sempre più spesso anche a milizie e fazioni i compiti bellici veri e propri. Il fatto che dalla capitale austriaca è stato suggellato il ‘No’ all’avvio di operazioni militari, che ad un certo punto sono sembrate oramai prossime, non vuol dire che in Libia non vi sarà alcuna guerra o che l’occidente rinuncia improvvisamente ai suoi interessi; come già scritto nelle scorse settimane, priorità di americani ed europei è quella di tutelare i giacimenti petroliferi dall’avanzata dei miliziani del califfato i quali, dalla regione di Sirte, tendono ad espandersi tra Tripolitania e Cirenaica. Con una Libia nel caos ed in preda ad una guerra tra tribù e milizie locali, tutto ciò è impossibile raggiungerlo intraprendendo tradizionali ‘missioni di peacekeeping’ ed allora è preferibile agli occhi delle cancellerie occidentali andare ad armare ed a sostenere la propria fazione di riferimento. Proprio come in Siria e nello Yemen, anche in Libia si assisterà ad un confronto a distanza tra quelle potenze che nelle stanze d’albergo di Ginevra o Vienna siedono negli stessi tavoli e che sul campo si contendono territori armando gruppi rivali soffiando su ataviche divisioni interne al paese malcapitato di turno.

La Libia del post Gheddafi, continua e continuerà ad essere un teatro di battaglia: da un lato il fantomatico e fantoccio governo di Serraj che a fatica riesce a farsi rispettare a Tripoli, dall’altro il parlamento di Tobruk il cui ruolo primario è assunto al momento dal generale Haftar, il quale con il proprio esercito (che di recente ha ricevuto molti mezzi nuovi di zecca) ha ripreso Bengasi e vorrebbe dirigersi verso Sirte, lì dove per la verità vorrebbe dirigersi anche Serraj; in mezzo, vi stanno numerose milizie (quelle di Misurata, ma anche quelle filo islamiche della capitale), l’ISIS ed altre tribù di Cirenaica e Tripolitania ed in tutto questo, è sempre bene ricordarlo, la popolazione civile appare sempre più vittima e dimenticata da tutti e soprattutto ben lontana dal decidere in modo autonomo il destino del proprio paese, in barba ai principi ‘democratici’ che hanno ispirato la cacciata di Gheddafi. Tutte le forze sopra citate, eseguiranno gli ordini dei propri padroni; quello di Serraj è il governo appoggiato ufficialmente dalla comunità internazionale, ma che in realtà risponde agli interessi di USA ed Italia (gran parte dei ‘nostri’ giacimenti sono in Tripolitania), quello di Tobruk invece ha dietro Francia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, il vecchio governo islamista di Tripoli dovrebbe essere ancora pagato dal Qatar con lo zampino di Erdogan, Misurata potrebbe godere anche dell’appoggio di molti paesi occidentali (sono di questa città le milizie che hanno materialmente ucciso Gheddafi ed è in questa città, un tempo cuore industriale della Tripolitania, che il corpo del Rais è rimasto esposto per diversi giorni in una cella frigorifera del mercato ittico), altre milizie infine sono alla ricerca di alleanze ed appoggi più o meno diretti. Da Vienna non parte quindi la rincorsa alla stabilizzazione della Libia, ma la gara a chi riesce per primo ad arrivare nei territori occupati dall’ISIS ed a chi riesce a mettere da subito le mani sui giacimenti petroliferi; che si tratti di un disco verde ad una guerra per procura e ad una ‘competizione bellica’ in nome di interessi stranieri, è confermato dal fatto che uno dei pochi punti su cui si è da subito trovato l’accordo, è stato lo stop all’embargo di armi al governo di Tripoli. Con la caduta di Gheddafi infatti, è stato imposto un divieto di vendita di armi alla Libia, ma adesso che ‘ufficialmente’ la comunità internazionale riconosce un governo che peraltro, dopo aver chiesto (sempre ufficialmente) l’intervento militare dei paesi ‘alleati’, ha fatto marcia indietro dichiarando di aver bisogno solo di addestratori ed armi, l’embargo è caduto e la notizia non può che far piacere a chi le armi le produce.

Ma quanto deciso a Vienna, ha valenza importante anche per il futuro nel contesto internazionale; probabilmente da adesso in poi, non si sentirà più parlare di ‘guerre preventive’ o ‘missioni di pace’: da ora in poi, chi vorrà abbattere un regime ostile o tutelare i propri interessi, non metterà più scarponi nel paese attaccato, al massimo si limiterà a bombardare dall’alto, ma la guerra verrà combattuta da attori locali. L’occidente in Libia non ha cambiato la propria linea, né sono sembrati mutati i propri interessi rispetto a poche settimane fa; l’incontro di Vienna, come detto, ha dato il via a questa nuova e forse più cruenta fase: da un lato, c’è chi cercherà di imporre quello di Serraj come unico governo rappresentativo dell’intera nazione (o di quel che ne rimarrà), dall’altro chi aiuterà Haftar ad eliminare il califfato ed a mettere le mani sui giacimenti in Cirenaica, il braccio di ferro internazionale è solo all’inizio ed i libici dovranno sorbirsi un’ennesima puntata dolorosa di una situazione che in cinque anni ha mandato sul lastrico il paese.