Una richiesta corale presentava l’istanza di tregua per quella realtà definita “Stato fallito”. Houthi ed opposizione, congiuntamente, hanno aderito al cessate il fuoco in data 11 aprile. Al di là delle provocazioni verbali (chi attaccherà per primo e porrà fine alla tregua), la novità introdotta in un simile scenario è rintracciabile nei famigerati colloqui di pace che, anche stavolta, propongono rimpasti e nuovi sodalizi. Sono previsti il prossimo 18 aprile in Kuwait e le richieste non tardano ad arrivare: cambio ai vertici del governo yemenita. Ecco l’istanza avanzata.

Torna utile una storica definizione che un tempo spiegava altre pratiche di defezione. Nordisti e sudisti: ecco la cornice storica. Pare, infatti, che il presidente yemenita Hadi sia giunto alla conclusione di volere apportare delle significative modifiche relative alle figure ed alle cariche al governo. Così, la vice- presidenza dei ministri sarà presieduta da Ali Mohsen al Ahmar (nordista ndr); mentre il primo ministro risponderà al nome di Ahmed bin Dagher (sudista ndr). Una strategia plurale ed estremamente importante, che permetterà di comprendere quali alleanze ed assi politici si stiano riconfigurando. Ed ecco la novità: due uomini, rispettivamente un generale dell’esercito, rappresentante, dunque, delle forze armate e per contro un leader politico, ex leader del partito socialista, che aveva persino combattuto contro Saleh, unito successivamente al partito presidenziale.

Qual è, dunque, l’obiettivo comune? L’escamotage è rappresentato dalla volontà di superare dualismi inutili ed optare per strategie funzionali. Obiettivo reale? Creare un rimpasto che non dispiaccia a “nessuno” e che, considerando l’origine “politica” comune di entrambe le figure (sono due uomini legati all’ ex presidente Saleh, successivamente passati all’opposizione), costruire politiche di consenso nelle rispettive aeree d’interesse. Intessere legami con le tribù sia al nord che al sud. Insomma, rievocare ancora una volta anacronismi e strategie contingenti. Il ruolo delle popolazioni vicine e ad al contempo allocate nella zona liminare del paese, evoca forse altre strategie del potere? Ѐ possibile che un simile governo trovi stabilità attraverso strategie politiche/militari? Per contro, evitare la formazione di movimenti secessionisti non incrementerà, forse, la nascita degli stessi? Interpretare una simile realtà attraverso categorie “storicizzate” decreterà la fine dell’ennesimo “scontro di civiltà”? I crimini di guerra compiuti in Yemen contano più di seimila feriti. Le Ong stentano ad operare, poiché puntualmente osteggiate. Ebbene, al di là delle rappresentazioni etniche/ideologiche/geopolitiche sarebbe necessario proporre politiche interventiste “autentiche” e non già autoreferenziali. Se l’ONU propone soluzioni di pace è lecito altresì ricordare, che al di là di schieramenti conflittuali si celano intenti plurali.

Dunque, perché negare che un simile scenario sia il campo da guerra ideale per interessi che esulano dalle lotte tribali? Oggi, che la geopolitica risponde alle logiche delle annessioni territoriali anacronistiche (ma puntualmente riproposte dai nuovi soggetti al potere) piuttosto che delle concessioni (vedi Egitto-Arabia Saudita), come interpretare simili fenomeni? Perchè i paesi occidentali supportano simili scempi anche attraverso approvvigionamenti di tipo bellico? Quale soluzione? AQY, gli interessi latenti USA e i processi di delegittimazione iraniani atti a fomentare “interventismi” di ogni sorta, la retorica del conflitto etnico sono, comunque, le determinanti della geopolitica mondiale. Proprio in virtù di rievocazioni “storiche” e guerre di secessione sarebbe lecito superare le rappresentazioni monolitiche, abbandonare i buoni propositi dello “sviluppismo” e aderire ad una vera rinascita yementita.