Si spengono le luci e si chiude il sipario sul primo duello televisivo in diretta nazionale fra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, svoltosi lo scorso lunedì e divenuto il tema caldo della cronaca politica internazionale. Hillary Clinton e Donald Trump, coinvolti da mesi in uno scambio di accuse, commenti e frecciatine svoltosi senza esclusione di colpi, hanno potuto finalmente cimentarsi in un confronto vis a vis totalmente alla pari, divenuto ormai un momento celebre ed atteso della campagna elettorale statunitense – tanto da essere stato importato anche in Italia, a partire dalla prima sfida elettorale fra Berlusconi e Prodi –. Si è trattato per lo più di un dibattito senza particolari colpi di scena e che non ha stravolto i vaticini provenienti dai sondaggi condotti dalle principali testate giornalistiche e canali televisivi d’oltreoceano: alle 10 e 20 ora italiana, la CNN ha pubblicato un breve articolo che sintetizza il risultato del sondaggio condotto in concomitanza con il Washington Post, preannunciando la possibilità che il dibattito fra i due sfidanti si concludesse in un pareggio. Il sondaggio, estremamente articolato, era stato studiato in modo tale da registrare il consenso degli intervistati verso i singoli candidati e, soprattutto, di valutare la loro reazione in base alle tematiche toccate nel dibattito.

I dati raccolti, dunque, riportavano una differenza in termini di consenso piuttosto ridotta, anche a ridosso del dibattito. Un quadro simile era offerto, ad esempio, dal New York Times: i pools nazionali, disponibili sulla pagina web del giornale nella stessa ora in cui è stato riportato l’articolo della CNN sopracitato, davano il gradimento riscosso da Hilary Clinton al 44%, mentre Trump era dato al 41%. Dati simili erano disponibili su Real Clear Politics, dove i sondaggi davano Clinton al 46.5% e Trump al 43.7%. Insomma, nulla di particolarmente diverso da quanto era già stato registrato nelle settimane precedenti. Adesso che il dibattito si è svolto, però, bisogna provvedere a tirare le somme e a prepararsi per il prossimo appuntamento, cosa che sembrano voler fare entrambi gli sfidanti, in testa il repubblicano Donald Trump. Il suo commento a caldo dopo la conclusione della performance è apparso decisamente ottimista: “Sento che sia andata bene!”. D’altra parte Clinton sembra aver preferito raccogliere quanto seminato in questo primo round che, a detta del rilevamento condotto da CNN all’interno del pubblico presente nel dibattito, avrebbe convinto il 62% dei presenti – dato che oscilla al 57% nel sondaggio condotto da YouGov ma che mantiene la candidata democratica in vantaggio –.

Gli echi dell’impresa di Hillary sono giunti, fra le numerose testate nostrane, fino al Corriere della Sera, il quale ha pubblicato di martedì mattina un articolo dove il consenso nei confronti di Hillary Clinton viene stimato al 59%. Si tratta di un dato estrapolato dai tweet legati al dibattito, di valenza simile a quello condotto dalla CNN che, tuttavia, non può essere definito del tutto fedele alla realtà – stando ai dati raccolti su Facebook, ad esempio, si sarebbe dovuto raggiungere il quorum nel referendum sulle trivelle, quando sappiamo tutti come è andato a finire –. Si direbbe quasi che il più sia stato fatto e che gli altri dibattiti seguiranno un percorso già delineato. Ma è davvero così? Dati alla mano, non si direbbe: recuperando le fonti precedenti, si può scoprire che il New York Times abbia riportato (sempre di martedì) i pools nazionali che riportano il gradimento di Clinton al 45,9%, mentre Trump risulterebbe al 42%. I dati di Real Clear Politics non sono troppo diversi: Clinton è data al 46,6%, Trump al 44,3%. Ne ricaviamo che, sebbene il dibattito abbia indubbiamente fornito un ulteriore stimolo all’’interno dell’opinione pubblica statunitense, nell’immediato non abbia certo ribaltato la situazione o provocato il notevole distacco che ci si aspettava. Ricordiamo che debbano ancora essere assegnati 175 Grandi elettori e che sia Clinton (con attualmente 198 grandi elettori) che Trump (165) possono aggiudicarsene abbastanza per vincere la corsa alla Casa Bianca.

Se però non sono i numeri a fare la differenza, al momento ciò che rimane impresso nella memoria è lo stile con cui i due sfidanti si sono presentati: Clinton, mantenendo un autocontrollo freddo e lucido, ha approfittato dei punti deboli lasciati scoperti dal rivale, messo a dura prova dal fact-checking che ha smentito un numero pericolosamente alto di dichiarazioni espresse da Donald Trump – prima fra tutte il coinvolgimento di Clinton nella nascita dell’Isis, non essendo lei Segretario di Stato all’epoca (2014) –. Il lessico adoperato, allo stesso modo, denota la differenza incolmabile fra le due immagini proposte: la semplicità adoperata dall’imprenditore, eterno outsider anche nel linguaggio diretto e poco articolato, si è dovuta scontrare con le risposte puntuali e condite al punto giusto di sarcasmo della democratica, la quale ha saputo offrire in ogni caso l’immagine di una persona competente e preparata. Probabilmente la stessa competenza che il NYT, nel suo articolo del 24 settembre titolato, a scanso di equivoci, Hillary Clinton for President: prendendo le distanze dal contegno mantenuto nelle precedenti campagne elettorali, il quotidiano ha sottolineato come la preparazione politica di Clinton sia fondamentale per poter agire in un momento storico in cui il terrorismo sta minacciando la pace e la sopravvivenza della democrazia a livello mondiale. Forse sarebbe stata necessaria qualche riga in più su come conciliare l’impegno contro il terrorismo e la politica estera di Clinton ostile alla Russia – che, fino a prova contraria, sta combattendo in quei territori dove il terrorismo è presente –, ma non possiamo essere troppo puntigliosi. In maniera del tutto opposta, l’outsider Donald Trump paga il prezzo di non aver saputo costruire un lessico politico più articolato, ufficiale, oltre al fatto di non aver saputo dimostrarsi degno di fiducia per via delle sue dichiarazioni prettamente propagandistiche e smentite puntualmente dai fatti. L’incisività del suo messaggio radicalmente contrapposto ai politici di professione, lo stesso messaggio che lo renderebbe non “adulto” agli occhi dell’establishment culturale americano, rischiando di uscire pericolosamente depotenziato e svilito a causa della limitatezza degli strumenti di cui si avvale per fare breccia nel pubblico di indecisi che avrà, a partire da adesso, almeno altre due occasioni per vedere contrapposti di due grandi volti delle elezioni di quest’anno. 

I sondaggi, si sa, hanno un valore relativo e la strada per la vittoria non è ancora conclusa. Il quadro attuale raffigura una situazione non dissimile dalla precedente, per cui nulla di definitivo è stato ancora sancito. C’è chi però, come il professor Allan Lichtman, dei sondaggi non sa che farsene: nel suo Predire il prossimo presidente: le chiavi per accedere alla Casa Bianca nel 2016, egli propone un modello di analisi che tiene conto di un numero fisso di parametri (es. “l’economia non è in recessione durante la campagna presidenziale”) che, qualora siano confermati dalla realtà, attribuiscono un punto al candidato del partito in carica, in caso contrario a quello del partito all’opposizione – il candidato vincente sarà colui che avrà totalizzato più punti –. In base all’intervista rilasciata dal professore il 23 settembre, il candidato favorito di quest’anno sarebbe proprio Donald Trump. Un’affermazione di valore, considerando che proviene da chi sarebbe riuscito ad indovinare con questo sistema tutti i presidenti degli Stati Uniti dal 1984 ai giorni nostri. Tutto, insomma, può ancora succedere.