In una Parigi blindata si è aperta la conferenza internazionale dell’ONU sul clima, un appuntamento a cui sono chiamate a partecipare 196 delegazioni di stati e 150 capi di governo. Nonostante il clima teso che si respira a Parigi da settimane, e il divieto di manifestare imposto dalle autorità, non sono mancati gli scontri tra forze dell’ordine e gruppi di antagonisti arrivati da tutto il mondo per denunciare lo stato di emergenza climatico. Più di 200 fermi da parte della polizia, che al lancio di pietre e bombe molotov, ha risposto con cariche e lacrimogeni. Manifestazioni si sono svolte anche in altre città d’Europa e del mondo, coinvolgendo 150 paesi diversi per sostenere il raggiungimento di un accordo che punti alla riduzione delle emissioni causa del famigerato effetto serra. Un evento importante non solo perché si svolge in una città ormai simbolo della lotta al terrorismo, ma anche, e soprattutto, perché dall’esito di questo incontro dipende il futuro del pianeta. L’obiettivo è quello di giungere ad un “accordo vincolante”, per usare le parole del presidente francese Hollande, sulle emissioni di Co2 e per diminuire gradualmente l’utilizzo di fonti fossili, un risultato che, se raggiunto, avrà importanti ripercussioni anche sullo scacchiere geopolitico mondiale. Il tema del rispetto ambientale e dei cambiamenti climatici è quanto mai attuale.

Lo stesso Papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’ dello scorso giugno, ha ribadito l’importanza del rispetto per il pianeta come base per il rispetto umano. Del resto i cambiamenti climatici colpiscono con più veemenza le fasce più deboli della popolazione e i paesi del sud del mondo che, paradossalmente, hanno le responsabilità minori per l’attuale situazione ambientale. Difficilmente la Cop21 sarà un successo, troppe sono le divergenze e diverse le priorità dei diversi attori coinvolti, ma qualora si arrivasse ad un risultato positivo, sarà una grande operazione di giustizia non solo ambientale, ma anche sociale. La difesa del pianeta potrebbe trasformarsi in un nuovo terreno di lotta comune che unisca diverse culture e persone in un’unica causa a difesa del bene comune, che anni di liberismo sregolato hanno messo seriamente a rischio. A mostrare maggiore ottimismo sono le ONG del settore, sicure che ,prima o poi, un accordo sarà raggiunto mentre le posizioni dei governi sono tiepide. Il governo indiano, ad esempio, per bocca del premier Modi, ha fatto sapere che, nonostante sia pronto ad impegnarsi per trovare una soluzione comune, non accetterà alcuna restrizione allo sviluppo delle centrali a carbone.

Tuttavia a pesare sull’esito di questa consultazione internazionale, c’è la posizione ferma degli Stati Uniti che, nonostante siano al primo posto per emissioni di Co2 calcolato sul PIL pro-capite, difficilmente accetteranno un trattato vincolante. Complessa è anche la posizione cinese, da sempre tra i paesi più restii nell’adottare soluzioni comuni per il clima, nonostante sia proprio di questi giorni la notizia che, nella capitale Pechino, si sarebbe toccata la soglia record di 356 microgrammi per metro cubo nell’indice di produzione di polveri sottili pericolose, un grado di inquinamento 15 volte superiore la soglia di sicurezza dell’Oms. La Cop21 di Parigi rischia quindi di rivelarsi l’ennesimo “buco nell’acqua”, troppi gli interessi in gioco per far sì che le principali potenze industriali del mondo accettino di veder diminuito il proprio potere in cambio della salute dei cittadini.