La Cina sarebbe disposta a inviare truppe in Siria per fronteggiare la minaccia rappresentata dallo Stato Islamico nel caso il governo di Damasco lo richiedesse. Questo è ciò che riferisce un articolo uscito su The Times of Israel a firma di Christina Lin. Secondo quanto riportato un gruppo di 3500 uiguri si sarebbe stabilito a Jisr al-Shughour, una città del governatorato di Idlib recentemente conquistata dalle truppe di Assad, nei pressi della roccaforte del Partito islamico del Turkestan (TIP) che fa parte dell’Esercito della Conquista (Jaish al-Fatah) – un gruppo armato formato dal Fronte al-Nusra e altre forze jihadiste – che opera nel nord est del paese con l’appoggio della Turchia. Presumibilmente essi sarebbero sotto la protezione dei servizi segreti di Ankara la quale è stata accusata di aver fornito falsi passaporti cinesi ai terroristi in modo da reclutare uiguri per la jihad in Siria. La notizia è giunta dopo che il TIP ha catturato una base area siriana e sequestrato dei jet MiG e altre armi da combattimento avanzate. Grazie all’appoggio della Turchia all’Esercito della Conquista, il TIP è salito alla ribalta all’interno della coalizione anti-Assad e ha giocato un ruolo fondamentale nella sconfitta dell’esercito siriano a Jisr al-Shughour, all’inizio di quest’anno. Fra il 2013 e il 2014 i miliziani uiguri del TIP hanno compiuto diversi attacchi terroristici nel territorio della Repubblica Popolare Cinese invocando un’intifada contro il regime comunista.

Secondo l’autrice ora che il TIP ha stabilito la propria base in Siria e sta espandendo la propria presenza e reclutando nuovi adepti grazie ai suoi sponsor turchi, la Cina dovrà seguire la sua raccomandazione del 2013 ovvero combattere l’ETIM (Movimento Islamico del Turkestan dell’Est altro nome con cui è conosciuto il TIP) prima che la minaccia non possa essere più contenuta e schierare dunque le proprie truppe in Siria a fianco dei russi. Il timore di Pechino, così come quello di Mosca, è che se Assad dovesse essere spodestato dai fondamentalisti islamici questi ultimi poi rivolgerebbero le loro attenzioni verso l’Asia Centrale ed il Caucaso del Nord, da dove sarebbero in grado di rappresentare una minaccia alla sicurezza della Russia e della Cina. Inoltre se il TIP continuasse a crescere nell’Esercito della Conquista, e un gruppo di questi jihadisti collegati ad al-Qaida e agli estremisti salafiti riuscisse a penetrare nello Xinjiang, la regione si trasformerebbe nel prossimo Afghanistan ovvero un santuario per forze terroristiche che potrebbero attirare combattenti stranieri grazie al sostegno materiale e diplomatico della Turchia e di altre potenze legate ad essi da una comune ideologia e interessi.

Un eventuale intervento cinese in Siria non sarebbe da considerare come una violazione del principio di non ingerenza degli affari interni di uno stato sovrano. La non interferenza infatti non è sinonimo di inazione e la Cina ha dunque il diritto a difendere la sua sicurezza e l’integrità del proprio territorio. Il regime di Assad, benchè controlli ormai solo un terzo del territorio siriano, è ancora l’unico governo legittimo riconosciuto dalle Nazioni Unite. Dunque un eventuale intervento cinese in Siria, se avallato dall’esecutivo di Damasco, non si configurerebbe come una violazione del diritto internazionale a differenza dei raid della coalizione anti-ISIS capeggiata dagli Stati Uniti la quale non opera né sotto mandato dell’ONU né su richiesta del legittimo governo siriano. Siria e Cina hanno dunque un comune interesse nel fermare la piaga del terrorismo islamico dell’ISIS e di altri gruppi. Erdogan, espandendo l’influenza della Turchia in Siria e seguendo l’ambizioso progetto di ricostituire il “mondo turco dal Mare Adriatico alla Grande Muraglia”, potrebbe spingere l’aspirante socio della Organizzazione di Shanghai per la cooperazione (SCO), la Siria, a chiedere aiuto e concedere il permesso alla Cina di far marciare le sue truppe sulla Via della Seta.