Gli estenuanti raid aerei portati avanti dall’aviazione russa, secondo quanto riportano fonti vicine al Cremlino e le ribattenti omologhe occidentali, hanno portato a casa dei significativi risultati nella lotta al terrorismo internazionale, colpendo duramente sia le frange ribelli vicine al Califfato di Al-Baghdadi, sia i gruppi dissidenti nei confronti del regime di Assad. Il rincorrersi di pesanti dichiarazioni da parte dei membri di una coalizione internazionale a guida statunitense, sommate alle rivelazioni circa l’impronta di Washington sull’addestramento e il finanziamento dei gruppi anti-Assad, hanno di certo contribuito a rendere lo scenario più intricato. Le milizie meglio equipaggiate, che attualmente controllano Aleppo, sono quelle riconducibili all’organizzazione Jabhat Al-Nusra, capeggiata da Abu Muhammad Al-Jawlani. Questi e i ribelli ceceni guidati da Al-Shulani, infatti, sono tra i principali contendenti in territorio siriano, ma allo stesso tempo detrattori della Russia. La faccenda cecena è un focolaio mai estinto, atti cruenti e violenti si sono susseguiti nel corso degli anni, producendo un consistente numero di vittime. Sotto la presidenza Eltsin, Mosca aveva collezionato una serie di figuracce nei confronti dei terroristi caucasici, riuscendo a sopire la questione solo sotto la guida di Putin, conseguendo anche un controllo più stringente su Grozny con l’aiuto del presidente della Repubblica Cecena, Ramzan Kadyrov.

Dopo le stragi del teatro Dubrovka a Mosca e la mattanza di innocenti a Beslan, si pensava che il terrorismo ceceno fosse un lontano ricordo, seppure si verificassero sporadici atti di violenza. Ad oggi, si riaffaccia in Russia lo spettro della “Terribile Grozny” (che in russo, tra l’altro, significa proprio terribile!). Il fronte Al-Nusra, colpito duramente dai raid, hanno ufficialmente dichiarato guerra  a Mosca, esortando i ribelli ceceni ad intraprendere una nuova lotta armata contro il governo centrale. È giunto ad inizio settimana questo comunicato da parte del fronte dei dissidenti in Siria che, nella persona di Al-Jawlani ha esortato ad applicare la legge del taglione su civili e militari russi, in risposta alle uccisioni compiute dai soldati di Mosca sul suolo siriano che, secondo i jihadisti, includerebbero quindi sia civili che militari. Ad accendere una spia di terrore sulla capitale moscovita, la notizia diffusa martedì mattina dall’emittente televisiva russa NTV, ripresa poi dalle agenzie di stampa di tutto il mondo, in base a cui i servizi segreti russi, coadiuvati dal NAK (Nucleo Antiterrorismo), abbiano catturato un gruppo di dieci individui sospetti, di cui almeno tre di loro certamente provenienti dalla Siria, in un appartamento in Strel’bichensky Pereulok, appena sopra il moderno quartiere della “City”. Un ordigno imbottito di 4 kg di tritolo, di manifattura molto simile a quello esploso nell’attentato di Ankara, nel quale sono morte 97 persone, era quasi pronto per essere fatto detonare in qualche obiettivo sensibile della megalopoli russa. L’obiettivo prefissato sarebbe quello di destabilizzare le posizioni del governo circa l’intervento armato in Siria, nonché quello di svegliare il can che dorme, riattivando le cellule terroriste presenti nella zona caucasica. Secondo RIA Novosti, Aslan Baisultanov, uno degli individui fermati, ha dichiarato di essere giunto a Mosca dalla Cecenia, dove aveva ricevuto il materiale esplosivo da Shamil Chergizov, un musulmano del Caucaso affiliato all’ISIS, presente nelle liste dei ricercati internazionali per terrorismo.

Questi elementi rendono visibile un fatto in particolare: vi è una forte comunicazione tra i gruppi terroristici di tutta l’area che si estende dal Caucaso all’Afghanistan, e le infiltrazioni di guerriglieri e capi delle organizzazioni è un pericolo concreto. Lo stesso Kadyrov aveva denunciato la presenza di jihadisti in Cecenia provenienti dalla Siria. Ricollegando la figura di Al-Jawlani al gruppo di cui è portabandiera, viene difficile considerare come pertinente la distinzione tra terroristi moderati e non ma, soprattutto, legittimare l’azione di finanziamento e sostenimento da parte degli Stati Uniti di qualsivoglia gruppo terrorista presente sul territorio damasceno. Al-Jawlani (dalle alture del Golan), si era affiliato ad Al-Qaeda nel 2003, per poi affiancarsi ai Mujahideen e all’ISIL successivamente, per poi organizzare il Fronte Al-Nusra a partire dal 2012. È evidente anche come il sostegno reciproco tra jihadisti ceceni e ribelli “siracheni” consti anche la questione degli armamenti in dotazione: della pioggia di munizioni americane sul Nord della Siria non beneficiano solo i detrattori di Assad, anzi, queste finiscono nelle mani di tutti i gruppi terroristici della regione. Come qualcuno ha dichiarato pochi giorni fa, è come se gli Stati maggiori occidentali avessero il “cervello in pappa”, impantanandosi in una debacle politica dopo l’altra. La balla dei ribelli “moderati”, ormai, non la beve più nessuno.