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Una strana campagna elettorale

In una delle sfide per la Presidenza degli Stati Uniti in cui i candidati sono più divisi su idee e programmi, paradossalmente il dibattito si sta arenando su questioni lontane da essi e concernenti invece moralità e costumi. Dopo averlo avuto a lungo alle calcagna nei sondaggi, Hillary Clinton parrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere riuscita infine a distanziare il suo rivale, ma non sgominandolo sulla lotta al terrorismo, sulla risoluzione del conflitto siriano, sulle barriere tariffarie, sull’integrazione etnica o un altro dei tanti temi che vedono Trump e la Clinton agli antipodi. Il tema su cui la candidata democratica sembra essere riuscita ad assestare un colpo da knock down, se non KO, al rivale repubblicano, è l’accusa di sessismo e “facili costumi”. L’accusa di sessimo e scarso rispetto per le donne è, da molto prima che comparisse l’ultima registrazione audio che ha imbarazzato Donald Trump, uno dei cavalli di battaglia degli oppositori del candidato repubblicano. L’immagine pubblica di Trump è quella del donnaiolo, e lui non ha fatto molto per cambiarla. Eppure, Hillary Clinton e il suo ipotetico First Gentleman alla Casa Bianca, Bill, sono non meno attaccabili sotto questo punto di vista. Trump ha cercato di sfruttare questa vulnerabilità coinvolgendo nella campagna elettorale quattro donne, che accusano Bill e Hillary Clinton di mentire quando cercano di presentarsi come i paladini delle donne contro il maschilista Trump. Con scarso successo ha fatto ciò finora, prima di tutto perché non assecondato dai media mainstream, che appoggiano quasi unanimemente la candidata democratica. Se oggi tutti sono a conoscenza dei “discorsi da spogliatoio” di Trump e del gruppo di donne che l’hanno improvvisamente accusato di molestie, pochi hanno potuto leggere o sentire le storie delle quattro accusatrici dei Clinton.

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Monica Lewinsky e Bill Clinton immortalati prima del Sexgate

Il Caso Paula Jones e l’accusa ritirata dietro pagamento

Infatti, quasi tutti ricordano solo il più celebre, ma meno compromettente, degli affaires sessuali dei Clinton, ossia il “caso Lewinsky”: tra 1995 e 1996 l’allora quarantanovenne Presidente degli Usa Bill Clinton ebbe una relazione extra-coniugale con la stagista ventiduenne Monica Lewinsky. Il Presidente mentì pubblicamente sul fatto, negando di aver mai fatto sesso con la Lewinsky: anche se riuscì ad evitare l’impeachment, tale bugia gli costò la sospensione della patente avvocatizia e una multa di 90mila dollari per oltraggio alla corte. Bill Clinton, infatti, mentì sulla sua relazione con la Lewinsky anche durante una deposizione in tribunale, il 17 gennaio 1998, nell’ambito del Processo Paula Jones che lo vedeva imputato. A portare il caso Lewinsky all’attenzione degli inquirenti sul Caso Jones era stato Kenneth Starr, il procuratrice che indagava sul crack della Whitewater (un’impresa immobiliare di cui i Clinton erano soci e per la quale, secondo la testimonianza del banchiere David Hale, l’allora Governatore dell’Arkansas procacciò prestiti con metodi illegali). Il 6 maggio 1994 Paula Jones aveva accusato Bill Clinton d’averla molestata sessualmente quando i due, tre anni prima, erano rispettivamente un’impiegata e il Governatore dell’Arkansas. La causa si chiuse nel novembre 1998, quando Paula Jones ritirò l’accusa dietro il pagamento di 850mila dollari da parte del Presidente. Nell’ambito di quel processo, testimoniò per l’accusa anche Kathleen Wiley, ex assistente alla Casa Bianca. Nel 1998 raccontò d’essere stata molestata dal Presidente Clinton cinque anni prima.

Juanita Broaddrick accusa anche Hillary

L’accusatrice del marito che più colpisce la stessa Hillary è però Juanita Broaddrick. Quest’ultima sostiene di essere stata stuprata da Bill Clinton quando era volontaria nella sua campagna per diventare governatore, nel 1978. Secondo il suo racconto, il futuro Presidente l’attirò nella propria camera d’albergo dove, malgrado la sua esplicita opposizione, la stuprò per due volte, provocandole anche una ferita al labbro. Cinque diverse persone testimoniano di aver notato tale ferita e di aver ricevuto dalla Broaddrick la confessione d’essere stata stuprata da Bill Clinton nei giorni immediatamente successivi. Tuttavia la Broaddrick decise di non denunciare l’accaduto, timorosa per le possibili conseguenze sulla sua vita privata (all’epoca del presunto stupro era sposata). Ancora nel 1997, quando gli inquirenti del Caso Jones vennero a sapere della sua storia, la Broaddrick fu disponibile a raccontarla loro privatamente (racconti che furono registrati di nascosto), ma rilasciò una dichiarazione scritta giurata che scagionava Bill Clinton. La vicenda ottenne comunque attenzione pubblica, e la voce che il Presidente avesse comprato il suo silenzio convinse alfine Juanita a ritrattare l’affidavit e uscire allo scoperto con la sua accusa. Ciò le costò molto a livello privato, perché il marito, disapprovandone il gesto, decise di lasciarla. Il giorno in cui la stampa mondiale si è concentrata sul linguaggio scurrile utilizzato da Trump in una vecchia registrazione audio, Juanita Broaddrick rilasciava un’intervista largamente ignorata dai media. Il suo racconto, in questa come in altre occasioni, chiama in causa non solo Bill Clinton ma anche la moglie Hillary. La Broaddrick sostiene che l’attuale candidata alla Presidenza, un paio di settimane dopo lo stupro, l’avrebbe approcciata per intimidirla.

Le confessioni di Juanita Broaddrick

Kathy Shelton, bambina stuprata

Chi, però, accusa in maniera diretta Hillary Clinton è la quarta donna che Trump ha coinvolto nella sua campagna: Kathy Shelton. Nel 1975, quand’era appena dodicenne, fu stuprata per strada dall’operaio quarantunenne Thomas Alfred Taylor. Difensore di quest’ultimo era l’allora giovanissima avvocato Hillary Clinton. Taylor fu riconosciuto colpevole solo di «palpeggiamento illegale di minore», scontando appena due mesi di carcere, perché Hillary Clinton riuscì a non far ammettere prove decisive a suo carico, come le tracce di liquidi organici sulle sue mutande. Durante il processo, l’avvocato Clinton accusò apertamente la bambina dodicenne di cercare uomini più anziani e di aver lavorato di fantasia nel suo racconto. Recentemente, è ricomparso l’audio di un’intervista che la Clinton concesse al giornalista Roy Reed negli anni Ottanta, ma che non era stato mai pubblicato. Nei sei minuti di registrazione, si sente Hillary Clinton parlare in maniera incredibilmente aperta di quel processo: confessa di credere che Taylor fosse colpevole, che lo dimostravano le prove che riuscì a non far ammettere, di aver «perso per sempre ogni fiducia nel poligrafo» quando l’imputato riuscì a passarne la prova indenne; racconta inoltre di come riuscì a sfruttare il coinvolgimento di un celebre ematologo per intimidire giudice e procuratore. Ciò che più colpisce, tuttavia, non è che Hillary Clinton abbia usato ogni mezzo per far scagionare un uomo che considerava colpevole d’aver stuprato una bambina; ciò rientrava, ha sostenuto, nei suoi doveri di avvocato. Ma a turbare è come, nel raccontare pubblicamente quella vicenda, si sia mostrata leggera e divertita, arrivando persino a ridere. Il che sembrerebbe palesare una certa mancanza d’empatia verso la vittima che aveva verbalmente maltrattato durante il processo.

L’audio dell’intervista che Hillary Clinton concesse al giornalista Roy Reed negli anni Ottanta

L’imbarazzo di Hillary Clinton

Eppure, malgrado lo scarso riguardo mostrato per una bambina vittima di stupro, o l’indifferenza alle molteplici accuse a danno di suo marito, Hillary Clinton ha affermato che una donna che denuncia uno stupro «ha il diritto di essere creduta». Adirata per quella che ha percepito come intollerabile ipocrisia, Kathy Shelton ha scelto di sostenere Donald Trump nella speranza di bloccarle l’accesso alla Casa Bianca. Speranza vana, a giudicare dai sondaggi, ma quando nel secondo dibattito televisivo il candidato repubblicano ha tirato in causa le vicende appena raccontate, Hillary Clinton nel rispondervi ha palesato un certo turbamento (tradito dalla secchezza del palato, chiaramente udibile al microfono in quel frangente, e assente in tutto il resto del dibattito). È possibile che Trump giochi ancora questa carta, ma solo in risposta ad analoghi attacchi della Clinton; il suo massimo interesse, d’ora in poi, sarà infatti quello di allontanare il dibattito dal fattore morale (o moralista) per concentrarlo sui temi a lui più cari (sicurezza interna, nuovi posti di lavoro, sfida all’establishment di Washington D.C.).