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Il terreno di gioco: chi sono i candidati

La riserva sciolta dal Consiglio dei Guardiani il 21 aprile scorso ha consegnato al paese la lista ufficiale dei candidati alle presidenziali, escludendo dalla corsa alla presidenza Mahmoud Ahmadinejad, già presidente per due mandati, forse considerato inadatto a quella che si prospetta essere una scena internazionale caldissima soprattutto nei rapporti con gli Stati Uniti e sul tema della revisione dell’accordo nucleare. Di certo, la hybris di Ahmadinejad non ha giocato a suo favore: il rifiuto del Consiglio dei Guardiani suona quasi come una punizione e un monito per aver ignorato l’invito dell’Ayatollah Khamenei a non presentarsi alle elezioni.

Hassan Rouhani, attualmente in carica, si candida per il secondo mandato dopo la vittoria nelle elezioni del 2013, in cui si presentò con un programma orientato alla fine dell’isolamento diplomatico di Teheran e all’apertura interna in senso culturale. Sebbene il fronte riformista punti alla sua rielezione, la figura di Rouhani appare fiaccata dal ritardo dei benefici attesi dall’accordo sul nucleare: nonostante la fine del regime di sanzioni, l’accordo firmato nel 2015 non ha ancora manifestato gli effetti auspicati in termini di reintegrazione economica e della posizione della Repubblica Islamica nel circuito finanziario, che non ha pienamente reintegrato l’Iran per assicurarsi dal rischio di nuovi rivolgimenti politici. Nelle elezioni del 2013, Rouhani era riuscito con la sua moderazione ad assicurarsi la fiducia di un’ampia e trasversale fetta di elettorato che in questa tornata elettorale spera di poter convogliare per ottenere il secondo mandato in cui raccogliere i promessi frutti economici dell’accordo sul nucleare che il tempo non ha ancora permesso di portare all’attivo.

I conservatori schierano invece l’Ayatollah Ebrahim Raisi, molto vicino all’Ayatollah Khamenei e a capo di un’importantissima fondazione religiosa, l’Ashtan al Qods, che amministra innumerevoli beni fondiari. Nel panorama del clero sciita, Raisi gode di una certa influenza ma è anche tristemente noto dentro e fuori l’Iran per il suo coinvolgimento nel 1988 nella cosiddetta “Commissione della Morte”, responsabile dell’esecuzione di  30.000 tra oppositori e prigionieri politici. La sua campagna elettorale, vista l’assenza di suoi precedenti coinvolgimenti in ruoli politici, è stata condotta all’insegna della costruzione di una vicinanza al popolo e incentrata sui temi economici che rappresentano agli occhi dell’elettorato il tallone d’Achille dell’amministrazione uscente.

Infine, Eshaq Jahangiri, ex vicepresidente del governo Rouhani e precedentemente anche ministro nei governi Khatami corre in quota riformista ma attira anche le simpatie dei conservatori tecnocrati. Attore in ombra rispetto a Rouhani, che resta il candidato di punta, è infatti prevedibile che ritiri la sua candidatura alla fine della campagna elettorale portando il suo endorsement al candidato uscente.Ultimi due nomi della lista dei candidati sono il tradizionalista Mostafa Mir Salim, consigliere di Khamenei, ed ex capo della polizia. Ministro della cultura nel governo di Rafsanjani, attuò una stretta alla libertà di espressione esercitando le prerogative ideologiche del primato religioso. Mostafa Hashemi Taba, ex vicepresidente di due governi (Rafsanjani e Khatami), corre per i riformisti accentuando il rischio di una frammentazione che potrebbe svantaggiarli.

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La posta in gioco

Sullo sfondo delle elezioni iraniane restano in attesa di soluzione questioni sia interne che internazionali.In ambito domestico, l’età avanzata dell’Ayatollah Ali Khamenei e le sue condizioni di salute impensieriscono da un po’ il clero sciita iraniano ponendo sempre più seriamente il tema della sua successione, che potrebbe essere facilitata o ostacolata dal candidato che risulterà vincente alle elezioni e che potrebbe mettere a rischio, almeno potenzialmente, la serenità del passaggio di testimone nell’ufficio della Guida Suprema. La successione a Khamenei avrà un peso determinante nella futura politica estera di Teheran, considerato il ruolo guida e l’ultima parola che spettano alla figura dell’Ayatollah. Sono anche le prime elezioni dopo la morte di Rafsanjani, avvenuta in gennaio, e dunque le prime in cui si competerà senza il filtro mediatore rappresentato dall’ex presidente, conservatore pragmatico orientato al dialogo con l’Occidente, il vero punto interrogativo a cui la politica estera iraniana si troverà a rispondere nella nuova presidenza.

L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha mostrato un atteggiamento statunitense tutt’altro che amichevole nei confronti di Teheran che potrebbe cambiare non solo gli equilibri regionali ma anche quelli interni. L’avvicinamento dell’amministrazione Obama all’Iran, suggellato dall’accordo sul nucleare del luglio 2015, aveva rafforzato la leadership riformista che potrebbe oggi indebolirsi per il cambio di linea di Washington verso la Repubblica Islamica e le pressioni che prevedibilmente potranno essere messe in atto contro di lei, a partire dall’avvicinamento sempre più forte degli Stati Uniti a Israele e Arabia Saudita. Anche le pressioni statunitensi sulla Siria e sulla regione del Golfo Persico potrebbero cambiare gli equilibri interni a favore di una leadership conservatrice, rappresentando una potenziale minaccia esterna a cui reagire con una presidenza più intransigente. Le stesse possibili affiliazioni internazionali dell’Iran dipendono dal risultato elettorale: la vittoria del fronte riformista di Rouhani porterebbe Teheran più vicina all’Occidente, non solo per la tradizione diplomatica che vede i riformisti più disposti al dialogo ma anche per le ragioni economiche legate all’apertura commerciale post-accordo nucleare. Al contrario, la vittoria della leadership conservatrice porterebbe invertire la rotta di politica estera assunta finora da Teheran, con un possibile avvicinamento a Russia e Cina in funzione anti-occidentale e un coinvolgimento più diretto negli affari regionali.

La tornata elettorale iraniana si presenta particolarmente calda per le sue premesse ma soprattutto per le sue conseguenze. I sondaggi sembrano dare per favorito Rouhani, ma con la cautela che è d’obbligo in un paese noto per i rivolgimenti inattesi e con la consapevolezza che il fronte riformista, pur se rieletto, incontrerebbe la resistenza dei gruppi conservatori in tema di riforme culturali e sociali. Sul tema del nucleare, pare più probabile che Teheran non indietreggi: sebbene i benefici economici non siano stati rapidi e ingenti come sperato, hanno comunque iniziato il loro corso, come testimoniano le relazioni commerciali intraprese con la Francia. Ciò che sembra più probabile è che le pressioni dell’amministrazione statunitense finiscano con il costringere Teheran ad iniziative di risposta, in un botta e risposta diplomatico che potrebbe indebolire l’accordo o svuotarlo della sua importanza.