Il 12 settembre gli elettori inglesi di sinistra saranno chiamati alle urne per stabilire chi sarà il nuovo leader del Partito Laburista. Il favorito secondo i sondaggi sarebbe Jeremy Corbyn grande amico di Tony Benn – uomo simbolo del socialismo inglese – sin dagli anni ottanta e considerato da molti il suo erede politico. Ma chi è questo veterano del partito che vuole mettere fine all’esperienza blairiana presentandosi con il programma più radicale che si sia mai visto dagli anni ottanta ad oggi? Nato a Chippenham, nello Whitshire, nel 1949 da padre ingegnere e madre insegnante di matematica iniziò la sua militanza politica nel Labour nel 1964 ad appena 15 anni di età impegnandosi nella battaglia per il disarmo nucleare. Volontario in Giamaica e in seguito sindacalista dei dipendenti pubblici, a 25 anni viene eletto nel consiglio di Haringey, nel nord di Londra. Nel 1983 ottiene il seggio parlamentare nella circoscrizione londinese di Islington North che conserverà sino ad oggi.

Presidente dell’associazione Stop the War Coalition, un gruppo che si è opposto tenacemente alla cosiddetta «guerra al terrore» di Bush e Blair, nel giugno del 2015 ha annunciato la sua candidatura alla guida del Labour Party. Repubblicano e sostenitore della causa palestinese (cosa che gli è valsa l’infamante accusa di antisemitismo), insieme all’ex sindaco di Londra Ken Livingstone, si è sempre dichiarato contrario a condannare l’IRA come associazione terroristica, un gesto visto come profondamente lesivo della dignità della nazione agli occhi non solo della destra ma anche da parte di molti suoi compagni laburisti. Considerato come un outsider nel panorama politico della sinistra inglese, in pochi mesi è riuscito a conquistarsi la fiducia della base del partito composta in prevalenza dagli operai inquadrati nelle famose Trade Unions, le combattive organizzazioni sindacali sorte in Gran Bretagna tra la fine del XVIII e l’inizio del IX secolo per iniziativa dei lavoratori specializzati e divenute in seguito delle vere e proprie organizzazioni nazionali di categoria volte a promuovere rivendicazioni salariali e normative della working class, che hanno trovato in Corbyn quel punto di riferimento capace di seppellire gli anni del blairismo.

Secondo l’ultimo sondaggio realizzato da YouGov, infatti, allo stato attuale il candidato della sinistra laburista godrebbe del 53% dei consensi aggiudicandosi addirittura la vittoria al primo turno, potendo contare su un notevole vantaggio sullo sfidante il ministro della sanità del governo ombra Andy Burnham che si fermerebbe al 21%. Il suo programma in politica interna ricalca quello del primo ministro britannico Clement Attle (1883-1967) leader del partito laburista che negli anni fra il 1945 e il 1955 ha istituito il welfare state in Inghilterra. Oltre a voler ripristinare la famosa IV clausola della costituzione del partito scritta di Sidney Webb (1859 – 1947) – cofondatore della London School of Economics nonché uno dei primi membri della Fabian Society – cancellata da Tony Blair, in cui si chiede «la proprietà comune dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio» Corbyn propone la fine dell’austerity, la difesa e il potenziamento dello stato sociale, un incremento della tassazione per le banche e i redditi più alti, il taglio delle rette universitarie, una lotta senza quartiere contro l’evasione fiscale e un vasto piano di opere pubbliche di stampo keynesiano volto a riassorbire la disoccupazione con denaro stampato dalla Banca d’Inghilterra ribattezzato «quantitative easing popolare».

In politica estera invece mira ad un riposizionamento del Regno Unito all’interno dello scacchiere internazionale attraverso l’uscita del paese dalla NATO e un avvicinamento alla Russia di Putin. Tali posizioni gli sono valse l’accusa da parte degli avversari di essere l’utile idiota del Cremlino. In medio oriente, oltre a prendere le distanze dalla marcata politica filoisraeliana di Blair e Gordon Brown, auspica un dialogo fra le parti coinvolte all’interno del conflitto in Siria e si oppone al bellicismo che ha contraddistinto tutti i governi della Gran Bretagna, di qualsiasi colore politico fossero, dalla fine della seconda guerra mondiale sino al giorno d’oggi. Le proposte di Corbyn hanno suscitato i timori sia dell’establishment economico-finanziario che della fazione moderata del partito. A intervenire pubblicamente all’interno del dibattito è stato proprio l’ex premier Tony Blair il quale, in un articolo uscito sul quotidiano inglese The Guardian ha detto che la vittoria del candidato socialista rappresenterebbe addirittura un «pericolo mortale» per la sopravvivenza del Labour.

A fargli eco ci ha pensato Yvette Cooper, esponente dei centristi, la quale ha affermato che «Jeremy propone soluzioni vecchie a problemi vecchi». Tuttavia tali uscite sembra abbiano sortito un effetto controproducente, facendo salire ancora di più la popolarità di Corbyn nei sondaggi. Qualcuno lo ha definito «lo Tsipras inglese», tuttavia vi è una differenza non da poco tra James «il rosso» è il leader di Syriza, ovvero che il primo a differenza del secondo vive in un paese ancora dotato della propria sovranità monetaria e quindi capace di far in modo che l’azione politica influenzi le scelte dell’economia.