Nelle ultime settimane si è assistito ad un inedito proliferare di notizie e video tendenti a dimostrare una presunta volontà criminale (si è parlato addirittura di genocidio) da parte di alcuni milizie cristiane operanti, in stretta collaborazione con le milizie sciite del PMU (Popular Mobilization Units), nei dintorni di Mosul. Oltre che sul principale organo di “disinformazione” qatariota (al-Jazeera), tali notizie sono state riportate anche da diverse altre piattaforme, Middle East Eye e Middle East Monitor su tutte, più o meno collegate a gruppi come Arab Lawyers Network e Foreign Relations Bureau of Iraq, le cui sedi, alla pari del più che ambiguo Syrian  Obervatory for Human Rights, si trovano a Londra; città eletta a centro economico-finanziario dai regnanti wahhabiti del Golfo Persico.

Viene preso in considerazione un video in particolare in cui Salman Esso Habba, membro della Christian Mobilisation Militia, intima con tono apertamente minaccioso ad un gruppo di musulmani sunniti di lasciare la città di Tel Kaif; città storicamente considerata come centro cristiano caldeo e dalla quale proprio i cristiani furono costretti a fuggire nel momento di massima espansione di Daesh (cosa ovviamente omessa dai mezzi di informazione a libro paga delle monarchie wahhabite).

Schiera di occidentali assassinati dai terroristi di Daesh

Schiera di occidentali assassinati dai terroristi di Daesh

I suddetti gruppi di pseudo-monitoraggio, inoltre, hanno cercato di dimostrare che il discorso e le minacce di Habba derivassero, non dal desiderio di vendetta per la relativa acquiescenza che le tribù sunnite dell’area hanno dimostrato nei confronti delle politiche di sterminio attuate da Daesh, ma dalla precisa volontà di liberare l’area dalla loro presenza una volta per tutte. Allo stesso tempo Habba afferma, e questa probabilmente è, agli occhi tanto dei media occidentali quanto di quelli mediorientali, la sua colpa più grave, che il territorio dei cristiani e i loro diritti non saranno mai più violati ed usurpati come è avvenuto dopo la disastrosa invasione della coalizione a guida USA del 2003 che esautorò Saddam Hussein.

É un dato di fatto che i regimi nazionalistici, tanto in Iraq quanto in Siria o Egitto, più che alle stesse minoranze etniche percepite invece come minaccia all’integrità territoriale, abbiano sempre garantito protezione nei confronti delle minoranze religiose presenti all’interno del loro territorio.

È altresì un dato di fatto che il processo di espansione e di eliminazione di ogni minoranza religiosa presente sulla sua via da parte di Daesh sia iniziato ben prima del maggio 2014 e dell’auto-proclamazione a califfo da parte di Abu Bakr al-Baghdadi. Tuttavia, nel momento della sua auto-proclamazione molte delle tribù sunnite presenti nell’area di Mosul hanno giurato fedeltà (bay’a) al nuovo califfo. Secondo il pensatore islamista radicale Abu Jafar al-Hattab, esistono due tipi di bay’a: a) un giuramento con determinate restrizioni, limitate all’ambito del gihad, che si dà al leader di un gruppo militante come poteva essere Abu Musa al-Zarqawi (leader di al-Qaeda in Iraq, gruppo di cui lo Stato Islamico è diretto erede); b) un giuramento senza restrizioni, che invece viene dato al leader di una comunità politica e religiosa ed i cui termini sono illimitati e riguardano ogni aspetto della vita della comunità.

Sono stati sconfitti i Romani nel paese limitrofo; ma poi dopo essere stati vinti, saranno vincitori; tra meno di dieci anni – appartiene ad Allah il destino del passato e del futuro – e in quel giorno i credenti si rallegreranno

Il tipo di giuramento rivolto all’auto-proclamato califfo è stato di questo secondo tipo e le tribù sunnite irachene e siriane hanno svolto un ruolo più che ambiguo nel progetto politico di totale estinzione della componente cristiana nel Levante attuato da Daesh. Un progetto che lascia trapelare il mai del tutto sopito proposito wahhabita di liberare il Levante da ogni componente religiosa “altra” rispetto alla presunta ortodossia islamica di cui si propongono come diretti protettori. Di fatto la propaganda e legittimazione di Daesh si è sempre basata sulla pulizia del califfato da ogni sorta di infedeli, siano essi cristiani, sciiti o yazidi. Tuttavia, e paradossalmente, l’Occidente ha riconosciuto come genocidio solo quello perpetrato dai militanti jihadisti nei confronti degli yazidi: setta religiosa dal carattere esoterico ed iniziatico. Se non si può sottostimare la brutalità con la quale il gruppo terroristico si è rapportato con gli yazidi (non compresi tra le cosiddette “genti del Libro” e ritenuti adoratori del demonio), risulta quantomeno paradossale il fatto che l’Occidente non abbia riconosciuto il carattere di sterminio programmatico attuato nei confronti della popolazione cristiana.

L’auto-proclamato califfo ha promesso l’eliminazione dei cristiani attraverso il jihad in quanto la coesistenza con loro è impossibile date le ripetute violazioni, secondo il suo punto di vista, del famoso Patto di Omar: l’accordo stipulato tra il secondo califfo Omar ed il patriarca di Gerusalemme Sofronio I nel 637 nel momento della conquista islamica della Città Santa. Attraverso tale patto l’autorità politica islamica avrebbe concesso protezione ai cristiani in cambio del pagamento di una tassa: la gizya. E tale patto venne universalmente riconosciuto come valido anche da molti teologi medievali, Ibn Taymiyya su tutti, considerati, spesso a torto, come riferimenti ideologici da parte degli odierni pensatori radicali.

Nell’ottica salafita-jihadista, pregna di rimandi wahhabiti, il pagamento di suddetta tassa non è più sufficiente a garantire ai cristiani lo status di suddito non musulmano della Dar al-Islam. Ed il presunto tradimento di cui i cristiani si sarebbero macchiati dà il via libera al loro sterminio sia fisico che culturale tanto in Iraq quanto in Siria. Emblematico, in questo senso, è stato l’atto di profanazione e distruzione della tomba del profeta Giona a Ninive.

La percezione della cristianità orientale come nemico geopolitico ha di fatto reso palese l’ipocrisia occidentale di fronte alle sistematiche persecuzioni e campagne di eliminazione fisica.

Le brutali persecuzioni di Daesh hanno costretto migliaia di cristiani alla fuga verso i territori del Kurdistan iracheno. Cosa che ha fatto slittare i piani del leader curdo Mas’ud Barzani di creare, sotto attenta supervisione USA, uno Stato mono-confessionale e mono-etnico nella regione curda dell’Iraq. Di fatto, i profughi cristiani sono stati rinchiusi nel campo profughi di Ankawa in un’area periferica di Erbil.

Le milizie cristiane, ad oggi, continuano a domandarsi perché l’Occidente spenda milioni di dollari per finanziare e fornire armi ai peshmerga curdi lasciando loro completamente a secco o costretti a procurarsi i minimi strumenti di difesa al florido mercato nero delle armi. Cosa che comunque non ha impedito ai cristiani di svolgere un ruolo determinante nella recente battaglia di Mosul e nella liberazione della parte Est della città.

La risposta a questo quesito, così come al quasi totale silenzio sulle violenze jihadiste nei loro confronti, è dovuta essenzialmente al fatto che le comunità cristiane, considerate alla stregua di complici dei regimi nazionalistici, sono sempre state escluse dai piani per la ricostruzione di Iraq e Siria così come dal progetto del “Grande Medio Oriente” varato dall’amministrazione Bush nei primi anni 2000 e proseguito, seppur mezzi diversi, dalla successiva amministrazione Obama. Inutile dire che l’isteria anti-russa, successiva all’intervento in aiuto del legittimo governo siriano, abbia ulteriormente esasperato l’atteggiamento occidentale nei confronti della cristianità levantina percepita come strumento della geopolitica russa nell’area. Una percezione del tutto arbitraria ma ben radicata nell’immaginario occidentale tanto che il Regno Unito ha recentemente negato il visto di ingresso a tre arcivescovi cristiano-siriaci.

La cristianità orientale è percepita come potenzialmente ostile in primo luogo perché, insieme alla numerosa componente sciita dell’area, ostacola i piani di creazione di uno spazio esclusivamente sunnita nel Levante. In secondo luogo perché una sua potenziale alleanza con un Islam altro rispetto all’eterodossia wahhabita, smaschererebbe il gioco sporco che da lungo tempo l’imperialismo occidentale porta avanti nell’area del Levante.

 

Sheik Imran Hosein, maestro e filosofo dell'Islam, solito rivolgere attacchi alla politica anti-cristiana dell'Occidente

Sheikh Imran Hosein, maestro e filosofo dell’Islam, solito rivolgere attacchi alla politica anti-cristiana dell’Occidente

Principali teorici e fautori di questa alleanza, in epoca contemporanea, sono stati il pensatore russo Gejdar Dzemal e lo Sheikh Imran Hosein. Proprio lo Sheikh  ha mostrato, in palese contrasto con le volgari interpretazioni degli esegeti jihadisti, come una tale alleanza non solo non sia in contrasto con i principi e la rivelazione coranica, ma come lo stesso profeta Muhammad ne fosse un  sostenitore.

L’esegesi dello Sheikh, non solo ha mostrato l’insostenibilità delle rivendicazioni jihadiste e della propaganda di Daesh sulla conquista di Roma in base ad una profezia coranica, ma ha altresì dimostrato i toni più che benevoli con i quali il profeta si rapportava nei confronti della cristianità a lui più prossima; quella bizantina.

La sura Ar-Rum del Corano in questo senso è emblematica. In primo luogo il termine Rum (Roma), nel Corano, è sempre riferito alla seconda Roma; Costantinopoli. I primi versi della sura sono fondamentali: “Sono stati sconfitti i Romani nel paese limitrofo; ma poi dopo essere stati vinti, saranno vincitori; tra meno di dieci anni – appartiene ad Allah il destino del passato e del futuro – e in quel giorno i credenti si rallegreranno”.

La sconfitta di cui parla il primo verso della sura è quella subita dall’esercito bizantino in Palestina per mano dei persiani nel 614. Il profeta si dispiacque di tale sconfitta mentre i suoi concittadini meccani e idolatri se ne rallegrarono. Tuttavia, il profeta predisse, tra lo scherno degli stessi meccani, la rivincita cristiana che avvenne nel 622 e definitivamente cinque anni più tardi nei pressi proprio di Mosul.

La cristianità orientale, nell’ottica dello Sheikh, al contrario di quella occidentale, non si è macchiata del tradimento che ha portato alla creazione dello Stato sionista nel cuore del Levante. E la cristianità orientale non si è mai lasciata travolgere dalla retorica umanitaria che ha sostituito al primato della Verità rivelata quello dell’ipotetica dignità umana e del razionalismo ultra-laico ed antitradizionale la cui ipocrita politica dei diritti umani è diretta espressione.

La percezione della cristianità orientale come nemico geopolitico ha di fatto reso palese l’ipocrisia occidentale di fronte alle sistematiche persecuzioni e campagne di eliminazione fisica che tali comunità hanno dovuto subire nell’area del Levante e reso percorribile la prospettiva, presentata dallo Sheikh Hosein, di un’alleanza volta a fronteggiare volgari forme imperialistiche mascherate da insurrezioni fondamentaliste.