Il rapporto tra Arabia Saudita e Stati Uniti ha vissuto, dal 1991 ad oggi, una crisi senza inversione di tendenza, un calo inesorabile. Da coppia felice e innamorata a “friends with benefits”, ora anche l’amicizia forse è a rischio. Per questo Barack Obama si è recato a Riyadh per la quarta e – presumibilmente – ultima volta da Presidente degli Stati Uniti. Sebbene è nell’aria da tempo un accenno di gelo nelle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, non si può negare come la situazione sia nettamente precipitata negli otto anni dei due mandati del Premio Nobel per la Pace.  Anche dettagli riguardanti l’etichetta non possono passare inosservati in queste circostanze: tutti si sono accorti di come il re Salman bin Abdulaziz al Saud non si sia recato in aeroporto per accogliere Obama al suo arrivo (senza contare che neanche la trionfale colonna sonora della banda militare ha mitigato l’atterraggio dell’inquilino della Casa Bianca), cosa che invece era accaduta in occasione dell’arrivo nella capitale saudita dei capi di Stato dei Paesi che questa settimana parteciperanno al Consiglio di Cooperazione del Golfo, cui anche Obama presenzierà. Per questa ragione La delegazione americana ha portato nella penisola arabica alcuni personaggi di grande interesse per la politica estera americana: al seguito del presidente, infatti, vi erano anche il Segretario alla Difesa Ashton Carter e il direttore della CIA John Brennan. È inevitabile credere, anche a non voler pensar male, come le questioni di principale interesse negli incontri bilaterali fossero di natura economica e militare, ancor prima che politica. Nell’incontro tra i ministri della difesa dei paesi del GCC e lo stesso Carter si è infatti discusso principalmente della programmazione e dell’implementazione di forniture militari di terra, marittime e aerospaziali, con annesse sessioni di addestramento sul campo.

I piatti caldi sul tavolo, tuttavia, riguardavano le situazioni di crisi in Siria e Yemen, con quest’ultima taciuta dagli Stati Uniti fino ad ora, dopo i ripetuti sgarbi ai danni della monarchia saudita con l’accordo raggiunto sul nucleare iraniano in testa alla pila del vaso di Pandora custodito a Riyadh. Non si può non comprendere come sia stata proprio questa l’ultima goccia. La secolare lotta intestina al Medio Oriente che ha sempre assunto la forma di una fitna religiosa tra sunniti e sciiti, con particolare riguardo al wahabismo di indottrinamento saudita, costituisce un movente assai consistente per la gestione delle relazioni interne ed esterne alla regione, soprattutto con riferimento agli interessi delle altre grandi potenze presenti sul luogo. Se da un lato gli Stati Uniti cercano di recuperare importanti risorse trovando in Teheran un interessante e profittevole interlocutore per i prossimi anni, i sauditi non hanno nascosto il proprio disappunto per la faccenda, così che lo stesso capo dell’intelligence saudita, il principe Turki al Faysal, ha dichiarato alla CNN che vi è la necessità che USA e Arabia Saudita lavorino a lungo per ridiscutere l’andamento delle proprie relazioni diplomatiche, ammettendo dunque l’esistenza di una crisi.

Il doppio filo della crisi bilaterale lega altre due questioni importanti: la rinomata vicenda dello shale oil, che ha tagliato drasticamente le esportazioni di greggio saudita negli USA, provocando il masochista dumping di Riyadh che, tuttavia, ha raggiunto parte del suo scopo, mettendo in ginocchio l’industria americana del settore. L’affaire 9/11 è inoltre tornato di moda dalle parti del District of Columbia: il senatore democratico Chuck Shumer aveva infatti avanzato la proposta di declassificare 28 pagine mancanti al dossier sull’attacco dell’11 settembre 2001, proponendo inoltre un’accusa diretta allo stato saudita, dal momento che 15 dei 19 attentatori provenivano da lì. Per contro, Riyadh ha minacciato di far rientrare i 750 miliardi di dollari detenuti in titoli di debito pubblico americano (una cifra da capogiro, considerando che, ad oggi, il totale ammontare del debito di Washington è di 20mila miliardi di dollari). A placare la maretta di questi giorni è dovuto intervenire direttamente il presidente Obama, il quale ha garantito alla famiglia reale che avrebbe esercitato il suo potere di veto per bloccare tale provvedimento in votazione al Senato, adducendo come motivazione una possibile ripicca generale di altri Paesi, che avrebbero cominciato a denunciare gli Stati Uniti per varie ragioni (peccato, un bel precedente!). In aggiunta, è stato ordinato il trasferimento di 9 prigionieri yemeniti detenuti a Guantanamo direttamente nelle carceri dell’Arabia Saudita.

Il complicato matrimonio tra Washington e Riyadh non sembra destinato a concludersi, e si è visto da come il marito in difficoltà è dovuto correre, ancora una volta, dalla moglie contrariata per cercare di ricucire lo strappo. Gli USA sembrano tuttavia sempre più mollare la presa, forse stufi di vedere Riyadh sempre più cercare di tirare una corda che, probabilmente, prima o poi si spezzerà. Dopo il contentino ottenuto dalle Nazioni Unite di presiedere l’osservatorio per la tutela dei Diritti Umani nonostante la violenza perpetrata ai danni di donne e dissidenti religiosi, che altro non li hanno resi se non nemici di loro stessi e dell’Islam, l’Occidente, e gli USA nella fattispecie, continuano a flirtare con un regime sanguinario e terrorista. Forse sarebbe il caso di iniziare a scegliere più accuratamente i propri compagni di letto.