La questione sembra, a prima vista, drammaticamente simile a quella della Crimea oppure ancora a quella dell’Ossezia del Sud; anche se in realtà vi sono sostanziali differenze, il filo comune di questi casi del resto, risiede nei tratti di penna superficiali con cui diverse amministrazioni dell’Unione Sovietica hanno gestito i confini dei vari ex oblast e delle varie province alcune delle quali, una volta ammainata la bandiera rossa dal Cremlino, si sono ritrovate all’interno di nuovi Stati verso cui però sussistono pochi legami in termini etnici e religiosi. La difficile situazione del Nagorno – Karabakh, tornata prepotentemente di attualità nei giorni scorsi, risiede proprio in suddivisioni territoriali svolte senza tener conto di distinzioni di natura etnica; se la Crimea è stata concessa all’ex soviet di Ucraina negli anni 60, con un territorio a maggioranza russa ritrovatosi sotto la giurisdizione di Kiev, la provincia in questione già nel 1923 viene staccata dalla madrepatria armena, per essere accorpata alla nascente Repubblica dell’Azerbaigian, ovviamente all’interno dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche. Come in tutte le regioni del Caucaso, anche il Nagorno – Karabakh ha una storia fatta di diverse influenze etniche e sociali, frutto di numerose dominazioni susseguitesi nel corso dei secoli e lo stesso nome ne è esemplare testimonianza, visto che Nagorno è termine armeno che indica ‘zona di montagna’, mentre Karabakh è un vocabolo azero che letteralmente è traducibile con ‘giardino nero’; la sua popolazione però, nella storia recente, si è sempre riconosciuta armena. Se durante il periodo sovietico l’essere all’interno dell’Azerbaigian non ha destato particolare motivo di insofferenza per la popolazione, quando si è fiutata aria di dissoluzione, sono scoppiati i primi disordini; il Nagorno – Karabakh da subito si è dimostrato contrario ad ogni ipotesi di appartenere ad uno stato azero indipendente.

In questo contesto, sorgono altri elementi: l’Azerbaigian è uno Stato molto vicino alla Turchia, tanto per motivi politici quanto culturali, essendo la lingua azera tra le famiglie di quelle turcofone; dall’altro lato, si sa come l’Armenia al contrario verso Ankara nutra da sempre una grande rivalità, aumentata ovviamente dopo le vicende inerenti il genocidio compiuto dal governo dei ‘Giovani Turchi’ durante la prima guerra mondiale e quindi per gli armeni del Nagorno – Karabakh dipendere dal governo di Baku vuol dire essere fuori dalla propria storia. Se i primi scontri nella regione si verificano già nel 1988, la guerra vera e propria sorge all’indomani dell’indipendenza dell’Azerbaigian e dell’Armenia nel 1991; gli eserciti dei due nuovi Stati, si sono da subito fronteggiati in un conflitto molto cruento e ricordato ancora oggi come tra i più drammatici della regione, con più di trentamila vittime fino al cessate il fuoco del 1994. Da allora però, la questione è sempre stata tutt’altro che risolta sia a livello politico che militare; durante la guerra, la regione del Nagorno – Karabakh si è autoproclamata indipendente ed anche se la stessa Armenia non ne ha riconosciuto (e non ne riconosce ancora oggi) l’indipendenza, il governo di Yerevan ha comunque inviato le sue truppe a supporto delle milizie locali, respingendo l’esercito azero. Per tentare di dirimere la controversia, dal 1994 è attivo un gruppo OSCE con sede a Minsk guidato da Russia, Francia ed USA (di cui fa parte anche l’Italia); tale gruppo però, si è limitato in questi 22 anni a far rispettare il cessate il fuoco e ad evitare che sorgano tensioni lungo la linea di contatto, ma nulla è stato messo in campo a livello politico per tentare di arrivare ad una soluzione definitiva. La situazione, ad oggi, è poco limpida: la stessa repubblica autoproclamata del Nagorno – Karabakh, con capitale Stepanakert, non rispecchia per intero l’originaria composizione geografica della regione, esistono infatti territori armeni controllati dagli azeri e territori azeri controllati dagli armeni o dal governo autoproclamato del Nagorno, con il risultato che da ambo le parti si contano complessivamente più di un milione di rifugiati. In due decenni, né Baku e Yerevan e né tantomeno la fantomatica comunità internazionale hanno pensato di trovare un accordo sui confini definitivi e sullo status della regione; così, il Caucaso ha convissuto e continua a convivere con una guerra latente e pronta sempre a far esplodere le sue drammatiche conseguenze.

Ma cosa c’è dietro questa ultima escalation? Non è certo la prima volta che nella regione si viola il cessate il fuoco, tutt’altro spesso si è arrivati a picchi di tensione molto elevati; ma quanto sta accadendo nelle ultime ore, non è certo catalogabile nella lista molto ampia di ‘provocazioni’ o ‘scaramucce’ perpetuate in due decenni. Oggi si parla di elicotteri abbattuti, colpi di artiglieria, almeno 30 vittime tra i soldati dei due schieramenti, sconfinamenti degli eserciti oltre la linea di contatto, bombardamenti contro civili (in particolare, alcune case sono state distrutte nel villaggio di Mardakert) e persino di presunti massacri compiuti da un battaglione azero nei confronti di civili armeni presso il villaggio di confine di Talish, da cui provengono alcune foto raccapriccianti che stanno facendo il giro del web in queste ore e che attestano razzie ed abusi che sarebbero stati effettuati, per l’appunto, da soldati di Baku. Ormai si è andati oltre la ‘semplice’ provocazione; eppure, non sembra che le parti in causa siano propense ad un conflitto vero e proprio ed a ripetere quanto già accaduto nei primi anni novanta. E questo riguarda anche gli altri attori internazionali: Lavrov e Kerry, a nome dei governi di Mosca e Washington, hanno espresso la volontà comune di operare per un cessate il fuoco duraturo, richiamando anche ‘coloro che non contribuiscono a rasserenare gli animi’, con chiaro riferimento ad Erdogan, unico invece a soffiare sui venti di guerra dichiarando esplicitamente il proprio appoggio all’Azerbaigian e l’augurio che a breve i ‘fratelli azeri’ possano riprendere il Nagorno. La questione appare dunque alquanto paradossale: si sta andando oltre la provocazione e verso un conflitto, eppure da più parti arriva l’invito a fermarsi. Gli occhi sono puntati soprattutto sulle intenzioni dell’Azerbaigian; retto da un sempre più autoritario Aliev, al potere dal 2003 e succeduto al padre, balzato agli onori della cronaca nei giorni scorsi per aver fatto arrestare lo scrittore dissidente Akram Aylisli, il suo governo è sempre più vicino all’occidente ma al tempo stesso non ha mai interrotto i legami con Mosca. Non si è quindi nella stessa situazione della Georgia di inizio anni 2000, quando al potere è arrivato Mikheil Saakashvili grazie alla prima ‘rivoluzione colorata’ e non si è dunque nel medesimo contesto della guerra in Ossezia, quando per l’appunto Saakashvili si è lanciato in una sorta di ‘crociata’ anti Mosca rivelatasi poi fallimentare.

Aliev non è salito al potere per alcuna ‘Maidan’ improvvisata, rappresenta anzi la stessa nomenclatura al governo all’epoca sovietica; i soldi del petrolio e le mani in pasta della Socar (la principale azienda azera dell’energia) in molti affari economici in occidente, hanno spostato sì la politica estera di Baku verso Europa ed USA, ma non tanto da far sembrare il governo azero pronto ad agire per commissione dell’occidente, più che altro perchè l’economia del paese non è in grado di supportare una guerra o di interrompere i rapporti con la Russia. Tornando alla domanda precedente quindi, cosa e chi c’è dietro? Il sospetto, è che forze esterne stiano agendo direttamente sulle zone della linea di contatto, prima ancora che su Baku, quasi come a voler spingere due rivali che si studiano da anni al confronto diretto; vi è forse l’interesse a scaldare gli animi direttamente lì dove da 22 anni sussistono trincee e sottili linee di confine, in modo da implementare gli scontri senza però far scoppiare un vero e proprio conflitto? I fini del resto, appaiono abbastanza in linea con tanti elementi dell’attuale contesto internazionale: non solo l’atavico scontro etnico nella regione interessata, non solo il confronto tra armeni e turcofoni, ma anche una riedizione caucasica delle provocazioni di Ankara (la quale, nella migliore delle ipotesi, sta ‘solo’ soffiando sul fuoco) nei confronti di Mosca e la volontà non tanto nascosta di impegnare il Cremlino in un nuovo fronte vicino ai suoi confini. Forse adesso si butterà acqua sul fuoco, il cessate il fuoco proclamato nelle scorse ore va verso questa direzione, senza però risolvere la questione: del resto, in una regione come quella caucasica, è spesso la ‘pace fredda’ e la guerra perenne a garantire determinati equilibri. Qualcuno, di certo, sta provocando mentre altri provano a spegnere le fiamme: una danza tra ‘acqua e fuoco’, tra equilibrio e disequilibrio che ha sullo sfondo gli stessi (drammatici) scenari visti in Ucraina ed in medio oriente.