Dopo la bufera del Datagate, il Presidente Obama aveva giurato che non avrebbe più spiato i leader dei Paesi alleati. Il caos suscitato dai casi Rousseff e Merkel, del resto, aveva seriamente minato le relazioni bilaterali con Brasile e Germania e messo sull’attenti altri leader nazionali, non proprio entusiasti della condotta malfidente di Washington. Ebbene, a distanza di due anni, la situazione non sembra cambiata di molto. Secondo il Wall Street Journal, infatti, gli Stati Uniti, negli ultimi mesi, avrebbero spiato massicciamente niente meno che il premier israeliano Benjamin Netanyahu. L’obiettivo dell’NSA, che secondo quanto affermato dal quotidiano statunitense era all’ascolto anche delle comunicazioni tra membri del Congresso e associazioni legate allo Stato ebraico, sarebbe stato quello di sabotare la strategia del premier ultra conservatore contro l’accordo sul nucleare con l’Iran. La Casa Bianca non smentisce, ma attraverso i suoi portavoce fa sapere che: “Non conduciamo alcuna attività di intelligence contro stranieri, fatta eccezione per casi di interesse specifico relativi alla sicurezza nazionale. E questo principio è applicato sia per cittadini ordinari che per dirigenti mondiali”, aggiungendo, “Il presidente Obama ha detto ripetutamente che l’impegno degli Stati Uniti per la sicurezza di Israele è sacrosanto” . Non certo un fulmine a ciel sereno dato il pessimo stato delle relazioni bilaterali tra i due Paesi. “Non sono certo balzato sulla sedia di fronte alle rivelazioni”, ha dichiarato il ministro dell’energia israeliano Yuval Steinitz a radio Gerusalemme. “Noi facciamo eccezione, perché noi non compiamo intercettazioni, non ascoltiamo e non raccogliamo intelligence negli Stati Uniti. Ci sarebbe da aspettarsi che anch’essi si comportino allo stesso modo con noi”. Washington non si fida di Tel Aviv e Tel Aviv non si fida di Washington.

Le frizioni degli ultimi mesi intorno al programma nucleare iraniano ne sono la prova. Nonostante la relazione speciale tra i due Paesi, dimostrata dall’ampio catalogo di collaborazioni negli ambiti più disparati, la fiducia è tutt’altro che cieca. La vicinanza crea sospetto. Come nelle più tormentate storie d’amore, gelosia e mancanza di fiducia, a lungo andare, rischiano di logorare un rapporto che, agli occhi degli altri, sembra idilliaco. E se a Tel Aviv si sentono “traditi” dalle ultime rivelazioni sullo spionaggio ai danni di Netanyahu, a Washington il clima non è poi così diverso. Più volte nelle stanze del Campidoglio si sono uditi lamenti sull’eccessiva quantità di operazioni di spionaggio israeliane in territorio americano. Il principale obiettivo sarebbero i segreti tecnologici e industriali. Anche se, negli ultimi anni, vista la crescente divergenza di opinioni tra i due governi, la sorveglianza si è spostata anche su altre issues. Negli ultimi tempi, Israele, avrebbe più volte spiato gli Stati Uniti riguardo le negoziazioni sul programma nucleare iraniano. Operazioni avviate già dal 2012, primo anno del secondo mandato di Obama e del riavvicinamento con Teheran. Un rapporto da sempre complicato, come dimostra il noto caso di Jonathan Pollard, ex analista della Marina statunitense, arrestato nel 1987 per aver fornito informazioni riservate a Israele. Una storia di amore e odio, riflessa anche nelle scelte politiche degli ultimi anni nella regione mediorientale. Non è certo un mistero che, la riabilitazione iraniana, abbia creato un vero e proprio terremoto minando le basi anche di storiche alleanze, non solo quella tra Israele e Stati Uniti, ma anche di Washington con Riyadh, vera e propria nemesi di Teheran. Le scelte dell’amministrazione Obama hanno avvicinato sauditi e israeliani in un’improbabile crociata anti-sciita, ma anche israeliani e russi.

Lo spionaggio ai danni di Netanyahu potrebbe anche essere una reazione al riavvicinamento con Putin, cosa che, a Washington sembrano non gradire più di tanto. A complicare la situazione c’è anche il difficile rapporto personale tra il presidente statunitense e il premier israeliano. Obama e il partito democratico sono tra i principali sostenitori degli avversari politici di Netanyahu. Nel 2009, Ehud Barak, leader dei laburisti, fu aiutato nella campagna elettorale da membri del team della famosa campagna “Yes we can” che portò al trionfo Obama. Secondo attivisti del Likud, poi, alle ultime elezioni, l’amministrazione Obama è stata direttamente coinvolta versando $350,000 in un progetto chiamato V15, collegato all’associazione non-profit, con base a Washington, OneVoice, a favore di Isaac Herzog e della coalizione di centro-sinistra. Una vicenda denunciata anche al Senato statunitense dai repubblicani, gli stessi che nella primavera dello scorso anno invitarono Netanyahu al Congresso, provocando le ire del governo. A novembre gli Stati Uniti avranno un nuovo inquilino alla Casa Bianca e a Tel Aviv si augurano sia qualcuno con l’elefantino sulla giacca nella speranza di normalizzare le relazioni tra i due Paesi. Anche se non è poi così scontato.