L’ordine non si può istituire per decreto. Nonostante le dichiarazioni di buona volontà e le felicitazioni delle cancellerie internazionali per l’accordo formalmente raggiunto tra i due principali contendenti della guerra civile libica, il Consiglio dei Deputati di Tobruk e il Nuovo Congresso Generale Nazionale di Tripoli, la violenza continua a imperversare nel paese. Ad alimentarla in queste ultime ore il brutale colpo messo a segno dal terzo incomodo, la filiale locale dell’ISIS che, a dispetto delle difficoltà vissute sul terreno dalla “casa madre” siro-irachena, in Libia controlla da mesi la città di Sirte e può contare su una forza di circa 5000 uomini. I rappresentanti del sedicente Califfato si sono resi protagonisti, lo scorso 7 gennaio, di un’azione tanto efferata da toccare nel profondo le coscienze degli stessi libici, da quattro anni oramai assuefattisi ad una violenza divenuta endemica: nella città di Zliten, un camion imbottito di esplosivo si è lanciato contro un campo di addestramento della polizia, saltando in aria e provocando la morte di 65 cadetti. Una mossa che testimonia la capacità di azione del gruppo terroristico nella regione, dimostrando la sua capacità di colpire anche a distanza dalle sue basi e, soprattutto, rappresenta un forte successo propagandistico per i tagliagole dello Stato Islamico. Scegliendo come bersaglio dell’attentato proprio le forze di sicurezza del Ministero dell’Interno (in questo caso quello del governo di Tripoli, sotto la cui giurisdizione ricade il campo di Zliten), l’ISIS mette in discussione il suo reale controllo sul territorio. La strategia degli uomini di Al Baghdadi è ormai nota, punta al mantenimento costante di un livello di guardia, tensione e timore nei loro avversari attraverso attacchi mirati dal forte valore simbolico. E nella Libia immersa nel caos di questi tempi, nulla è più simbolico di uno dei pilastri su cui si deve basare uno Stato moderno, ovverosia la forza di polizia. La spavalderia della mossa testimonia inoltre quanto la reale situazione che la Libia sta vivendo sul campo si discosti dai propositi dell’accordo negoziato a Roma e siglato in Marocco lo scorso 17 dicembre.

Alla conclusione delle trattative, infatti, le controparti avevano stabilito di cessare le ostilità reciproche e di insediare un governo di unità nazionale a Tripoli entro quaranta giorni dalla firma dell’intesa; nella realtà dei fatti, la particolarissima situazione dello scenario libico, in cui i due principali schieramenti sono vincolati alla lealtà nei loro confronti dei singoli gruppi etnici e delle formazioni armate che a loro fanno riferimento, rende utopistica la concreta applicazione dell’accordo nei tempi concordati. Permangono infatti fortissime correnti frondiste, tanto a Tripoli quanto a Tobruk, e forte è ancora l’influenza di coloro che desiderano sabotare l’accordo. Infatti, gli scontri sono continuati anche dopo il 17 dicembre, complice anche il fortissimo livello di astio che contraddistingue le varie milizie, le cui rivalità e i cui antichi conti in sospeso sono stati definitivamente sdoganati dopo il defenestramento di Gheddafi a seguito della vittoria delle forze di opposizione nella precedente guerra civile del 2011 a seguito dell’intervento aereo della NATO contro il Colonnello. La lunga alba insanguinata della nuova Libia è infatti iniziata con “Odissea all’Alba”, il nome in codice con cui il comando USA designò l’intervento nel paese, ed è stata da allora contraddistinta da una continua escalation di violenze tra milizie e tribù, autoalimentatasi nel corso degli anni e degenerata nello scoppio della seconda guerra civile nel 2014. Nonostante tutta la buona volontà da parte degli interlocutori, l’intrico interno alla società, alla politica e alle forze armate libiche è troppo complesso per pensare che possa bastare una trattativa diplomatica, per quanto lunga e approfondita, per risolvere in maniera automatica e definitiva tutti i problemi creatisi negli ultimi anni.

Il fatto che i numi tutelari dell’accordo tra le fazioni siano proprio le stesse potenze intervenute per rovesciare il Colonnello dimostra la quota significativa di responsabilità che l’Occidente ha avuto nel degenerare della situazione libica e l’implicita ammissione di colpevolezza è testimoniata proprio dall’attenzione data da tutti i ministeri degli Esteri dei governi NATO ai colloqui sulla Libia svoltisi a Malta e a Roma. La Libia vaga ancora nel caos, le sue anime interne, pacificatesi sulla carta, necessitano necessariamente di un modus vivendi che potrà essere garantito solo se le varie parti in causa riusciranno a superare le differenze reciproche, a fare i conti con la minaccia reale rappresentata dall’ISIS, che di fatto oggigiorno blocca in partenza qualsiasi velleità di pacificazione del paese, e a collaborare per riportare il paese a quello che era prima del 2011: uno dei più sviluppati di tutta l’Africa, non il teatro di un brutale scontro di fazioni degno di un romanzo di George R. Martin. Il destino alternativo per la Libia è il tragico sfaldarsi di ogni traccia residua di apparato statale e il degenero completo verso una totale anarchia, prospettiva che rappresenterebbe un regalo dal valore inestimabile ai miliziani dell’autoproclamato Califfato e degli altri gruppi terroristici, che si troverebbero a disposizione una base operativa dal valore strategico elevatissimo nel cuore stesso del Mediterraneo.