Recep Tayyip Erdogan non ha perso tempo dopo essere uscito indenne dal disorganizzato, scoordinato e fallimentare tentativo di colpo di Stato inscenato nella notte tra il 15 e il 16 luglio da elementi delle forze armate turche; prendendo la palla al balzo, l’aspirante Sultano di Ankara ha dispiegato un progetto ad ampio raggio nel tentativo di sfruttare le indagini e le misure di sicurezza poste in essere per individuare ed arrestare i presunti esecutori e promotori del golpe, coinvolgendo al loro interno anche tutta una serie di oppositori, reali o presunti, contro i quali è stata lanciata una cinica azione repressiva. Il fine ultimo dell’azione di rottura avviata dal presidente è l’erosione della consistente influenza a tutt’oggi detenuta su elementi del potere istituzionale, del mondo economico, della magistratura e della cultura della Turchia da parte del principale avversario del leader dell’AKP, il suo ex alleato Fethullah Gülen. Risiedente negli Stati Uniti dal 1999, anno d’inizio del suo esilio volontario dalla Turchia, Gülen è stato additato, senza che alcuna prova concreta sostenesse le sue accuse, come la mente ispiratrice del tentato colpo di Stato e fortemente ingiuriato da Erdogan, che al tempo stesso ha repentinamente ordinato di estendere gli arresti del dopo-golpe anche a membri, fiancheggiatori e sostenitori del movimento Hizmet, divenuto dal 2013 in avanti una delle principali forze di opposizione alla deriva autoritaria imposta alla Turchia da Erdogan.

Sebbene l’organizzazione di Gülen sia profondamente ramificata e detenga un’importante influenza all’interno della Turchia, l’effettiva esistenza di reali connessioni tra questi e i militari autori del tentato golpe è decisamente difficile da dimostrare. Non bisogna infatti dimenticare che la principale motivazione dell’emigrazione dalla Turchia di Fethullah Gülen, che sul finire degli anni Novanta aveva spostato progressivamente la sua attenzione dalla predicazione sociale alla competizione politica, fu proprio l’ostilità mostrata nei suoi confronti dal sistema vigente prima dell’ascesa al potere di Erdogan. Negli anni Novanta, infatti, si stava assistendo al tramonto della Turchia kemalista, alla stagnazione di un regime istituzionale ingessato e pesantemente influenzato dalle forze armate, al quale Gülen rimproverava la difficoltà di rinnovamento e cambiamento interno. Il fatto che questi fosse un portavoce eminente della scuola sunnita hanafita, avesse alle spalle un lungo curriculum di sermoni, interventi e incontri organizzati nelle principali moschee turche e fosse riconosciuto a livello internazionale come uno dei massimi portavoce culturali del mondo islamico moderno spaventò i leader turchi del tempo, che costrinsero indirettamente Gülen a fuggire dal paese dopo che erano iniziate a circolare voci su una imminente incriminazione dell’ex predicatore per presunte dichiarazioni a favore della costituzione di un ordinamento islamista. Il quadro delineato raffigura dunque un personaggio che difficilmente avrebbe potuto reclutare al suo fianco elementi delle forze armate, a lungo garanti del laicismo di Stato della Turchia bollato da Gülen come “materialismo riduzionista”, e portare avanti un progetto in comune in nome della semplice rivalità nei confronti di Erdogan.

L’astio tra il leader di Ankara e l’influente predicatore e teologo risiedente in Pennsylvania risale al 2013, quando la deflagrazione dello scandalo che svelò le impressionanti dimensioni della corruzione interna al sistema costruito da Erdogan sancì la definitiva rottura di un rapporto già incrinatosi progressivamente negli anni precedenti dopo che, nelle prime fasi dell’ascesa dell’ex sindaco di Istanbul ai vertici della vita politica turca, Gülen aveva visto in lui l’uomo che avrebbe potuto rompere la tradizionale egemonia dei kemalisti e, di conseguenza, si era speso in prima persona per consigliare e influenzare l’indirizzo del governo Erdogan. Questi aveva tuttavia iniziato a guardare con sospetto le grandi dimensioni del soft power detenuto da Gülen all’interno della società turca, declinabile in una ramificata influenza culturale per mezzo delle scuole affiliate a Hizmet, in una presenza massiccia nel sistema mediatico dovuta principalmente all’elevata diffusione del quotidiano Zaman e alla vicinanza a Gülen di ampi settori della magistratura turca, nonché di uomini di alto profilo delle forze di sicurezza. Mano a mano che nella mente di Erdogan prendeva forma un progetto di egemonia completa sullo Stato e sulla società della Turchia, venivano meno i presupposti che avevano consentito la convergenza tra l’AKP e il movimento di Gülen. Quest’ultimo era da sempre favorevole a un superamento del laicismo istituzionale della Turchia per favorire la costruzione di un sistema all’interno del quale la presa di consapevolezza sull’importanza dell’Islam nella società si sarebbe dovuta accompagnare a una riforma del sistema educazionale e del mondo politico volta a favorire una democratizzazione multilivello della vita nel paese, favorendo la dialettica e lo scambio di idee nelle istituzioni, nel mondo della cultura e nella società in modo tale da rompere gli schemi del rigido dogmatismo incapace di muoversi oltre le linee guida di Ataturk a cui i principali partiti turchi si attenevano rigidamente da decenni. Si trattava di un progetto di complicata realizzabilità, ma sicuramente antitetico rispetto alle ambizioni manifestate da Erdogan a partire dal 2011, quando il conservatorismo e il tradizionalismo sono stati utilizzati come strumenti per accrescere la pervasività dell’occupazione dello Stato da parte degli uomini dell’AKP, mentre nel contempo il premier (e in seguito presidente) avviava sul fronte interno l’accentramento dei poteri nelle proprie mani e in campo internazionale la disastrosa e spregiudicata strategia neo-ottomana. La collisione tra due progetti divenuti conflittuali era inevitabile, e il putiferio mediatico del 2013 offrì a Erdogan l’occasione per operare uno strappo nei rapporti con Gülen e accusare l’ex alleato di aver diretto dall’esterno lo sviluppo dello scandalo corruzione nel quale finì coinvolto un apparato parallelo alle istituzioni formato da imprenditori, uomini dell’AKP e ambigui mediatori. Il ruolo avuto da Zaman nella denuncia degli oscuri traffici di oro e denaro da casseforti e conti correnti turchi verso i paesi del Golfo Persico e l’Iran e l’inflessibilità dimostrata dai magistrati turchi nella costruzione delle indagini diedero ad Erdogan l’impressione di un attacco a tenaglia sferrato da Gülen nei suoi confronti, e accelerarono dal 2013 in avanti la marcia della deriva autoritaria del regime dell’AKP. Da allora in avanti, infatti, Erdogan ha ripetutamente giustificato le restrizioni alle libertà civiche, gli attacchi alla libertà di stampa (emblematico il commissariamento dello stesso Zaman nel marzo 2016) e gli attacchi al sistema giuridico prendendo a pretesto il contrasto governativo a un presunto “Stato parallelo” edificato da Gülen in Turchia.

Nel contesto della reazione governativa al golpe, di conseguenza, Erdogan ha voluto quindi mirare al bersaglio grosso, scatenando un autentico controgolpe nei confronti dello schieramento gülenista. Le parole infamanti pronunciate a caldo dal presidente poche ore dopo la conclusione del maldestro tentativo di colpo di Stato e le pesanti accuse rivolte agli USA, che si sono rifiutati di approvare la richiesta di estradizione di Gülen, hanno scatenato un meccanismo reazionario implacabile, che in poche ore ha portato all’arbitraria rimozione di migliaia di magistrati e dipendenti pubblici ritenuti pericolosamente vicini a Gülen dai loro posti di lavoro. La rete della repressione del golpe ha dunque avvinto anche i principali centri di opposizione a Erdogan esterni alle forze armate; le scene che mostrano i militanti AKP più accesi giubilare all’aeroporto di Istanbul o accanirsi sui soldati golpisti arrestati testimoniano la deviazione inquietante del sistema turco. A scendere in piazza, come segnalato da Gian Micalessin in una franca e coerente analisi pubblicata su “Il Giornale”, è stata “la grande massa islamista fedele al presidente”: il superamento del laicismo della vecchia Turchia sta prendendo dunque forme arbitrarie lontane anni luce dal rapporto rinnovato tra Islam e politica teorizzato anni fa da Gülen. L’invito da parte di Erdogan all’occupazione delle strade e delle piazze dei centri urbani da parte dei suoi sostenitori si riflette nella sempre più asfissiante occupazione dello Stato da parte dei suoi sodali consentita dall’arbitrario abuso del colpo di Stato ai fini del perseguimento delle opposizioni. Disarticolando i centri di potere a lui ostili nelle forze armate ed attaccando le file dei Gülenisti, Erdogan consegue il duplice obiettivo di travolgere i principali ostacoli verso la completa egemonia sulla vita pubblica del paese. Il tentativo di rimozione del presidente è stato dunque ribaltato in pochissime ore nel determinato perseguimento della realizzazione di un regime dell’uomo solo al comando. Al colpo di Stato fallimentare dei militari ostili a Erdogan fa seguito il controgolpe del Sultano, nuovamente maestro di cinismo e doppiogiochismo, che scatenando la caccia a Gülen ha gettato definitivamente la maschera sulle sue reali ambizioni. Il climax ascendente delle dichiarazioni di Erdogan su Gülen è stato repentino, tanto che nella giornata di martedì il presidente turco è arrivato addirittura a paragonare il suo avversario a Osama Bin Laden. Mentre sulla questione della reazione al colpo di Stato la Turchia giunge addirittura a conoscere fortissime frizioni con gli Stati Uniti e all’interno del paese la spirale della repressione continua ad autoalimentarsi, dal suo esilio americano Gülen non può fare altro che dichiarare la sua estraneità agli eventi di Istanbul e Ankara e assistere impotente al durissimo colpo inferto alla sua influenza in Turchia dall’inaspettata mossa di Erdogan, che associando Hizmet e il suo leader ed ispiratore al colpo di Stato procede deciso sulla strada per l’autoritarismo. Mentre tra Erdogan e Gülen si è giunti ai ferri corti, importanti e inquietanti questioni sui futuri sviluppi della situazione turca sorgono in continuazione, dato che è oramai palese a tutti gli osservatori e i commentatori quanto gli avvenimenti seguiti al tentato golpe dal 15 luglio stiano portando a un inesorabile rafforzamento del dominio di Erdogan ma, al tempo stesso, a un deragliamento incontrollabile della Turchia, oramai avviata verso la destabilizzazione permanente all’interno delle sue frontiere dopo esser già stata costretta a vivere, nella sua storia recente, un clima da anni di piombo.