La crisi del Brasile sembra non conoscere requie e ha vissuto il suo momento di massima tensione nella nottata di domenica, quando il Parlamento ha dato il via libera al procedimento di impeachment contro la presidentessa Dilma Rousseff, al centro oramai da mesi della tempesta politico-giudiziaria legata alla scoperta di un sistema capillare di corruzione e clientelismo all’interno delle istituzioni pubbliche brasiliane, nel quale è stato dimostrato il coinvolgimento di numerosi esponenti dei maggiori partiti brasiliani, compreso il Partido dos Trabalhadores (PT) a cui appartiene la stessa Dilma. Ora il destino di Dilma è appeso a un filo e vincolato al voto del Senato, che si riunirà per discutere dell’impeachment il prossimo 11 maggio: se vi sarà un ulteriore semaforo verde, Dilma verrà sospesa per sei mesi dalle sue funzioni in attesa del verdetto definitivo su una sua eventuale destituzione, sulla quale dovrà esprimersi nuovamente il Senato, dopo aver verificato le prove fondanti della messa in stato d’accusa della presidentessa. Nonostante il complicato iter costituzionale previsto in Brasile per la procedura di destituzione del Capo di Stato, che dovrà definitivamente essere validato da un parere favorevole del Tribunale Supremo, il suo stesso sussistere rappresenta una spada di Damocle posta al di sopra di Dilma, dell’ex presidente Lùla e, in generale, del sistema costruito dal PT nei suoi tredici anni di governo del paese.

Le voci circa un possibile coinvolgimento diretto dell’ex Capo dello Stato nella vicenda giudiziaria Lava Jato che sta sconquassando il panorama politico e l’opinione pubblica del Brasile ha dato un’accelerazione non indifferente al progetto di impeachment, dato che su Dilma hanno finito per essere addossate una serie di responsabilità propriamente non imputabili né alla figura singola della presidentessa né esclusivamente al suo partito, ma bensì accollabili più in generale a tutto il sistema politico brasiliano. La lotta di potere causata dal deflagrare dello scandalo ha infatti consentito alle opposizioni di affilare le armi e, in diversi casi, di cavalcare la marea montante di un dissenso sempre crescente nella società per poter volgere in arma politica la generale disaffezione conosciuta dai brasiliani verso il loro mondo istituzionale. A testimonianza di ciò, è bene ricordare che le motivazioni ufficiali della richiesta di impeachment non riguardano Lava Jato, nella quale Dilma non è direttamente imputata, ma bensì una presunta falsificazione di conti pubblici, una contraffazione del bilancio del 2014; accuse che sono state definite dal professor Rodolfo Colalongo, docente di Relazioni Internazionali all’Università di Bogota, “per certi aspetti ridicole o comunque poco significative” in un’intervista rilasciata a Agensir. Massimo Cavallini, giornalista de “Il Fatto Quotidiano”, ha eloquentemente definito la vicenda dell’impeachment a Dilma come una “corsa dei peccatori a scagliare la prima pietra”, rivelando la triste ironia insita in quanto sta succedendo nel gigante sudamericano: è paradossare, infatti, rilevare il coinvolgimento in Lava Jato o comunque la sospetta collusione con diversi accusati dello scandalo di numerosi fustigatori della presidentessa e di fautori della sua rimozione dall’incarico.

Tra questi figurano anche numerosi esponenti del Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB), ex alleato di governo del PT che ha ritirato il sostegno all’esecutivo lo scorso 29 marzo, sebbene il suo membro di spicco Michel Temer continui a mantenere la carica di vice presidente e rappresenti, in questo momento, il legittimo successore di Dilma nel caso di una sua rimozione dall’incarico. La presidentessa ha accusato i vertici del PMDB di un vero e proprio tradimento, rovesciando ingiuriose accuse contro Temer e i suoi, che hanno compiuto una giravolta politica ai limiti della legittimità, perseguendo l’obiettivo di portare a compimento la legislatura sotto una nuova guida presidenziale e scongiurando un ritorno anticipato alle urne. Tale ipotesi è aborrita anche dagli altri schieramenti, timorosi in primis di una possibile discesa in campo del giudice federale Sérgio Moro, il responsabile e più attivo promotore di Lava Jato, che oggigiorno è la figura più popolare in Brasile, capace di sbaragliare qualsiasi rivale nel caso in cui optasse per l’avvio di una campagna elettorale da indipendente. I peccatori corrono a scagliare pietre prima che il fiume in piena li avvolga completamente: la vittoria momentanea di Temer e del PMDB, che stanno gestendo con impassibilità e cinismo la paradossale condizione in cui è precipitata la politica brasiliana, potrebbe essere rovesciata da nuove indiscrezioni sullo scandalo Petrobras, riguardanti i vertici dell’ex alleato di governo di Dilma. Pochi giorni fa, infatti, un gruppo di parlamentari ha avviato un procedimento analogo a quello riguardante Dilma nei confronti dello stesso vicepresidente che, nei prossimi mesi, rischia di ritrovarsi a sua volta coinvolto nel centro della tempesta se nuovi elementi cambieranno le carte in tavola. Temer tira dritto sulla sua strada, e pregusta l’ascesa alla presidenza: l’11 aprile è stato rilevato un file audio divulgato da numerose reti televisive brasiliane contenente la prova generale per un discorso di insediamento del vice di Dilma, costruito in maniera ben architettata per giustificare il più possibile la procedura di impeachment e, dunque, la legittimità del percorso che porterebbe alla sua nomina.

Una sola cosa è certa: il Brasile vive in questi giorni il periodo più delicato e drammatico dal ritorno alla democrazia. La stessa spaccatura insanabile tra la massima carica dello Stato e il suo vicepresidente è emblematica della degenerazione della conflittualità nel paese, le cui prime avvisaglie erano state riscontrate già ai tempi delle ultimi elezioni presidenziali, al termine delle quali lo scenario presentava una nazione polarizzata e aspramente divisa. Nonostante sia evidente la volontà politica di rimuovere Dilma rendendola il capro espiatorio dei problemi che affliggono il Brasile, la presidentessa non è certo esente da responsabilità e paga numerosi errori di valutazione e incertezze accumulati nel corso di entrambi i suoi mandati. Tra i più macroscopici, al di là degli scandali di cui si è già diffusamente parlato, si può segnalare la gestione poco organizzata della mole di grandi eventi che hanno coinvolto il Brasile durante la sua presidenza: le spese eccessive sostenute per la costruzione degli stadi destinati a ospitare i Mondiali di calcio e la Confederations Cup, i problemi di sicurezza rilevatisi in maniera allarmante nelle grandi città e ampiamente documentati durante la Giornata Mondiale della Gioventù 2015 nonché i grandi punti di domanda che riguardano le imminenti Olimpiadi di Rio de Janeiro hanno contribuito a affossare la popolarità di Dilma davanti agli occhi dei suoi connazionali e a screditarla a livello internazionale. Inoltre, la crisi economica deflagrata verso la fine del 2014 continua a destare preoccupazioni sempre maggiori: nel 2015 il calo del PIL è stato vicino ai 4 punti percentuali, e il trend negativo sembra destinato a durare anche nell’anno in corso. L’esecutivo ha tergiversato molto prima di individuare i settori nei quali fosse necessario intervenire in maniera più massiccia: in particolare, a trascinare verso il basso gli indicatori economici brasiliani sono state le forti flessioni nel settore industriale (-6,4% di output nel 2015) e nel compound minerario (-6,6%), entrambi causati in parte dal sensibile calo della domanda cinese. Inoltre, un’inflazione consistente (10,7%) erode qualsiasi possibilità concessa al governo di far fronte alla crisi con opportune politiche monetarie.

Il quadro generale del Brasile è oggigiorno fosco. Da qui al voto in Senato sull’impeachment c’è da aspettarsi un ulteriore incremento della tensione, e sicuramente questo contenzioso assolutamente politico e solo in minima parte giudiziario altro non fa se non intorbidire ulteriormente le acque, dilazionando nel tempo il ritorno alla normalità e a un sistema istituzionale stabile. Sebbene, come visto, Dilma abbia pesanti responsabilità, è sempre bene pensare all’incoerenza di fondo di molti suo persecutori. La caccia alla presidentessa si è aperta prima che i PM possano scoperchiare ulteriori vasi di Pandora, rendendo i censori di oggi gli imputati di domani. Sebbene il PT sia rimasto in larga misura infetto del sistema clientelare di corruzione generalizzata, esso non è unico responsabile degli scandali che sono seguiti all’avvio dell’inchiesta Lava Jato. Se coloro che propugnano l’impeachment l’avranno vinta, si rischia di vedere la grande avventura del Brasile progressista cancellata con un solo colpo di spugna, lasciando il problema di fondo (cioè la forte frattura che divide e paralizza la società) irrisolto. L’incertezza generale rende possibili molti scenari; l’unico elemento certo è, oggi giorno, una diffusa instabilità che il Brasile non conosceva da decenni. Il paese si trova di fronte a una prova di maturità di capitale importanza, il cui esito è incerto: dalla guerra interna all’esecutivo alla sempre maggiore pervasività di Lava Jato, molte variabili riservano molte imprevedibilità. Una previsione degli scenari futuri è, allo stato attuale delle cose, molto difficile da fare: imprevisti e colpi di scena non mancano infatti di cambiare la situazione con cadenza quasi giornaliera.