Dopo il 23 giugno 2016 grande è la confusione sotto il cielo, per dirla con Mao. La Gran Bretagna si riprende piena la sovranità che aveva in parte delegato alle istituzioni comunitarie e riscrive il proprio destino come una nave che lascia il porto verso l’ignoto. “Britannia rules the waves, British people never will be slaves” recita un famoso inno militare inglese, quasi stereotipo del nomos marittimo che contraddistingue Albione e le sue colonie. Lasciare il porto sicuro per la Gran Bretagna è una scommessa ma non delle più arrischiate, una sfida sostenibile sebbene apra diversi fronti interni ed esterni che potrebbero trasformare l’ultimo arrembaggio al granduer ormai perduto nella dissoluzione stessa del Regno Unito e alla totale perdita di rilevanza nelle sedi del potere sovranazionale. Dal fronte interno possiamo distinguere tra questioni economiche legate al valore della sterlina e all’andamento borsistico della City, e le grandi questioni dei mai sopiti nazionalismi gaelici, dalla Scozia all’Irlanda del Nord.

La caduta della Sterlina c’è stata, inevitabile con la pubblicazione dei risultati referendari, ma non è stata una caduta libera: la valuta d’Oltremanica tiene ancora sull’Euro e la Banca d’Inghilterra, per mezzo del suo governatore Mark Carney, annuncia un taglio sui tassi di interesse per assorbire il colpo. La probabilità di una recessione resta comunque, secondo la stessa autorità, quasi inevitabile nell’attesa che le relazioni commerciali vengano ristrutturate. Un primo impatto si vedrà dalle future proiezioni sul PIL trimestrale per il 2016. Sotto il profilo finanziario l’andamento ha sorpreso diversi analisti: il giorno dopo il referendum molte delle principali borse d’Europa chiudevano con un bilancio fortemente negativo, Piazza Affari è stata una delle peggiori col suo -12,5%. La Gran Bretagna, pure in perdita, lasciava soltanto il 2%. I rialzi dei giorni successivi fanno presagire che sotto questo profilo, Londra ha poco da temere almeno nell’immediato futuro.

I nazionalismi e le identità sono un altro paio di maniche, rivalità religiose e voglia di indipendenza sono sempre stati tra le caratteristiche principali che hanno determinato il rapporto tra l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda del Nord. I sudditi gaeli di queste ultime due nazioni facenti parti del Regno Unito hanno votato per restare nell’Unione Europea, ma la forza demografica del no inglese ha prevalso facendo rimontare la voglia di referendum per l’indipendenza onde poter accedere nuovamente all’Europa unita. Molti analisti già scommettono sull’implosione del mini-impero Britannico, ma la storia non è così facile. Vero è che la Scozia ha mancato l’appuntamento con l’indipendenza non più tardi dell’anno scorso (55% i no, 45% i sì) e certamente la Brexit favorisce le aspirazioni nazionaliste. Vero è che il principale partito identitario del Nord Irlanda, lo Sinn Fein chiede anch’esso un referendum analogo e che la repubblica d’Irlanda ha nella sua costituzione all’articolo 3 l’obiettivo della riunificazione della propria nazione. Ma i conti senza l’oste non si fanno: ricorda giustamente Daniele Scalea dell’ Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, che tali referendum vengono concessi attraverso un accordo con il governo centrale ed un decreto reale; concessioni fortemente improbabili vista la possibile vittoria nazionalista, almeno per quel che riguarda la Scozia. Il fronte socio-economico interno sembra quindi più stabile di quanto l’apparenza e la comune narrativa vogliano far credere. Ma cosa si può dire di quello esterno? Esattamente cosa può fare il Regno Unito per barcamenarsi nelle acque agitate della politica internazionale? Le opzioni in realtà non mancano.

Una delle migliori per il Regno Unito potrebbe essere quella di tornare a far parte dell’EFTA, un’organizzazione europea di libero scambio,senza vincoli alla sovranità, di cui già era membro prima di convergere nell’UE e nella quale farebbe la parte del leone visto che gli altri partner sono la Norvegia, la Svizzera, il Liechtenstein e l’Islanda. L’EFTA e l’UE inoltre condividono il mercato unico dal 1994 attraverso lo Spazio economico europeo. Se la Gran Bretagna tornasse membro dell’EFTA riaccederebbe ai benefici del mercato comune dalla rientrando dalla finestra, dopo esserne uscito dalla porta. Le possibilità insomma non mancano nel mare agitato della Brexit e nonostante tutto, catastrofi economiche ed implosioni restano uno scenario improbabile capace di agitarsi in poche menti radical-chic.