Non è difficile osservare come il Regno Unito in Europa vi sia più per tradizione che per senso di appartenenza. È un retaggio storico che, in parole molto povere, consiste nel non poter ritenere che Londra, da sempre chiave del destino europeo, venga lasciata fuori dalla storia del percorso unitario del continente. Il tutto partendo da un dato chiave della politica britannica: l’Europa non è mai stata un punto di arrivo, semmai uno strumento per non sentirsi distanti dal continente, pur mantenendo, con riguardo a Schengen e Maastricht, una buona dose di indipendenza e di scetticismo.

Bruxelles non ha mai amato Londra, tantomeno il suo spirito autonomista, un Paese troppo attento a mantenere la sua politica estera, la sua moneta, la sua politica, le sue reti diplomatiche. Ma è anche Londra a non aver mai amato Bruxelles e la sua doppia asse con Parigi e Francoforte. La visione inglese del “divide et impera” che per secoli ha reso una polveriera il continente e lasciato che nessuno ne prendesse il sopravvento, è oggi in realtà colpita proprio dallo strapotere tedesco e dalla logica europeista a tutti i costi. Londra, in questo sistema europeista, si è messa da parte, più per tacito accordo che per esplicita richiesta, e, a lungo andare si sono stancati entrambi sia l’Unione che il Regno. È il vecchio gioco del colpo al cerchio e alla botte che a Londra è sempre piaciuta, ma è un gioco che ai poteri forti della tecnofinanza europea comincia a stare stretto. Il mercato di Londra, da secoli più aperto al mondo che al continente, è un succulento bottino cui Francoforte non vuole rinunciare, ma nei cui confronti, allo stesso tempo, comincia a pensare di poter fare a meno se eccessivamente indipendente e poco sottoposto alle rigide direttive della BCE.

E se da un lato l’Europa pensa di poter fare a meno del Regno Unito, così come il Regno Unito di fare a meno dell’Europa, non è così per quanto riguarda la politica degli Stati europei, che dell’Unione, purtroppo per Bruxelles, ancora sono Membri. È infatti chiaro che un’uscita del Regno rischia di provocare una reazione a catena dai contorni più o meno a tinte fosche per i pasdaran dell’UE. Intendiamoci, il referendum britannico non è il primo né sarà l’ultimo attacco a questa soluzione economica che fa acqua da tutte le parti. Tuttavia, se può essere il colpo del K.O. in caso di vittoria del Brexit, perché si andrebbe a colpire in maniera netta uno dei primi “talloni d’Achille” dell’Unione, non è vero il contrario, e cioè che una sconfitta del fronte “isolazionista” rafforzi definitivamente l’Europa di Francoforte e Bruxelles. Troppe sono le questioni legate ai desideri di abbandono di questo progetto, e altrettanti sono i nodi che i singoli popoli europei desiderano sciogliere in senso indipendentista contro la manovra a tenaglia di attacco alla sovranità nazionale. Per un Regno Unito che perderà l’occasione di rendersi finalmente libero dal giogo, nasceranno ulteriori problemi e richieste di autonomia da altre parti d’Europa, dalla Grecia, dal Portogallo, dall’Ungheria, dalla Francia, finanche dalla stessa Germania. È un’Unione che, rischiando di perdere lo Stato Membro meno europeista, meno convinto e meno inglobato nelle sue politiche, rischia di ritrovarsi un’Europa nuovamente polveriera e nuovamente terreno di scontro tra Paesi che vogliono deciderne il suo futuro, oltre che il proprio. E l’idea che qualcuno voglia e possa decidere sul futuro dell’Europa ma soprattutto sul proprio futuro, è qualcosa che a Bruxelles e Francoforte non è tollerato, a costo di renderlo sempre più difficile, fino a renderlo completamente impossibile.