Tra pochi giorni il canale della Manica potrebbe non essere mai stato così profondo dai tempi dello sbarco in Normandia. Londra si prepara ad una scelta epocale che potrebbe mettere la parola fine all’Inghilterra in Europa ma anche all’idea stessa di Unione Europea come ci hanno insegnato a crederci da decenni a questa parte. Ma se è facile capire chi possa sostenere la campagna per l’uscita e chi invece quella per rimanere ancorati ai diktat di Bruxelles e Berlino, il problema principale resta da capire cosa significa l’uscita del Regno Unito da un punto di vista politico e le conseguenze (possibili) che ci saranno.

Innanzitutto per la prima volta un Paese fondamentale nello scacchiere geopolitico autorizza il proprio popolo a scegliere la politica estera dei prossimi anni. E questo, sicuramente, è un dato incontrovertibile. Nessuno in Europa si sarebbe mai azzardato a dare al popolo la possibilità di scegliere, né tantomeno in altre parti del mondo. In questo, però, bisogna essere franchi: c’è tutto lo spirito tipicamente disinteressato del Regno all’Unione Europea. Perché sì, è vero, dimostra coraggio e forse anche una piccola follia da parte di un governo come quello di Cameron, ma bisogna anche dire che si va a votare per una cosa che agli inglesi ha sempre interessato pochissimo. Perché sicuramente l’eventuale uscita dell’UK dalla UE sarebbe un duro colpo per tutti coloro che l’Europa la vivono come l’approdo naturale di decenni di unificazione a tappe forzate e unificazioni monetarie e bancarie. In questo, però, va detto, l’Inghilterra non è mai stata né fautrice né paladina. Anzi, è del tutto evidente, anche ai meno addentro ai problemi dell’Europa, che se ci sarà questa uscita dall’Europa, sarà da parte della nazione che meno di tutte si è sentita europea nel corso dei secoli. Ed è quella che meno di tutte ha voluto entrare pienamente nell’UE. La stessa che quando si è trattato di scegliere l’euro, ha mantenuto la sterlina. La politica estera è sempre stata affare loro e le guerre le hanno fatte senza neanche domandarsi cosa ne pensassero a Parigi, a Roma o a Berlino o a Madrid. Ed è il Paese che più di tutti ha sindacato sulle politiche migratorie e sulle politiche antidemocratiche dell’Europa tecnocratica. Anzi, ha il più delle volte aspramente criticato certe scelte economicamente fallimentari di Francoforte. Insomma, se proprio qualcuno poteva non sentirsi intrappolato dalle tram dell’Unione Europea, questa era proprio il Regno Unito, che tutt’al più i problemi li dava al Continente con i suoi veti e le sue opinioni.

Ed ecco il dubbio, il tarlo che entra nella testa di chi riflette: ma siamo così sicuri che il Brexit serva agli antieuropeisti e non agli europeisti? Immaginiamoci l’Europa ed immaginiamocela senza il Regno Unito. Le prospettive sono due. La prima è quella che dicono da sempre, la più catastrofica per gli europeisti: in tutta Europa i movimenti anti-euro e i partiti antisistema, rinvigoriti dal voto inglese, si muovono per l’uscita dall’Europa, nazionalisti in testa, e mettono fine al sogno UE. Benissimo. Seconda opzione, questa forse meno discussa, ma quantomeno probabile: l’Unione Europea funzionerà meglio. Ed ecco il cortocircuito antieuropeo. Se un sistema, sicuramente malato, perde il pezzo più disinteressato e contrario, siamo sicuri che questo non possa giovare all’intero meccanismo. Un’Europa a trazione francotedesca senza il contrappeso di Londra potrebbe mettere al contrario la parola fine su qualsiasi deriva confederale, anzi, spianando la strada all’Unione continentale totalmente asservita alla logica mercatista dell’euro. In più c’è chi, riflettendo su una possibile crisi della sterlina e un tasso d’interesse alle stelle, penserà che è meglio l’Unione Europea che la solitudine della libertà da Bruxelles. Ed ecco che scatta la paranoia. Ma è la paranoia tipica di chi per fortuna può scegliere. Nel bene o nel male, a differenza nostra.