Durante la campagna elettorale Donald Trump ha spesso parlato del trattato sul nucleare, teoricamente fiore all’occhiello dell’amministrazione Obama, come di un “accordo disastroso da stracciare al più presto.” Come capitato in numerose altre occasioni nella sua campagna però, il neo eletto presidente ha poi raddrizzato il tiro quando ha detto che la sua intenzione è quella di “obbligare gli iraniani a tornare a sedersi sul tavolo delle trattative per ottenere un accordo migliore per entrambe.” Tra queste due opzioni, corre una differenza sostanziale, ed ha le potenzialità per influire in modo non indifferente sui confusi e fitti equilibri di potere che si intrecciano nel palcoscenico internazionale. Per ora comunque, ritornando all’accordo stretto tra Iran e gli U.S.A. noto come “Nuclear Deal”, è importante ricordare che il piano congiunto d’azione (Joint Comprehensive Plan of Action o JCPOA) firmato al fianco di Cina, Francia, Germania, Russia e Regno Unito, ha prodotto i risultati auspicati alla vigilia della sua ratifica.

In cambio di un alleggerimento delle sanzioni imposte (che si stima abbia portato all’Iran un beneficio che si aggira intorno ai 100 miliardi di dollari), Teheran non può produrre armi nucleari senza che a Washington si sappia. Per questo motivo l’establishment militare e di sicurezza israeliano non ha perso occasione per esprimere il suo appoggio per la conservazione dell’accordo, anche se inizialmente fingeva di sentirsene minacciato. Detto questo il Nuclear Deal è entrato in un limbo: in tutto questo tempo non ha portato ad un avvicinamento reale con il governo americano, anche se, d’altra parte, ha impedito un’ulteriore escalation di tensioni tra gli Usa e il paese dell’Ayatollah. Certo, al di là del test di Teheran, avvenuto in questi giorni, di un missile balistico in grado di portare una testata nucleare, sono state compiute diverse infrazioni tecniche (le Nazioni Unite parlano di 6 infrazioni totali), ma queste non hanno fatto altro che testare l’efficacia dell’accordo, perché gli ispettori addetti al controllo si sono accorti immediatamente delle mancanze di Teheran nell’adempiere ai dettami imposti dai patti, costringendola conseguentemente ad agire nei limiti imposti dai punti previsti dal Nuclear Deal.

Sanzioni attive nonostante nuclear deal

Queste tra le sanzioni che rimangono anche dopo l’accordo sul nucleare

In realtà chi ha incontrato maggiori ostacoli è proprio l’Iran a cui, nonostante l’alleggerimento delle sanzioni, è ancora preclusa la possibilità di intrattenere rapporti adeguati con le banche internazionali. La reintegrazione nell’economia globale del Paese infatti è stata intenzionalmente “rimandata”, così da creare malcontento tra i cittadini iraniani che, sì, vedranno pure dei vantaggi per il loro Paese, ma non saranno testimoni della rapida ripresa economica che gli era stata promessa. Uno dei tanti esempi di quello che, forse, potremmo definire a tutti gli effetti boicottaggio, è che non c’è una sola banca a Londra che abbia aperto conti per le ambasciate iraniane in modo da permettergli di lavorare con adeguata comodità nel mondo del business mondiale. Considerando che una delle maggiori novità nello Studio Ovale è la volontà del suo inquilino di diminuire le tensioni con la Russia di Vladimir Putin, c’è da chiedersi: Putin sarebbe disposto a voltare le spalle all’Iran, nel caso gli venisse proposto in cambio di un avvicinamento agli U.S.A.? Con ogni probabilità, se il nuovo presidente americano e i suoi consiglieri chiedessero a Putin di indebolire la sua alleanza con l’Iran, riceverebbero una risposta negativa. L’ultimo decennio infatti ha fornito ampia prova che i legami militari, economici e politici che la Russia e la Repubblica islamica hanno costruito nel corso degli ultimi venticinque anni sono notevolmente resistenti.

Questo perché il presidente russo è stato in grado di supplire, in un certo grado, a quella che alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2005 definì “la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo”: il crollo dell’Unione Sovietica. Lo stesso presidente che disse:

«Chi rimpiange il comunismo è un folle, chi non lo rimpiange è senza cuore»

Al di là delle citazioni, gli anni successivi a quelle parole hanno visto Putin perseguire una politica estera incentrata in gran parte sulla creazione di una versione ibrida della vecchia sfera di influenza sovietica. In termini militari, questo ha significato creare o sostenere “blocchi” di sicurezza alternativi, come l’Organizzazione di Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization) e la Shanghai Cooperation Organization, legate al Cremlino nell’ottica delle priorità russe nel teatro eurasiatico. Sul fronte economico, Putin ha proposto un’alternativa alla Ue, ovvero l’Unione economica eurasiatica. Anche se difficilmente può essere definito un successo clamoroso, il gruppo vanta, oltre la Russia, quattro membri: Armenia, Bielorussia, Kazakhistan e Kirghizistan, ed è possibile in un futuro prossimo l’aggiunta di Mongolia e Tajikistan.

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Iran nucleare

In questa sorta di Impero russo postmoderno – che non basa la sua forza sul controllo militare ma sulla dipendenza economica e politica di altri paesi nei suoi confronti – l’Iran è un tassello troppo importante per poterne fare a meno. Ad auspicare un alleanza con l’Iran già nel 1997 fu Alexander Dugin nel suo “I fondamenti della geopolitica”: nella mente di Dugin infatti, la posizione strategica dell’Iran in Medio Oriente insieme alla sua cultura ne facevano un partner imprescindibile per il ruolo che la Russia voleva e vuole ricoprire sul palcoscenico globale. Il valore strategico di Teheran per Mosca si riflette anche negli sforzi persistenti del Cremlino (bloccati dalla Cina, almeno finora) per elevare l’Iran da una semplice nazione Osservatore a membro a pieno titolo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. La Russia vuole un alleato forte e affidabile che abbia influenza sia in Medio che Estremo Oriente, uno che possa riflettere i suoi obiettivi in questa fascia di mondo che sta diventando sempre più rilevante per gli interessi di ogni super potenza, o aspirante tale.

L’Iran è sempre più vitale per l’economia della Russia. Nel corso degli ultimi anni, la salute fiscale russa è stata devastata dai prezzi bassi del petrolio e dalle riconfermate sanzioni occidentali vòlte a penalizzare il paese di Putin per la politica adottata nei confronti dell’Ucraina. Il Fondo monetario internazionale ha stimato che l’economia della Russia stia continuando il suo percorso di lento e apparentemente inesorabile declino e, anche se ora ci sono alcuni segnali che si potrebbe vedere una lieve ripresa nel 2017, gli economisti credono che una vera e propria inversione di tendenza sia alquanto improbabile. Inoltre un gigante, quando si muove, “consuma” parecchio, sia che nel muoversi faccia bene sia che faccia danni: l’annessione della Crimea comporta per la Russia dei costi che si aggirano attorno ai 7,5 miliardi di dollari all’anno, mentre la Ros Business Consulting (agenzia di stampa finanziaria fondata nel 1993 a Mosca) ha pubblicato uno studio in cui si stima che, ogni mese, il Cremlino abbia speso fino a 150 milioni di dollari solo per pagare i contractors impegnati nel conflitto siriano.

breve storia JCPOA

Breve cronistoria del JCPOA

Gli affari con l’Iran invece fruttano bene, soprattutto dopo lo sblocco delle sanzioni che ha creato un giro di denaro capace di rendere il Paese di nuovo invitante agli occhi delle compagnie internazionali. Inoltre l’Iran è un’ottimo alleato da contrapporre alla potenza saudita, alleata dell’occidente, e impegnata da anni nel conflitto yemenita contro i ribelli huthi. In Yemen si combatte per il petrolio, motivo della presenza di Al Qaeda sul territorio. Giusto qualche giorno fa si parlava del primo bombardamento dell’era Trump, mirato a colpire una postazione del gruppo terroristico e che invece ha provocato la morte di 16 civili (nonché di un soldato americano). Con ogni probabilità Putin ha interesse a schierarsi con l’Iran anche per impedire che i sauditi mettano le mani sul petrolio yemenita.

L’amministrazione Clinton nel corso degli anni ’90 aveva fallito miseramente quando aveva tentato di imporre la sua influenza in Siria a discapito di quella iraniana, perché a Washington si era sottovalutato il valore strategico che l’Iran aveva in quel momento per Damasco. Purtroppo oggi sembra che Trump corra il pericolo di fare lo stesso errore con Mosca. Il nuovo presidente ha chiarito di voler normalizzare i rapporti con il Cremlino, quindi dovrebbe procedere sapendo che quei legami saranno inevitabilmente compromessi dal rapporto che deciderà di intrattenere con Teheran. Allora, se vuole dimostrare di essere diverso dai suoi predecessori, dovrebbe sedersi al tavolo delle trattative per rinegoziare l’accordo sul nucleare. In questo modo Trump potrebbe vedere soddisfatte le sue richieste, batterebbe la dubbia qualità dell’accordo del suo predecessore e si ingrazierebbe una Russia che così sarebbe più incline ad un avvicinamento nei confronti dell’america.