Se la Francia è considerato il paese più rivoluzionario al mondo, la Turchia, insieme ad altri prodotti di artifici post-coloniali come il Pakistan o il Myanmar, è quello più soggetto a cicliche crisi di equilibrio sociopolitico che culminano con la presa del potere da parte dei militari. Il 15 luglio questo sovvertimento non si è verificato, ma il solo tentativo da parte di una frangia interna all’Aeronautica Militare rientra comunque in una consolidata pratica che ha le sue radici nella nascita stessa della Turchia all’indomani della Grande Guerra.
La morte del “vecchio malato”, l’Impero Ottomano, nel quadro della ridefinizione dell’ordine internazionale di Versailles (con il Trattato di Sévres del 1921), fu l’humus adatto per la formazione politica di un processo di secolarizzazione kemalista che ha impregnato le radici della moderna Turchia sancendo la scomparsa del Califfato islamico nel marzo 1924.
Questa contraddizione di fondo tra origini, animo storico musulmano e laicità artificiale dello Stato si è riverberata nel complesso della democrazia multipartitica dopo la fine del Secondo conflitto mondiale. La Guerra Fredda radicalizzò lo scontro politico come in buona parte dell’Europa occidentale e le logiche internazionali resero questo particolare membro della NATO un pivot essenziale nel delicato quadro mediorientale, caratterizzato da nazionalismi etnici e socialismi locali.
È nel primo contesto, quello dello scontro tra laicità e tradizione, che si sono originati i colpi di Stato del 1960 e quello del 1971, mentre bisogna fare riferimento al quadro bipolare per comprendere il golpe del 1980. Ma tutti quanti, incluso quello fallito del 15 luglio, sono accomunati dal bisogno di alcune frange delle forze armate di ripristinare uno status quo, o se vogliamo un equilibrio, di valori sociali e politici. Non è un caso infatti che i vari golpe siano originati in seno alle Forze Armate e che esse siano state per lungo tempo il bastione di una idea di Stato che è quella occidentale dello Stato-nazione, lontana quindi dalle dottrine islamiche di una Umma trasversale ai confini statuali.

Utilizzando la classificazione redatta da Samuel P. Huntington possiamo quindi inscrivere il fenomeno turco all’interno del tipo “golpe-guardiano”, dove l’obiettivo dichiarato dei golpisti è migliorare ed efficientare le strutture dello Stato (il caso del 1971 e del 1980) per un periodo di tempo più o meno transitorio, o del “golpe-svolta”, nel quale il rovesciamento dell’ordine è violento e totale.
A quest’ultimo caso è riconducibile la prima azione eversiva turca del 1960, quando alla guida del governo vi era il primo ministro Adnan Menderes. Insieme al Partito democratico, egli aveva dominato la scena politica nazionale per buona parte degli anni ’50 con un programma assai più tollerante di Ataturk, promuovendo la reintroduzione della lingua araba nella preghiera, favorendo la pratica delle tradizioni islamiche e attuando una serie di manovre politiche liberiste che, nonostante la crescita economica, gli inimicarono l’ala kemalista della società turca. Una fetta cospicua di società composta da studenti, professori, imprenditori e militari che videro sempre più minacciate le fondamenta secolari dello Stato turco. L’aumento delle tensioni sociali si unì poi ad un certo distacco da parte americana nel momento in cui Menderes cominciò a guardare all’Unione Sovietica per ottenere ulteriori linee di credito per fronteggiare la diminuzione degli aiuti di Washington e l’insolvenza a cui andava incontro il paese.
Mentre il disagio sociale cresceva, il colonnello Alparslan Turkes, futuro presidente del partito nazionalista MHP e uno dei principali leader ideologici dei Lupi Grigi, si mobilitò insieme ad alcuni quadri intermedi e sottoufficiali delle Forze Armate per rovesciare il governo. Il 27 maggio 1960 fu dato annuncio da Radio Ankara che i militari avevano preso il controllo dello Stato per prevenire una guerra civile e che i golpisti avevano deciso di nominare il generale Cemal Gursel, estraneo al complotto, capo della Giunta. Per le strade di Istanbul e Ankara si riversarono folle di persone giubilanti mentre nelle campagne anatoliche, dove le politiche di Menderes avevano toccato maggiormente la popolazione, il colpo di Stato fu guardato con sospetto, tutt’al più con cauto scetticismo. In breve si formarono però all’interno della Giunta due diverse visioni sul futuro politico della Turchia; la prima, capeggiata da Turkes, voleva instaurare un regime militare sul modello nasseriano al fine di plasmare una “unità ideale e culturale del popolo turco” mediante il controllo pervasivo dei principali mezzi di comunicazione e istruzione (tanto laica quanto religiosa). Di questa frangia faceva parte come detto Turkes e il Gruppo dei Quattordici interno alla giunta che, dopo un fallito attentato dalle matrici incerte ai danni di Gursel, furono esiliati all’estero per due anni come addetti militari nelle ambasciate. La seconda fazione interna al governo vedeva invece il regime militare come un traghetto temporaneo verso un processo di modernizzazione democratica e di ripristino dei valori kemalisti messi in pericolo da Menderes.
Poco dopo essere divenuto Presidente, Gursel chiamò ad Ankara dieci professori universitari di diritto che vennero incaricati di redigere la nuova Costituzione e contemporaneamente venne celebrato il processo di Yassiada contro i membri del precedente governo. L’ex primo ministro Menderes, accusato oltre che di corruzione anche di aver orchestrato i pogrom anti-greci di Istanbul nel 1955, fu condannato a morte e nonostante le rimostrante di Gursel impiccato nel settembre del 1961.
Le aspettative dei militari e della classe media turca rispetto al ripristino dei valori minacciati dal governo Menderes, furono disattese dal clima rovente degli anni ’60-’70. La radicalizzazione politica seguì un percorso che sfociò direttamente nella violenza e nella lotta armata e si affiancò alla durezza dello scontro tra nazionalisti kemalisti e partiti islamisti. Nel 1971 questi ultimi respinsero ufficialmente le dottrine di Ataturk disconoscendo la natura laica dello Stato trovandosi così in rotta di collisione con le forze armate. Il governo, guidato da Suleyman Demirel, era impotente e destabilizzato da numerose defezioni interne che impedivano il compimento di una serie di importanti riforme strutturali, sociali ed economiche.
Temendo una ulteriore escalation della violenza e l’accresciuto potere delle componenti musulmane della società, il Capo di Stato Maggiore, generale Memduh Tagmac, attuò il così detto colpo del memorandum, presentando al primo ministro un ultimatum da parte delle Forze Armate. Se non si fossero implementate riforme costituzionali volte a consolidare la natura secolarizzata dello Stato e attuate contromisure repressive della violenza politica, i militari avrebbero preso il potere. Ma nel momento di esercitare direttamente le proprie responsabilità, numerosi generali, guardando allo scricchiolante regime greco dei colonnelli, preferirono nominare un governo al di sopra delle parti per guidare il processo di riforme. Il professor Nihat Erim fu posto a capo del gabinetto e la legge marziale venne imposta solo in 11 delle 67 province del paese; due anni dopo, l’Assemblea Nazionale elesse Fahri Koroturk, un vecchio ammiraglio amico personale di Ataturk, presidente e nel gennaio del 1974 fu nominato primo ministro Bulent Ecevit, leader del partito fondato dallo stesso Kemal. Per raggiungere questo traguardo, Ecevit dovette però proporre un governo di coalizione a Necmettin Erbakan, capo del partito islamista Ordine Nuovo che era stato dichiarato illegale poco tempo prima e aveva cambiato nome in MSP.

La rapida degenerazione del quadro politico si unì all’escalation militare della crisi di Cipro che, dopo il tentativo di golpe greco, portò la Turchia, con il favore del Regno Unito, ad invadere la parte nord dell’isola con l’operazione Attila nel 1974.
Nei nove anni che trascorsero dal colpo del memorandum al golpe del 1980 del generale Kenan Evren, la società turca divenne la terra di nessuno della violenza politica, della lotta armata, del terrorismo politico di estrema destra ed estrema sinistra, del revanscismo islamista e non sono pochi gli studiosi e i giornalisti che hanno avanzato l’ipotesi che buona parte di quelle atrocità furono permesse per dare ai militari una nuova scusa per intervenire. In palio non c’era infatti soltanto lo scontro tra kemalismo secolare e neottomanesimo, ma anche la possibilità non così remota che partiti di sinistra potessero giungere al governo in un paese NATO, elemento importante per il controllo di un enigmatico Medio Oriente e garanzia nucleare a medio raggio per l’Europa occidentale.
Si arrivò così il 12 settembre del 1980 al golpe del generale Evren che con il Consiglio di Sicurezza Nazionale cercò immediatamente di normalizzare la situazione del paese dissolvendo i vecchi partiti, arrestando dissidenti, abolendo il Senato e redigendo una nuova Costituzione.

Non conosciamo tutta la verità dietro a questi colpi di Stato e le loro ripercussioni sono state troppo complesse per essere sintetizzate in poche righe, ma è certo che fattori di instabilità politica interna, dovuti ad una insanabile frattura tra Stato-nazione e storia nazionale, e congiunture di politica estera e internazionale, come la guerra fredda negli anni ’70 o la guerra di Siria ai giorni nostri, hanno influenzato fortemente il percorso sociale della Turchia. Non possiamo dire se l’intervento dei militari abbia fatto più male che bene, ma come ha detto un testimone che nel 1980 aveva solo undici anni: “Io ricordo solo paura”.