Il meccanismo era già in moto da oltre tre settimane; solo pochi tecnici e pochi precursori da sempre abili a fiutare la notizia in anticipo, come l’impareggiabile Paolo Barnard, si stavano accorgendo della tormentata situazione del mercato borsistico cinese. Nostra culpa, ma perdonateci: l’escalation del conflitto tra Troika e Grecia ha portato alla monopolizzazione delle attenzioni delle testate, sia cartacee che online; tuttavia i dati dell’ultimo periodo presentano qualcosa di potenzialmente inquietante. Dopo un rally impressionante, con un aumento del valore degli indici del 150% in poco più di un anno, a partire dal 12 giugno la borsa di Shanghai ha perso circa il 30% del suo valore. Barnard scrive che la Cina sta subendo “il più colossale, cataclismatico e micidiale asset-run della Storia umana”, che potrebbe porre fine al trentennio di maggior sviluppo dell’economia di una nazione a memoria d’uomo. In pratica, migliaia di investitori si stanno liberando in modo rapidissimo di titoli, azioni, partecipazioni e obbligazioni detenute nell’economia cinese; una ventina di grandi brokers hanno già messo sul piatto l’equivalente di 20 miliardi di dollari per riequilibrare verso l’alto i prezzi azionari, con risultati sinora ondivaghi. Contemporaneamente, il Partito e il Fondo Sovrano Cinese stanno adottando tutte le misure possibili per arrestare la corsa al ribasso dei titoli e evitare la definitiva rottura di una bolla basata sul valore inflazionato di istituti bancari e prodotti immobiliari, una bolla che somiglia sempre più a una gigantesca corazzata imbarcante tanta acqua da faticare a restare in linea di galleggiamento.

Il fatto che la notizia sia rimbalzata da un capo all’altro della Terra proprio in un giorno in cui le perdite sono state abbastanza contenute è tuttavia oltremodo sospetta. Tutto era già in azione da settimane, eppure la giornata prescelta per la divulgazione è stata quella in cui diviene una realtà operativa la Banca dei BRICS che si propone di spezzare l’egemonia occidentale sui mercati. E notevoli sono le consonanze tra lo stress pesante che sta subendo l’economia cinese, colpita proprio laddove era più vulnerabile, come da un missile teleguidato, e l’assalto finanziario messo in atto ai danni della Russia e del rublo nella primavera-estate dello scorso anno; tuttavia, la vicenda potrebbe avere dei riscontri positivi per una Cina che con il diffondersi dell’incertezza rischia di veder danneggiati i suoi progetti di fare dello yuan una moneta di riserva di livello mondiale.

Lo stesso Barnard richiama l’attenzione sulla guerra valutaria in corso tra USA, UE e Cina e descrive la principale debolezza del sistema finanziario della seconda economia mondiale: la sua struttura costitutiva è ispirata all’opera dei Chicago Boys, il gruppo di economisti che negli anni Settanta fornirono il retroterra “ideologico” al neoliberismo. La Cina non può permettersi di far la guerra al dollaro con un sistema finanziario “all’americana”: non è nella sua natura, la rende potenzialmente più vulnerabile. Quindi questa crisi potrebbe essere il momento giusto per svoltare e dare una rinnovata vitalità alle borse, facendo si che non siano più possibili quelli che ad osservarli dall’esterno appaiono attacchi speculativi (la faccenda delle vendite di gruppo di asset ha troppi precedenti del genere per non destare sospetto). Nulla è compromesso, anzi: la Banca dei BRICS è realtà, al summit di Ufa erano presenti delegati da decine di nazioni interessate ad aderirvi e c’è da credere che neanche la posa di mine (bolle) a scoppio ritardato come quella del 12 giugno divenuto 8 luglio possa intimorire la sua ascesa.