Sul finire di 2015, il voto argentino chiuderà l’importante biennio elettorale dell’America Latina. Un periodo contraddistinto da un generale rafforzamento delle forze progressiste, che hanno ricevuto dagli elettori il consenso necessario per continuare le politiche che hanno contraddistinto il primo decennio del Millennio.
Se si escludono il Paraguay, dove la parentesi di Lugo è stata solo un fuoco di paglia, e la Colombia, ultima ridotta dell’ormai tramontante vecchio ordine sudamericano, le altre nazioni hanno visto i loro leader fare riferimento a una precisa area socio-politica, e lottare dopo decenni di dispotismi oligarchici per il progresso dei popoli e il miglioramento di una situazione che nei primi anni Duemila si stava facendo insopportabile.

La parabola dell’Argentina dei Kirchner è sintomatica del decennio di rinnovamento che ha caratterizzato il Sud America, ma non bisogna, per svariati motivi, ritenerla conclusa, in quanta il cammino verso un completo risanamento economico, politico, sociale non è ancora concluso.

È indubbio che a inizio Millennio l’Argentina fosse in ginocchio. Era la nazione che aveva subito i maggiori sconvolgimenti e le più grandi sofferenze ad opera delle istituzioni finanziarie speculative e delle ricette del Washington consensus: i governi di Menem e de la Rua avevano concorso a distruggere il tessuto sociale ed economico di un paese che a inizio Novecento rappresentava l’ottava economia mondiale e che nel 2001 si trovò costretta a dichiarare un umiliante default.
Quando uscì vincitore dalle presidenziali decisive del 2003, Nelson Kirchner non presentava un’ideologia univoca, chiara e distinta: il suo operare politico si costituiva prima di fatti concreti, dichiarazioni di intenti e definizioni di percorsi programmatici precisi che avevano come obiettivo il risanamento della realtà argentina prima ancora che il soddisfacimento degli interessi “di classe”. Il risultato è stato un cambiamento in senso dicotomico del panorama politico argentino: ogni formazione è risultata bipartita in un’ala “kirchnerista” e in una più critica verso le politiche di Nelson e della moglie, e successore, Cristina.

Con Kirchner rivive sicuramente il peronismo o, perlomeno, la sua ala di sinistra, cresciuta nella guerriglia dei Montoneros ai tempi della feroce dittatura degli anni Settanta; l’identità della nazione argentina ne è risultata sicuramente rafforzata, e il paese ha ripreso la via del progresso percorrendo la strada della “via autonoma al progresso”. Le “generose” profferte dell’amministrazione Bush di aprire i mercati argentini al libero scambio con gli USA hanno ricevuto da Kirchner dei garbati ma decisi rifiuti, portando all’affossamento della progettata ALCA, potenziale “braccio armato” dell’egemonia fine impero degli USA.

L’altissima disoccupazione è stata contenuta; alla stessa maniera è stato fatto molto per regolarizzare il diffusissimo lavoro in nero. L’Argentina ha conosciuto una crescita impetuosa, nonostante la crisi, se nel 2002, col paese precipitato nell’abisso, il 50% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà, tale percentuale è stata decisamente erosa. Forti investimenti hanno interessato pensioni, istruzione e ricerca; addirittura le casalinghe sono state equiparate a lavoratrici ed è loro reso possibile l’approdo al sistema pensionistico. 4 milioni di bambini hanno beneficiato delle politiche scolastiche e ricevuto sussidi per l’accesso allo studio per la cui introduzione Nelson Kirchner ha speso una delle sue più intense battaglie.

Il kirchnerismo ha conosciuto un ulteriore salto di qualità con la transizione da Nelson alla moglie Cristina, che è stata eletta presidente nel 2007 ed ha ricevuto la riconferma nel 2011, anno successivo alla scomparsa del marito: il kirchnerismo, da incarnazione degli ideali di un politico visionario si è fatto istituzione; omnipervasivo nella vita pubblica argentina, si è però preservato da qualsivoglia deriva autoritaria. Undici anni di amministrazione del “Frente para la Victoria” hanno portato cambiamenti al paese che non si vedevano dai tempi di Peron, l’unico personaggio della storia argentina paragonabile, per incidenza e consenso conquistato, al duo Nelson-Cristina.
In vista delle elezioni di ottobre, tuttavia, è difficile pensare che Cristina possa essere sicura di consegnare al suo successore un paese totalmente rinnovato rispetto al passato. In tema di ridistribuzione della ricchezza c’è ancora molto da fare, mentre le note maggiormente dolenti riguardano l’inflazione galoppante, tuttora difficile da controllare, la scarsa lotta apportata contro la corruzione, che è stata solo lievemente erosa, e le politiche ambientali molto blande: miniere d’oro e uranio a cielo aperto stanno facendo spaventosi danni ambientali assieme a profitti stratosferici, e solo la carenza di foreste ha ridotto i dati sulla deforestazione, mentre multinazionali come Monsanto hanno invaso con gli OGM l’agricoltura del paese. Il paese ha resistito all’attacco dei grandi speculatori internazionali dichiarando un default pilotato nel luglio 2014, ma è difficile ritenere che in futuro i vari fondi avvoltoio desistano dai tentativi di estendere la loro influenza anche nell’area di pertinenza del governo di Buenos Aires.

Le prospettive elettorali sono incerte: dopo anni di spaesamento, l’opposizione ha superato la sua inconcludenza, che ha da sempre rappresentato uno de fattori che hanno facilitato maggiormente l’ascesa del kirchnerismo. Si va verso uno scontro tra il vincitore delle primarie del partito dei Kirchner, che vedranno competere il governatore della capitale Daniel Scioli e il ministro dell’Interno Florencio Randazzo, e Mauricio Macri, esponente conservatore noto per aver condotto, durante la sua presidenza, il Boca Juniors al periodo più vincente della sua storia recente. La contrapposizione è chiara: si sfidano i rappresentanti delle forze maggiormente reazionarie e ostili al kirchnerismo e gli epigoni della coppia che ha segnato un’epoca. Per l’Argentina è bene che nasca un governo foriero di proposte chiare e decise, che sappia continuare sulla strada tracciata ma anche combattere le deficienze strutturali che il paese presenta, in primo luogo scongiurando una ricaduta dell’Argentina nel baratro in cui l’avevano gettata i suoi amministratori del passato. La storia del paese insegna che nonostante dei periodi di buon governo, la via che porta all’autodistruzione è purtroppo rapida: basta un’amministrazione troppo estremista o che si faccia troppo prendere la mano in campo economico e sociale. E questo, alla nostra “gemella del Sud”, non lo augureremmo mai.