Un vincitore, nel contesto della crisi Ucraina, forse c’è stato veramente: è il signor Aleksander Lukashenko, presidente della Russia Bianca da oltre 20 anni, giunto al suo quinto mandato. Sebbene dal 2010 soggetto alle sanzioni europee insieme ad altri 170 personaggi di spicco dell’élite politico-economica bielorussa, non ha mai smesso di andare alla ricerca della migliore partnership per il suo Paese, restando sempre fluttuante tra le due orbite che mette a contatto. Tra la Federazione Russa e l’Unione Europea, la realpolitik dell’ultimo dittatore d’Europa ha avuto una certa efficacia e un discreto potere contrattuale. Quando il gioco di sanzioni tra UE, Russia e Ucraina ha cominciato ad aggravarsi, la posizione di Minsk ha assunto un assetto decisamente differente. Col crollo dei prezzi del barile, dopo aver attinto per anni dai bilanci russi, ha richiesto che i pagamenti fossero effettuati in dollari americani e non più in rubli russi, in modo da non perdere denaro dal cambio valuta. In seguito alla sospensione dei collegamenti diretti tra Mosca e Kiev, molte delle compagnie aeree hanno virato le loro rotte su Minsk, oltre che su Riga, rendendo la capitale bielorussa un hub importante dei trasporti aerei tra i due Stati in conflitto.

Evidentemente, viste le indiscutibili ristrettezze che l’economia russa sta vivendo già dallo scorso anno, Minsk deve giocare una partita economica che guarda inevitabilmente al fronte di Bruxelles. Dopo aver alzato di tre anni il limite dell’età pensionabile nel Paese, il mini sistema sovietico bielorusso in cui una moneta ultra svalutata e i prezzi calmierati sui beni hanno cercato di porre rimedio ad una condizione di vita precaria accusa i colpi della sua dipendenza da Mosca, non più sicura come un tempo. Il Ministro degli Esteri Vladimir Makey si è recato lo scorso martedì a Bruxelles per assistere all’incontro dei Ministri degli Esteri dell’UE. Sono procedure preparatorie ad una eventuale possibilità di prendere parte ad un accordo di partnership con l’Unione, che prevede inoltre la costituzione di una zona di libero scambio. Ad oggi, solo Turkmenistan e Bielorussia mancano di accordi bilaterali con Bruxelles per la libera circolazione delle merci, ma presto tale condizione sembra che potrà essere ottemperata, perlomeno con Minsk. I punti nodali della contrattazione, così come riferisce Gazeta.ru, potranno essere delle facilitazioni nella commercializzazione dell’energia elettrica prodotta nelle centrali nucleari bielorusse che, attualmente, non hanno dei compratori interessati in Europa, e neanche nell’area di competenza dell’Unione Eurasiatica. L’espansione di questo commercio, cui si aggiunge la possibilità di accedere a prestiti del Fondo Monetario Internazionale, sono sul tavolo delle negoziazioni affinché il mercato bielorusso si apra ai prodotti europei.

Specularmente, senza un intervento invadente della NATO, è quello che sta succedendo in Serbia dove, sebbene il Presidente Nikolic continui a sostenere, secondo consenso popolare, la vicinanza alla Russia, il Primo Ministro Vucic si stia adoperando per accelerare i contatti di Belgrado con le strutture politiche ed economiche occidentali, ammaliato dalla possibilità di ingenti investimenti nel Paese. La Bielorussia si trova in una condizione più complessa rispetto alla Serbia, in quanto la Repubblica di Lukashenko è Paese alleato di Mosca: la frontiera tra i due Stati, infatti, è stata abolita nel 1997 nell’ambito dell’Istituzione dell’Unione tra Russia e Bielorussia. Tali condizioni, nel contesto delle sanzioni attuali, porterebbe sicuramente ad una inclinazione significativa dei rapporti tra i due Paesi, con conseguenze di carattere politico ed economico rilevanti. La chiave di lettura di questa situazione, dunque, risiede nelle volontà di Lukashenko, prima ancora che del popolo. Se il processo di integrazione europea che coinvolgeva la Bielorussia si è bruscamente interrotto nel 2008 è per ragioni legate alla natura definita dittatoriale della sua figura. Da ciò deriva dunque una sorta di forzatura del progetto europeo, che ormai si protrae dai primi anni Duemila, di espansione incondizionata dell’Unione, perdendo di vista un progetto di armonizzazione delle strutture esistenti tra i pochi stati membri pre-eurozona. Sarà forse opportuno, in seno all’Unione Europea, di rivedere le proprie priorità, vista la crisi inesorabile che attraversano le sue istituzioni, prima di compiere un altro passo sconsideratamente imponderato?

Non è possibile, ad oggi, azzardare un paragone con la situazione verificatasi in Ucraina, ma si evidenziano i seri problemi sopraggiunti a riguardo se già si guarda indietro al 2010 quando, già dopo l’adesione di Bulgaria e Romania, gli ambienti accademici si erano rivelati scettici sulla ‘longa manu’ di Bruxelles sui Paesi post-sovietici, come potenziali punti di frizione nei rapporti con la Federazione Russa, indicando come più plausibile un’“Unione Slava” che includesse Russia, Bielorussia e Ucraina. I risultati li abbiamo sotto gli occhi.