La recente visita di Silvio Berlusconi in Crimea ha scatenato le isteriche reazioni del governo ucraino – interdizione di tre anni dal Paese e la ridicola accusa di appropriazione indebita di beni dello Stato in seguito alla degustazione dell’antica bottiglia di vino -, oltre alle piccate dichiarazioni del presidente del Consiglio e della diplomazia europea. “Le crisi non si risolvono con visite lampo, ma con anni di lavoro diplomatico” è il refrain con cui è stato commentato il suo viaggio nella penisola russa. Verrebbe da chiedersi cosa invece abbia fatto il governo o le istituzioni europee per aiutare a risolvere il muro contro muro che si è verificato a causa della guerra nell’est Ucraina, eccetto imporre sanzioni, bloccare conti bancari e negare visti; ma sarebbe un esercizio inutile. Inoltre viene da domandarsi quale divieto dovrebbe avere un comune cittadino – poiché non ricopre più alcun incarico né funzione pubblica – a visitare la Crimea.

Se di una cosa si può dare atto all’operato politico di Berlusconi fu proprio quello di avere cercato in tempi non sospetti una riavvicinamento tra la Russia e la Nato – con il summit di Pratica di Mare – in funzione della lotta contro il terrorismo; di avere lavorato in politica estera (e industriale) per garantire vantaggiosi accordi economici sia con Gazprom sia con la Libia, garantendo all’Italia degli approvvigionamenti energetici competitivi in termini di prezzo delle materie e di sfruttamento dei giacimenti. L’Eni strappò vantaggiosi contratti e compartecipazioni (Southstream) che avrebbero garantito l’indipendenza del Paese dalle politiche dell’Unione e fu proprio questo a non essergli perdonato. Al nanismo politico nella gestione (per molti versi sciagurata) dell’Italia, fece da contraltare una vivace gestione dei rapporti internazionali; pagata con l’unanime ostracizzazione da parte delle elite occidentali. Il conto gli venne presentato nel 2011: l’imposizione della guerra in Libia fece da contraltare a un ammorbidimento delle persecuzioni giudiziarie nei suoi confronti e a una sorta di “salvacondotto” per le sue aziende e i suoi interessi. Il patto implicava una sua uscita di scena dalla politica nostrana, l’appoggio indiscriminato al governo Monti (e successivo Patto del Nazareno), l’abbandono di qualsiasi iniziativa estera autonoma non allineata. Berlusconi aveva un appoggio popolare troppo vasto per farlo cadere con proteste di piazza e neppure gli scandali erano bastati a convincere l’elettorato della sua inadeguatezza; la sua amicizia con Putin poi era troppo pericolosa per gli interessi statunitensi in Europa. Obama, Cameron e Sarkozy (con l’aiuto esterno della Merkel) – ovvero la coalizione dei “volenterosi” – decisero di farlo fuori con le buone o con le cattive. Dove non poté la scandalosa Ruby, riuscì lo spread.

Come mai allora oggi Berlusconi sembra riallacciare questa liaison dangereuse? In questi giorni si sono sprecate le più bizzarre interpretazioni e le più pittoresche illazioni. Di certo il motivo della sua visita in Russia non è stato quello di commemorare i caduti piemontesi nella Guerra di Crimea, né di favorire una distensione tra l’Occidente e la Federazione poiché, non solo non ricopre più alcun incarico governativo, ma è pure in rotta con l’esecutivo renziano e ha appena subito la scissione della pattuglia di “responsabili” verdiniani. I più fantasiosi hanno ventilato pure la pittoresca ipotesi che sia andato a discutere dell’Eni e del giacimento scoperto in Egitto; ma, salvo che non abbia messo a disposizione la sua decennale esperienza nel campo dei processi – l’a.d. è indagato per la vicenda nigeriana -, De Scalzi è stato nominato da Renzi, anche se i rapporti si sono man mano raffreddati. Bisogna allora infine propendere per una motivazione più semplice e disarmante: il semplice aspetto umano. Il presidente Putin non ha mai abbandonato i suoi amici nei momenti di difficoltà; non si è mai fatto mancare l’occasione di incontrarlo in entrambe le sue ultime due recenti visite in Italia, neppure quando Berlusconi era agli arresti domiciliari. La rottura con Renzi sottolinea che gli accordi presi non sono più certi come prima. Il riavvicinamento poi di Forza Italia con la Lega di Salvini – il partito italiano più contrario alle sanzioni e più vicino ideologicamente all’autodeterminazione della Crimea – fornisce qualche altro indizio in merito. La ritrovata alleanza di centrodestra può ambire a convincere l’elettorato moderato che l’Euro non funziona e nemmeno il Partito Popolare Europeo?