A quattro anni dall’inizio del conflitto la situazione per l’Esercito Siriano si sta facendo veramente preoccupante. Dopo aver completato la conquista del governatorato di Idlib l’ISIS si è ora impadronita anche di Palmira, città strategica per il controllo dell’autostrada M20 che collega Homs con Deir Ezzoir. Gli uomini di al-Baghdadi, durante le ultime vittoriose offensive, hanno mostrato di essere in grado di operare simultaneamente su tre diversi fronti – nord (Idlib), est (Homs) e sud (Daraa) – avvicinandosi pericolosamente all’ultimo perimetro difensivo di Damasco. Gli uomini del Califfato si sono consolidati su un’area vastissima, che va dalle porte di Baghdad alla capitale siriana, e hanno ormai il pieno controllo dei valichi di frontiera tra i due Paesi, riuscendo a spostare uomini e mezzi indisturbati dai raid aerei statunitensi.

La caduta di Palmira e la contemporanea presa di Ramadi in Irak, sono un chiaro segno di come l’organizzazione sunnita sia ormai un vero e proprio enorme esercito capace di concepire e portare a termine offensive coordinate in zone lontanissime fra loro. L’esercito siriano – logorato in mezzi e unità – non si è sfaldato come quello iracheno e tiene duro, ma sta cercando di razionalizzare gli sforzi e di far pagare a caro prezzo le avanzate del nemico, soprattutto tramite pesanti bombardamenti. Le difficoltà degli ultimi mesi però sono principalmente da imputarsi alla formazione, lo scorso 24 marzo, del cosiddetto “Esercito della Conquista”. Questa coalizione di diversi gruppi ribelli capeggiati da Jabhat al-Nusra, che include svariati gruppi salafiti radicali (Jund al-Aqsa, Ahrar al-Sham, Jaish al-Islam) e anche alcuni elementi del Free Sirian Army, dispone di armi sofisticate – specialmente missili anticarro – che avrebbero dovuto essere affidate solamente ai ribelli “moderati”. Sembrano anche essersi appianate le divergenze tra “il franchising di al-Qaida” al-Nusra e i rivali dell’ISIS – che solamente un anno fa si contesero Raqqa – e, sebbene continuino a operare in maniera distinta, non si combattono più tra loro, concentrandosi esclusivamente contro le truppe di Damasco.

Questa insolita e repentina convergenza d’interessi tattico-strategici è sicuramente frutto del riavvicinamento dei loro principali sponsor e fornitori, ovvero: Arabia Saudita, Turchia e Qatar. La decisa svolta “interventista” della nuova monarchia di Riyadh ha compattato il fronte sunnita, mettendo da parte le tradizionali diffidenze e rivalità regionali. Ad aggravare la situazione per l’esercito di Assad contribuisce la difficoltà dei suoi unici alleati – Russia e Iran –, impegnati nella lotta su altri fronti più impellenti: il conflitto mai sopito in Ucraina, le sanzioni e l’attacco petro-finanziario per una; il logoramento su tre diversi fronti – Siria, Irak e Yemen – per l’altro. Se a questo si aggiungono i sporadici ma letali raid aerei dell’aviazione israeliana sui convogli di armi dell’esercito regolare, si comprendono le difficoltà oggettive di contenere lo slancio jihadista. La caduta di Palmira non soltanto pone le forze del Califfato a soli 154 chilometri d’indifendibile deserto da Homs, ma rischia di tagliare le linee di rifornimento alle truppe che ancora difendono Deir er-Zur sull’Eufrate. Eppure la campagna aerea a nord, la controffensiva di terra nella parte orientale di Damasco e la vittoriosa operazione congiunta tra esercito e Hezbollah nella zona montagnosa di al-Qalamoun segnalano che la partita sia ancora tutta da decidersi.

L’eterogenea alleanza anti-Assad ha gettato la maschera e deciso di scagliare nella mischia tutte le risorse disponibili per sferrare il colpo di grazia al regime. Si è giunti al momento decisivo della guerra e l’ha ben compreso Nasrallah, il leader supremo di Hezbollah, che lo scorso giorno ha invocato la mobilitazione popolare per affrontare e vincere la “battaglia esistenziale” siriana. “Se oggi non combattiamo per Damasco, Aleppo e Homs” – ha detto – “Combatteremo domani per Sidone, Tiro, Nabatieh e qualsiasi altro villaggio libanese”. Anche Jean Khawaji, capo di stato maggiore dell’esercito libanese, ha prospettato una prossima offensiva oltre confine; la prima in territorio siriano. Chiaro segnale che la battaglia finale è alle porte.